Alessia odiava tutti. E soprattutto sua madre.

25 ottobre 2026

Oggi ho messo nero su bianco quello che mi pesa da quando ero piccola. Non è facile ammettere che lodio che nutrivo per mia madre, Maddalena, fosse il motore della mia vita. Da bambina, mentre le lacrime scendevano sul cemento del dormitorio di Bari, lei viveva la sua esistenza come se fosse unombra leggera che non mi toccava. Non mi illudevo nemmeno una volta che potesse cambiare, perché tutto quello che conoscevo era il freddo di quelle mura.

Sono cresciuta interamente nellorfanotrofio. Da quando ho memoria, quella è la mia casa. Per le continue risse venivo spostata di sezione in sezione; non faceva differenza se il compagno di cella fosse un ragazzo o una ragazza. Mi punivano, mi chiudevano in isolamento, mi privavano dei dolci, ma lodio verso gli educatori, gli altri bambini e, alla fine, verso lintero mondo, rimaneva intatto.

A quattordici anni ho smesso di lottare fisicamente. Non perché avessi scoperto un filo di tenerezza, ma perché tutti avevano già imparato a temermi. Il vuoto ha iniziato a riempirsi di noia. Mi rifugiavo in un angolo remoto del cortile, dove rimanevo seduta a fissare il vuoto, sognando il giorno in cui avrei trovato Maddalena e le avrei inflitto la vendetta che mi pareva lunica giustizia.

Una sera, mentre la brezza del mare di Marina di Carrara portava un profumo di salsedine, ho sentito una melodia strana. Si era un suono delicato, triste, quasi malinconico, ma così incantevole che il mio cuore si è fermato. Mi sono avvicinata agli alberi di acacia, li ho spostati con cautela e ho scoperto un uomo seduto su una vecchia panca, intento a suonare un flauto di legno.

Mi sono avvicinata, inciampando nei rami, e luomo ha interrotto il suo gioco. Mi sono rimessa in piedi, scrollandomi la polvere, pronto a scappare, quando mi ha chiesto:

Vuoi imparare?

Il dubbio mi ha attraversato: Io? Io, una ragazzina così dura, riuscirò a suonare?. Luomo, Giuseppe Bianchi, sembrava avere cinquantanni, ma i suoi occhi tradivano una giovinezza di spirito. Da quel giorno, Giuseppe è diventato il mio maestro di flauto. Ha intagliato i suoi strumenti con le sue mani ruvide, creando pezzi che sembravano fiori di legno.

Quando ho iniziato a trarre le prime note vere, non ho potuto trattenere le lacrime e lho abbracciato. È stato allora che è nato il nostro primo dialogo. Giuseppe mi raccontava della sua vita: Non avevo nulla, Lavinia. Un tempo avevo una casa, una moglie, una figlia, Caterina. Dieci anni fa è morta, e il mio unico figlio, Sergio, è fallito in un incidente dauto. La mia piccola casa nel cortile dellorfanotrofio è diventata tutto quello che ho.

Mi ha chiesto perché non lottassi più contro il destino.

Perché, Lavinia? Non ho più nessuno qui. Tutti gli amori sono svaniti. Devo solo vivere il tempo che mi resta, senza più aspettative.

Il suo dolore mi ha spinto a odiare anche la sua suocera, una donna che mi ha sempre ricordato la freddezza di Maddalena. Mi sono chiesta se vendicarmi prima della madre fosse giusto.

Giuseppe mi ha osservato cambiare. Ho smesso di tagliare i capelli ai ragazzi, sono diventata più dolce, ho smesso di provare a dimostrare la mia forza con i pugni. Un giorno mi ha chiesto:

Lavinia, tra un anno te ne andrai. Hai già deciso che cosa fare?

Non sapevo cosa rispondere. Lunico pensiero era la vendetta contro la madre. Mi ha consigliato di trovare una strada, non importano i soldii soldi non ti daranno la pacema devi avere un piano. Ho taciuto, ho lasciato lorfanotrofio per un anno di corsi al Politecnico di Milano, dove mi sono iscritta al corso di Ingegneria Edile. Il percorso sembrava interminabile, ma era il primo passo verso la libertà.

Il giorno della partenza verso Milano, mi sono seduta su quella panchina con Giuseppe e ho pianto per la prima volta in anni. Lho supplicato:

Prometto di tornare a trovarti, Giuseppe. Devo finire gli studi, ma non dimenticherò mai quello che mi hai insegnato.

Mi ha regalato un flauto, lultimo dono prima del nostro addio.

Sono passati quindici anni. Mi sono sposata tardi, senza mai trovare qualcuno che capisse davvero il mio passato. A trentanni ho avuto una bambina, Caterina, e subito dopo mi sono separata. La mia unica gioia è stata la piccola Katia, come la chiamavo affettuosamente.

Ora, con un lavoro stabile in una grande impresa di costruzioni a Roma, guadagno circa 45.000 lanno. Ho finalmente potuto cercare Maddalena. Ho scoperto che, due mesi prima del parto, era stata diagnosticata una grave malattia oncologica. I medici le hanno dato solo un anno di vita. In un gesto disperato, aveva rinunciato al bambino, lasciandolo allospedale. Nessuno lha giudicata, ma il dolore è stato immenso.

Ho visitato il suo cimitero e ho trovato un alto monumento con un angelo di bronzo. Spesso ricordo Giuseppe, ma quando sono tornata a Bari, il direttore dellorfanotrofio era cambiato, così come tutto il personale.

Ogni occasione libera la trascorro al parco con Katia. La piccola è così intelligente: a sei anni riesce a convincermi a spendere soldi per i bambini, per i paperi, per dieci porzioni di gelato in una giornata afosa. Oggi mi chiede:

Mamma, comprami un panino, dei salumi e da bere.

Mi blocco, ma lei insiste:

Non è necessario sapere perché, mamma. È solo una richiesta.

Poi, improvvisamente, mi racconta di un zio senza casa che chiede aiuto.

Mamma, è solo un vecchio, non ha nessuno.

Il zio di cui parlava è Giuseppe. Lho visto, vestito di stracci, seduto su una panchina accanto a dei bambini. Il suo sguardo mi ha rassicurato: era ancora lì, come un faro nella nebbia.

Quella sera, mentre leggevo sul divano, la melodia del flauto è tornata. Il silenzio della casa è stato rotto da quelle note familiari. Ho corso nella stanza di Katia, trovandola con il flauto in mano, spaventata ma determinata.

Mamma, il nonno mi ha insegnato a suonare. Non riesco a passare lultima parte.

Le ho mostrato come farlo; il suono si è diffuso nella stanza, e le lacrime sono scese incontrollate. Le memorie di Giuseppe, dei miei giorni di orfanotrofio, di Maddalena, tutto è scoppiato in me.

Le ho detto di cercare il nonno vicino allo stagno. Katia ha capito subito, ha preso la sua bici e mi ha condotto verso il cespuglio. Lì, tra le fronde, era Giuseppe Bianchi, con il suo flauto consumato dal tempo.

Che ci fai qui, vecchio? ha chiesto Katia, con occhi curiosi.

Il suo sguardo è stato un misto di sorpresa e riconoscimento.

Lavinia non può essere.

Mi sono avvolta intorno a lui. Ha asciugato le lacrime, ha detto:

Andiamo a casa, è ora di tornare.

Dove?

A casa, Giuseppe. Se non fosse per te, non avrei avuto nulla. Casa mia è anche la tua casa.

Durante il tragitto, Giuseppe ha pianto, liberando il peso di tutti quegli anni. Se non fosse stato per la mia tenacia, sarebbe caduto nella solitudine più profonda.

Oggi, con il flauto in mano, con Katia al mio fianco, e con la memoria di Giuseppe che mi guida, sento che lodio ha lasciato spazio a qualcosa di più grande: la riconciliazione con il passato e la speranza per il futuro.

Lavinia.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

5 × two =

Alessia odiava tutti. E soprattutto sua madre.