«È davvero la sua madre, quella donna crudele, simile a una bestia in fuga?». Le sue parole: «Sei il mio errore di giovinezza» – così le udì nelle orecchie.

«È davvero così crudele, pare una bestia ferita, la sua madre?». Le sue parole: «Sei lerrore della mia giovinezza» riecheggiavano ancora nelle mie orecchie.

Io, Alessandro, non sapevo nulla di me se non il fatto di essere stato trovato, urlante di fame e di terrore, sulla soglia della casa di un neonato a Napoli. La madre del bambino, forse ancora dotata di qualche briciola di coscienza, avvolse il piccolo in una calda coperta, poi lo coprì con una sciarpa di piume di capra e lo sistemò, ancora piagnucolante, in una scatola di cartone. Non voleva che il bambino morisse di freddo.

Non cera alcuna segnatura su di lui: nessun nome, nessuna data di nascita, nessuna provenienza. Lunica cosa che stringeva il piccolo era un grosso ciondolo dargento a forma di lettera «A», uneredità della madre.

Quel ciondolo non era uno di quelli comuni, ma un pezzo unico, firmato da un gioielliere di fama. I carabinieri, colti da quella traccia, cercarono di rintracciare la madre, ma il caso finì in un vicolo cieco. Il gioielliere era morto da tempo, e nei suoi registri non cera traccia del lavoro.

Così il bambino fu registrato nella casa di accoglienza con il nome di Alessandro Ignoto. Divenne così un altro figlio dello Stato.

Lintera infanzia la trascorsi tra i banchi dellorfanato, con un sostegno sociale completo. Sentivo un vuoto incolmabile, il desiderio di conoscere i genitori, di avere un amore familiare.

«Qualcosa di terribile deve essere successo, la madre mi ha lasciato così. Tornerà a cercarmi e mi prenderà», pensavo, come tutti i miei compagni di sventura.

Quando uscii dallistituto, la direttrice mi porse al collo il ciondolo e mi raccontò la sua storia.

«Allora, la mamma voleva che io la trovassi un giorno?!» dissi.

«Forse», rispose lei, «oppure hai solo strappato il ciondolo dal suo collo per caso. I bambini piccoli amano afferrare. Il ciondolo era stretto nella tua mano, senza catena!».

Lo Stato mi assegnò un piccolo appartamento: era piccolo, ma era mio. Entrai al corso tecnico, lo completai e trovai lavoro in una carrozzeria.

***

Conobbi Ginevra per caso: ci scontrammo di fronti per una via di Roma. Allinizio i nostri libri di moda caddero dalle sue mani, poi, mentre raccoglievo i fogli sparsi per la mia goffaggine, le nostre teste si urtarono.

Il colpo fu così forte che ci vennero le lacrime dagli occhi e scintille di gioia. Restammo lì, tra la folla, che ci aggirava, e noi ci scambiavamo sorrisi tra i singhiozzi. Fu in quel momento che capii di essermi innamorato per sempre.

«Devo rimediare al mio torto! Ti invito a prendere un caffè con me», le dissi.

Ginevra accettò senza esitazione, sorpresa per la facilità con cui aveva detto sì. Mi sembrava così dolce nella sua goffaggine, quasi una sorella.

«Alessandro, ho la strana sensazione di conoscerti da sempre», mi confessò dopo soli cinque minuti.

«Non ci crederai! Anchio lo sento!»

Iniziammo a frequentare, così attaccati luno allaltro che non passava giorno senza una telefonata o un messaggio. Sentivamo il battito dellaltro. Se io mi ferivo al lavoro, Ginevra mi chiamava subito.

«Sei io, io sono te! Sento che sei il mio destino», le dissi una sera. «Mi dispiace non poterti presentare ai miei genitori come la mia sposa, non ho nessuno».

«Ma io ci sono! E sono sicura che piacerò ai tuoi genitori», rispose.

***

«Quindi è il mio ragazzo dellorfanotrofio? Sei impazzita? Lì tutti sono cattivi, non socializzati!», sbottò Lidia Vivaldi, madre di Ginevra, affondando in una poltrona di pelle.

«Mamma, ma Alessandro è un ragazzo buono e allegro! Non si può giudicare tutti allo stesso modo!», protestò la figlia.

«Giusto, figlia mia! Prima di formarsi unopinione su una persona, bisogna vederla e parlare con lei! Portalo qui, lo ascoltiamo e capiamo che tipo di vita conduce. Solo così sapremo se ci colpisce il cuore», intervenne il padre, Giovanni Romano, impiegato dei registri.

«Non è per questo che lo cresciamo, per farla sposare con un uomo senza famiglia! E se i suoi genitori fossero immorali?», esclamò Lidia, infuriata.

«Ne parleremo quando lo incontreremo», replicò Giovanni, irritato.

Lidia, senza più contraddire il marito, si ritirò nella sua stanza, sbattendo la porta.

Giovanni fece un occhiolino a Ginevra:

«Tranquilla, figlia, ce la faremo!»

«Grazie, papà! Allora invito Alessandro a casa nostra sabato?», rispose la ragazza, baciando il padre.

«Certo! Voglio sapere chi ha rapito il cuore della mia unica figlia».

***

Il giorno stabilito Alessandro, vestito elegante e con due mazzi di fiori (uno per Ginevra, laltro per la futura suocera) e una torta, si presentò alla porta dellappartamento di Ginevra.

La radiosa Ginevra lo condusse in cucina.

«Mamma, papà, vi presento il mio Alessandro!»

Il padre strinse la mano al giovane, Lidia accettò i fiori e, improvvisamente, si sbiancò di spavento, come se avesse perso la voce per un attimo.

Ritrovata la calma, invitò tutti a tavola.

«Scusate, mi sono solo lasciata prendere dallemozione», spiegò.

Durante il pranzo, Lidia notò il ciondolo di Alessandro.

«Alessandro, che ciondolo interessante. Non sembra una produzione di massa.»

«È lunico ricordo che ho di mia madre. Quando mi trovarono alla porta dellorfanotrofio, lo tenevo stretto nel pugno.»

Lidia non pronunciò più parole per il resto della serata, mangiò solo piselli verdi spazzolati sul piatto.

Giovanni, il futuro suocero, sembrava contento. Condividevano passioni: calcio, sci, pesca.

«Bravo ragazzo!», commentò quando Alessandro se ne andò.

«Che bravo?», sbottò Lidia, isterica, «senza aspetto, senza educazione, non sa nemmeno parlare!»

«Lidia, ma cosa stai dicendo? È impazzita? Cosè che ti ha fatto?», domandò Giovanni.

Lidia, inflessibile, si rivolse a Ginevra:

«Devi lasciarlo! Subito!»

E chiuse la porta della sua camera, senza dire altro.

***

«Che fare! Che fare!», pensava Lidia, il cuore in tumulto. «Come è possibile che questi due si siano incontrati sotto lo stesso cielo?». Guardò una vecchia fotografia nascosta dietro le porte di vetro della libreria.

In quella foto in bianco e nero, una giovane donna sorrideva, con al collo un ciondolo identico a quello di Alessandro.

«Allora non lho perso allora! Deve essere stato strapazzato da quel piccolo bastardo!», pensò.

Mette la foto nella tasca.

«Devo impedire a Giovanni e Ginevra di vederla ora! Devo pensare a qualcosa!»

Non dormì tutta la notte. Lunica idea sensata fu chiedere ad Alessandro di andarsene dalla città per sempre.

«Figlia, perdonami, ho sbagliato ieri! Vorrei chiedere scusa anche ad Alessandro! Mi dai il suo numero?»

Ginevra, ignara, scrisse il numero del suo amante e uscì di buon umore.

Lidia, sola, compose subito:

«Alessandro, ciao! Potresti venire da noi oggi, tra unora?»

«Certo, ci sarò.»

Unora dopo, Alessandro si presentò al portone, timoroso, con Lidia che apriva la porta guardando triste e in lacrime.

«Dobbiamo parlare», disse brevemente, conducendolo nella stanza.

«Alessandro, devi lasciar Ginevra. È il mio segreto. Giurami che né tua sorella né mio marito sapranno nulla.»

«Lo giuro!», rispose il giovane, tremante.

«Alessandro, Ginevra è tua sorella!», affermò Lidia, mostrandogli una foto con lo stesso ciondolo al collo.

«Mamma?», chiese Alessandro, gli occhi pieni di lacrime. «E il padre?»

Lidia scosse la testa:

«No, Giovanni non è tuo padre. Io e Vanni ci siamo incontrati, poi lui è andato allaccademia militare. Ero giovane e sciocca, e poi ho scoperto che Vanni aspettava un figlio. Lho tradito, ho mentito, sono fuggita a Firenze da mia madre, ho detto che il bambino era morto, ho affidato il neonato allorfanotrofio e sono tornata. Dopo qualche mese ci siamo sposati.»

«E io?», implorò Alessandro.

«Tu sei il mio errore di giovinezza, capisci? Non hai diritto a distruggere tutto ciò che ho faticato a costruire! Sei nato senza invito e sei arrivato quando nessuno ti aspettava! Vai via! Sparisci! Lascia in pace la mia famiglia!»

Alessandro rimase senza parole.

«È davvero così crudele, pare una bestia ferita, la sua madre?», riecheggiò la sua voce nella mia testa.

Alessandro, con un sospiro pesante, si alzò:

«Addio, Lidia Vivaldi! Non rivelerò il segreto a nessuno.»

«Io lo dirò a tuo padre!», si sentì una voce.

Alessandro e Lidia si scambiarono uno sguardo di sorpresa quando, appoggiata alla porta, la figura di Ginevra, con le mani incrociate sul petto, li guardava con rabbia.

«Ti ho sempre considerata una brava persona, ma tu, madre, sei una sgradevolezza! Una vera sgradevolezza!»

***

«Scusa, sorellina!», mormorò Alessandro, abbassando lo sguardo per nascondere le lacrime. Si allontanò, correndo dove i suoi occhi potevano vedere. Voleva sparire come una bolla di sapone che scoppia, dissolvendosi in mille frammenti.

Qualche giorno dopo Alessandro si presentò al caserma e si arruolò al fronte.

Giovanni e Ginevra lo salutarono. Giovanni lo abbracciò con la forza di un padre.

«Tieniti forte, ragazzo! Sappi che noi, con Ginevra, saremo la tua famiglia. Torna da noi!»

Ginevra gli strinse la mano e gli sussurrò allorecchio:

«Torna, fratello, ti amiamo».

Alessandro sentì il cuore scaldarsi. Non aveva più una madre, ma non era più solo al mondo. Aveva un padre e una sorella. Peccato che il suo affetto per Ginevra fosse più forte di quello per la sua nuova sorella.

Lidia rimase sola. Giovanni la lasciò. Disse di non volere più una donna capace di un simile tradimento.

E lei continuò a incolpare Alessandro, che appariva sempre al peggio momento.

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