Una coppia innamorata si aggirava lentamente tra lerba alta e folta della campagna toscana, mano nella mano, lanciandosi di tanto in tanto sguardi carichi di quellaffetto smielato che solo i veri fidanzati sanno scambiarsi. Neanche a dirlo, assorti comerano nelle loro dolci chiacchiere, non si accorsero subito di ciò che li attendeva tra i fili derba.
Fu Francesca a rompere la magia lanciando un urletto spaventato, indietreggiando come se avesse visto una tarantola. Luca, col fare di chi si crede il cavaliere medievale della situazione, le si mise davanti, pronto a far scudo contro pericoli (inesistenti).
Lì, a pochi passi da loro, giaceva un cavallo.
O meglio, ciò che probabilmente una volta doveva essere stato un cavallo. Ora, invece, sembrava più lo scheletro ambulante di una leggenda metropolitana narrata nelle osterie.
La pelle, sottile e inaridita dal sole, era così tesa sulle costole sporgenti che quasi sembravano volerle bucare da un momento allaltro. Lungo tutto il corpo si notavano croste secche, attorno alle quali svolazzavano nugoli di mosche fastidiose degne di una scena tratta da un film horror.
Lo spettacolo era così terribile che anche il più compassionevole degli animalisti avrebbe potuto girare lo sguardo altrove per lo sconforto.
Povera bestia! esclamò Francesca.
Il suo tono, piuttosto alto, fece precipitare il silenzio tutto attorno. Sembrava che perfino la natura avesse smesso di respirare per un attimo.
Poi, allimprovviso, il cavallo si mosse lievemente.
A quel punto, i capelli di Francesca e Luca si drizzarono in perfetto stile Spettro di Canterville. E come se fossero al luna park dellorrore, urlarono in coro, scapparono a gambe levate e si fermarono solo quando arrivarono sulla stradina sterrata. Si piegarono sulle ginocchia, ansimando, cercando di recuperare la dignità e il fiato. Naturalmente nessuno li stava inseguendo.
Pian piano la paura lasciò il posto alla ragione.
Era ancora viva sussurrò Francesca, incredula.
Viva sì, ma sembra appena uscita dal cimitero replicò truce Luca.
Però si muoveva davvero
Bisognava tornare a controllare. Forse si era solo mossa perché qualcosaltro, da dentro, la stava… mangiando? Francesca rabbrividì a quel pensiero, passandosi una mano sulle braccia, e spinse Luca allesplorazione, restando prudentemente sulla strada. Non aveva proprio voglia di fare da spettatrice alleventuale banchetto di insetti.
Luca, armato di tutto il suo coraggio (e cioè ben poco), si fece largo nellerba. Non cera traccia di altra vita, a parte le mosche. E soprattutto, udite udite, il cavallo era ancora vivo.
Il povero animale, vedendolo avvicinarsi, girò appena la testa e fece un flebile sbuffo.
I suoi fianchi ossuti si sollevavano pochissimo ad ogni respiro, e la palpebra si sollevava appena, cercando forse di distinguere lumano che le si avvicinava. Ma locchio era coperto da una pellicola rossastra così spessa che persino una talpa avrebbe visto più di lei.
La bocca semiaperta, le gambe e la coda immobili. Solo le orecchie, di tanto in tanto, tremolavano; o forse era solo il vento, che cercava di consolare la poveretta.
Luca si guardò attorno, cercando di capire come quella creatura fosse finita lì. Intorno a lei lerba era alta, come se fosse stata sdraiata lì da una vita. Tornò da Francesca per raccontarle tutto quanto.
E che importa come ci sia finita? sbottò lei. Che facciamo? Sta veramente male, non mi sorprenderei se morisse qui. E poi, chi conosciamo che sappia un accidente di cavalli?
Luca allora si ricordò che nel vicino paese di Castellina cera un piccolo maneggio. Lì ci andavano i ragazzini a provare lebbrezza dellequitazione domenicale.
Fu facile mettersi in contatto con i gestori, anche se capirono poco del racconto concitato dei due innamorati. Alla fine però promisero di arrivare il prima possibile.
Dopo un po dalla strada si sollevò una nuvola di polvere: era una vecchia Panda con un carrellino per trasportare cavalli, guidata da una coppia di marito e moglie, Mario e Lucia.
Videro il cavallo da lontano e non sembravano troppo impressionati, ma da vicino la reazione fu degna dellurlo di Munch.
Far salire la povera bestia da sola era impossibile; lunica speranza era che arrivasse viva fino alla clinica veterinaria.
Trascinare il cavallo anche così magro restava unimpresa non da poco e, non sapendo cosaltro fare, Luca corse a chiamare una squadra di amici e vicini.
Raccolti in otto, usarono una vecchia coperta rinforzata con delle cinture e, con estrema delicatezza, sollevarono lanimale come una reliquia da processione. Nonostante il terrore negli occhi e un lieve tentativo di scalciare, la cavalla non ebbe la forza neppure per protestare.
Finalmente riuscirono a caricarla nel carrellino. La portiera si chiuse e il viaggio verso la speranza ebbe inizio.
Al maneggio, allarrivo, cerano già ad accoglierli il veterinario, il giovane assistente e qualche vicino curioso; la cavalla scese dal carrello quasi come se sognasse ad occhi aperti. Il veterinario, il dottor Federico, si mise subito al lavoro: visite, palpazioni, flebo, esami.
La polizia, chiamata nel frattempo, prese appunti sulle condizioni dellanimale e raccolse le testimonianze. Dissero subito che trovare chi aveva abbandonato lanimale sarebbe stato come trovare un ago in un pagliaio della Maremma.
Il quadro clinico non era allegro: la cavalla, chiamata in seguito Teresa, aveva uninfestazione da acari che le provocava croste, prurito insopportabile e laveva ridotta pelle e ossa. Una congiuntivite importante copriva quasi tutto locchio con una membrana rossastra, mentre i denti erano un disastro peggiore del cantiere sullAutostrada del Sole.
Nel box, divenuto un reparto di terapia intensiva, Teresa fu coccolata come una principessa decaduta: vitamine in vena, cibo a cucchiaiate, acqua col contagocce.
Allinizio sembrava che non volesse vivere, ma la costanza di Mario, Lucia e chi passava a darle una carezza cambiò lentamente le cose. Lei, che quasi non vedeva, riconosceva le voci familiari, si abbandonava alle mani amorevoli, mentre linfaticabile veterinario borbottava ogni volta che le somministrava le medicine.
Col tempo cominciò a mangiare qualcosa, sollevare piano la testa, perfino rotolarsi da un fianco allaltro. Ma stare in piedi? Sembrava un sogno irrealizzabile.
Luca che ogni tanto passava a dare una mano, osservava con apprensione: «Non ci rimane niente che funzioni in questo povero corpo!», borbottava tra sé e sé.
Le zampe, rimaste inerti troppo a lungo, sembravano dimenticate. Anche il dottor Federico stava quasi per arrendersi, ma Mario e Lucia non avevano intenzione di lasciarla lì a marcire.
Si inventarono una specie di imbragatura artigianale con cinture e lenzuola, grazie alla quale le alzavano la pancia e le facevano camminare tenendola sospesa. Tutto il vicinato aiutò con le prime fisioterapie: a turno, amici e parenti venivano ad alzarle le gambe e massaggiarle i muscoli.
Ci vollero mesi di fatica, risate, brontolii e momenti di puro sconforto, ma un giorno Teresa si rizzò sulle zampe e, traballante come Bambi, fece tre passi da sola. Si meritò un applauso degno del Gran Premio di Siena.
Poi si passò allintervento chirurgico allocchio, perché quella membrana era una minaccia non da poco. Teresa fu portata nella migliore clinica veterinaria a Pisa: loperazione riuscì e, sorpresa delle sorprese, la cavalla finalmente vide i suoi nuovi padroni.
Fu un momento degno di una pubblicità di formaggi dove si piange tutti di commozione. Le cure continuarono: gocce per gli occhi, cibo buono, coccole a tonnellate.
Nel tempo Teresa riacquistò peso, lucidità e carattere. Uscì finalmente in paddock con altri due cavalli: subito fece amicizia con la vecchia Rosina e si mise in riga il giovane sorcino Sauro, capace di mettere in subbuglio tutto il maneggio.
La pelle tornò liscia e i fianchi pieni. Solo qualche cicatrice e i movimenti prudenti ricordavano il suo calvario.
Un giorno, vedendo gli altri montati da bambini festanti e adulti goffi, Teresa cominciò a scalpitare e sbuffare ogni volta che vedeva la sella.
Allora Mario decise di accontentarla: un bel giorno di aprile, la sellò, montò in groppa e fecero insieme un giro tra i filari dolivi.
Teresa reggeva il peso con un po di fatica, ma più soddisfatta di così non poteva essere.
Aveva finalmente trovato il suo posto, tra amici, carezze e sguardi affettuosi.
Da allora nessuno avrebbe mai più potuto abbandonarla, nemmeno per tutto loro di Firenze.






