-Bravo, Irina! Hai trovato la tua sorteMentre il tramonto tingeva di rosso i vicoli di Napoli, Irina capì che la sua vera missione era guidare gli artisti perduti verso la luce della speranza.

Ricordo ancora, come se fosse ieri, il compleanno di Fiorenza Bianchi, la più discreta delle ospiti. Noi ragazze frequentavamo lo stesso istituto tecnico, e Fiorenza, con un gesto ampio, aveva invitato tutti coloro che potevano partecipare. Tuttavia, molte di noi dovevano tornare nei paesi di campagna per il fine settimana. Ilaria Conti, timida e riservata, colse loccasione.

Ilaria non usciva mai, e anche lei aveva appena compiuto diciotto anni, proprio come Fiorenza. Però non aveva intenzione di festeggiare il suo giorno speciale in compagnia.

Non aveva amiche e i genitori lavevano convincita a rimanere a casa, a trascorrere la serata in famiglia, accanto ai nonni, nonna Rosa e nonno Giuseppe.

– Ecco come è finita: un compleanno a cinque anni, un compleanno a diciotto pensò tristemente.

Amava i suoi cari, ma non riusciva a capire quando, finalmente, sarebbe diventata adulta e indipendente. Quando sarebbe comparso, almeno uno dei ragazzi, qualcuno che notasse la sua femminilità, la sua bellezza quasi invisibile e la sua dolcezza?

Ilaria sognava lamore, ma si vergognava di sé. Non era brillante come Fiorenza o come la loro amica Silvana. Le altre ragazze si truccavano con audacia, si vestivano alla moda, talvolta persino provocanti, soprattutto nelle serate dellistituto, suscitando i rimproveri dei professori.

Io, invece, il vestiario lo sceglieva sempre la madre, le maglie le tessesse la nonna. E mi lamentavo perché la nipote non indossava mai i suoi capi. Ilaria non poteva tollerare di uscire con i vecchi maglioni di nonna, li teneva solo a casa, e solo dinverno.

Quel giorno, al compleanno di Fiorenza, si radunarono ragazze e ragazzi dellistituto, dodici giovani in totale. Quando il pranzo terminò e cominciarono i balli, Ilaria uscì dallappartamento e si sedette sulla panchina davanti al portone.

Nessuno notò la sua partenza. La giovane era imbarazzata davanti a quegli sconosciuti, e nessuno le rivolgeva nemmeno uno sguardo. Forse proprio questo la turbava di più.

Guardò lorologio.

– Dovrei andare, forse la madre si sta preoccupando pensò. Avevo promesso di tornare presto

Improvvisamente, dal portone emerse un ragazzo, non uno degli invitati. Si sedette sul bordo della panchina e guardò malinconico le finestre del secondo piano di Fiorenza, da dove proveniva musica allegra e risate.

– Sei di lì? gli chiese Ilaria, indicando la finestra.

– Come sta Fiorenza? Sta ballando? Si diverte? interrogò di nuovo il ragazzo, con occhi tristi.

Questa volta Ilaria trovò il coraggio di chiedere:

– E cosa? Non si sente? Sì, si divertono

– Proprio per questo è un compleanno rispose il giovane. Io, invece, ho trascorso la giornata in solitudine. Nemmeno una torta con il tè in compagnia della famiglia, come a scuola dellinfanzia

Ilaria alzò le sopracciglia, sorpresa.

– Anchio è così. Sei suo amico? indicò di nuovo verso la finestra.

– In un certo senso sì e no. Mi piacerebbe essere suo amico, ma lei non mi guarda. Non mi ha nemmeno invitato al compleanno. Siamo vicini di casa da tempo, e mi vede come un semplice vicino

Il ragazzo tacque. Ilaria sospirò, capì, e poi disse:

– Non preoccuparti. Anchio mi sento invisibile. A nessuno importa. Sono una persona che passa inosservata, come se non esistessi.

– Ma dai, non è così cercò di consolarla il ragazzo. Hai ragione, esistono persone sfortunate, come noi. Ma noi non siamo sfortunati, siamo discreti, non invadenti. Forse è anche un vantaggio: cè una certa libertà in questa invisibilità.

– Davvero? rimase perplessa Ilaria. Io mi chiamo Ilaria, a proposito.

– Io sono Paolo Bianchi rispose lui.

Rimasero ad ascoltare la musica, lanciandosi di tanto in tanto sguardi verso le finestre, sperando che Fiorenza apparisse e li invitasse a entrare per ballare e divertirsi. Ma nessuno li chiamò.

– È stato un piacere conoscerti disse gentilmente Ilaria. Ma devo tornare a casa. Avevo promesso di non tardare.

– Ti accompagno fino alla fermata, se vuoi propose Paolo.

Camminarono nel parco, chiacchierando e sorridendo timidamente. Paolo sentì il suo sguardo accendere un rossore sulle guance di Ilaria, quelle piccole fossette che scintillavano nei suoi occhi quando li incontrava. Iniziò a raccontare aneddoti divertenti della sua giovinezza, sperando di sentire il suo riso cristallino e di restare al suo fianco più a lungo.

Raggiunsero la fermata. Ilaria ringraziò Paolo e si congedò, ma lui non voleva andarsene finché lei non fosse salita sul suo autobus. Ilaria, quasi per caso, perse il primo autobus e ne prese il secondo

Salendo sul carro, agitando la mano a Paolo come se fossero vecchi amici, lo vide fermarsi ancora un attimo sul marciapiede, incapace di andarsene. Lincanto per quella ragazza dagli occhi espressivi e dalle fossette lo aveva paralizzato.

Paolo si voltò e tornò verso casa, ma improvvisamente sentì il desiderio di rivedere Ilaria. Non aveva il suo numero, né lindirizzo. Come poteva? Era una situazione imbarazzante.

Il mattino seguente Paolo si svegliò, corse subito da Fiorenza, salì le scale e bussò alla porta del suo appartamento.

Fiorenza aprì, facendo una smorfia:

– Che ci fai di nuovo Non uscirò a passeggiare con te, Pashò. Ti ho già detto

– Ma no arrossì Paolo. Volevo semplicemente chiederti il numero di una tua compagna di corso. Ieri era qui da te. Devo darle qualcosa Lha lasciato sulla panchina Dammi il suo numero, per favore.

– Di chi? chiese Fiorenza, sorpresa.

– Si chiama Ilaria.

– Ilaria? Che Ilaria? Fiorenza esitò un attimo. Ah, Ilarì Che coincidenza! Aspetta un attimo.

Dopo qualche minuto Fiorenza gli porse un foglietto.

– È su Roma. Piccola, timida Quando è arrivata? sorrise, chiudendo la porta.

Il felice Paolo, con la nota in mano come un talismano, corse a casa. Passò il giorno a scegliere le parole giuste, a tremare. Verso sera telefonò a Ilaria, la invitò a una passeggiata e le promise un gelato. Con sua grande gioia, Ilaria accettò.

La sua voce al telefono era più dolce e delicata che mai, quasi come se lattesa avesse reso il suo tono più lieve.

Camminarono per il parco, mangiarono il gelato e si scoprìrono affini: i loro gusti, i loro sogni, le loro passioni.

– Ora tocca a me invitarti disse Ilaria, sorridendo mentre si salutavano. La prossima volta non andremo al parco, ma al cinema. Ti va?

Da quel giorno Ilaria e Paolo non si lasciarono più. Andarono spesso al cinema, ai musei; dopo un anno cominciarono a viaggiare insieme, già considerati promessi sposi.

Due anni dopo il loro incontro si sposarono.

La madre di Ilaria esclamò che era troppo presto per la figlia sposarsi, mentre la nonna ribatté:

– Brava Ilarì, hai trovato la tua strada e ti sei sposata. Non serve cambiare corteggiatori. Con un ragazzo come Paolo ti troverai bene; è un uomo buono, ti prende cura come se fossi un bambino. Cos’altro ti serve?

– Ecco perché è così timida dicevano le compagne di corso. È la prima a sposarsi e lui è felice, quasi a brillare.

Entrambi splendevano di felicità. Ilaria e Paolo avevano trovato luno nellaltro comprensione, cura e lamore che tanto desideravano.

Anni dopo, sorridevano ricordando quella panchina davanti al portone, quel piccolo gesto che aveva legato le loro vite per sempre.

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