– Hai abbandonato l’università per amore!

12 aprile 2026

Caro diario,

oggi ho rispolverato una vecchia scatola di lettere che mio padre, Vittoria, aveva sistemato in un angolo dimenticato del ripostiglio. Non le aprivo da anni, ma la nostalgia mi ha spinta a sfogliare quelle pagine ingiallite. Leggere di nuovo quelle parole mi ha riportato indietro, in un tempo in cui la vita sembrava più semplice e, al contempo, più ingarbugliata.

Tutto cominciò al Politecnico di Bologna, dove noi due, Vittorio e io, ci eravamo incontrati. Io, Ginevra, venivo da un piccolo borgo della Val d’Aosta, mentre lui era un ragazzo di città, figlio di una famiglia benestante di Firenze. Il suo sguardo era subito catturato dal mio lungo capello corvino e dai miei occhi verdi come le montagne. Il suo sorriso, invece, era un turbine, un uragano per la timida Ginevra.

Nel primo anno di università la nostra storia fu una costellazione di feste studentesche, passeggiate lungo i portici di Bologna e baci rubati nella piccola stanza del dormitorio al primo piano. Vittorio mi faceva trovare fiori sotto la porta del mio alloggio, appariva a mezzanotte sul davanzale della finestra per augurarmi la buona notte. Io, sempre più rapita, mi sentivo felice come una bambina al carnevale.

Ma presto gli studi si fecero più pesanti. Vittorio non aveva la vocazione di scavare nei numeri e nei calcoli: il suo cuore era già altrimenti impegnato. Fu così che fu espulso dal Politecnico. Quando mi raccontò che avrebbe cercato lavoro in una fabbrica di macchine a Torino per poi continuare gli studi a distanza, mi sembrò una decisione coraggiosa. Così potrò sposarmi con te, amore mio, mi disse con la voce piena di speranza.

Il padre di Vittorio, il signor Bianchi, non vedeva di buon occhio la nostra unione. Hai voluto che il tuo amore ti portasse via dallIstituto! Ti abbiamo mandato a studiare, non a sposarti! Non è buona questa storia di una ragazza di campagna nella nostra famiglia! sbottò, ricordandomi le parole dure di un proverbio: Chi semina vento, raccoglie tempesta. Il suo disappunto fu la ragione per cui mi fu chiesto di andare a vivere da loro a Firenze, mentre Vittorio fu costretto a arruolarsi nellEsercito a causa delle pressioni paterne.

Durante la sua assenza le sue lettere divennero la mia unica fonte di conforto. Scriveva parole dolci e appassionate, dipingendo il futuro che immaginavamo insieme. Poi, allimprovviso, il silenzio. Nessuna nuova per mesi, poi per un anno intero. Un compagno di corso, Sandro, mi avvicinò e, con dolcezza, mi disse: In amore, la distanza è come il vino: a volte migliora, a volte acceca. Non sapevo che lui stesso aveva una cotta per me e, in un gesto quasi cinico, aveva chiesto a Vittorio di smettere di scrivermi, perché intendeva sposarmi.

Ho accettato la proposta di Sandro, ho ricominciato gli studi, mi sono avvicinata ai miei amici, ma il ricordo di Vittorio non mi ha mai abbandonato. Lamore che mi aveva regalato era stato più di una semplice attrazione, era una vera fiamma. Nonostante ciò, ho messo da parte le lettere di Vittorio, le ho riposte in una scatola e le ho chiuse, come se volessi chiudere anche un capitolo della mia vita.

Sandro è diventato mio marito. Abbiamo avuto due figlie, Aurora e Bianca, e la nostra routine quotidiana, fatta di lavoro, scuola e cura dei piccoli, è diventata la mia realtà. Non cè più spazio per le grandi passioni, ma al contempo mi sento serena. Il tempo è passato, e ora, dopo trentacinque anni, la nostra famiglia si è disgregata: le figlie hanno le loro vite, le mie relazioni con Sandro sono fredde, e lui ha trovato una compagna al di fuori del matrimonio. Anchio mi sento sola, nonostante la casa piena di ricordi.

La notizia più dolorosa è stata scoprire che Vittorio si era risposato con unaltra donna, una certa Lara, e aveva avuto un figlio, Leonardo. Il suo destino mi è sembrato un eco distante del mio: entrambi abbiamo cercato di ricostruire la vita senza la presenza dellaltro, ma senza la gioia di un vero amore.

Stasera, mentre rileggevo lultima lettera di Vittorio, le lacrime e il sorriso si sono mescolati. Ho sentito un bisogno urgente di sapere dove fosse adesso, che fine avesse fatto la sua vita. Ho preso una penna, ho scritto una breve missiva al suo vecchio indirizzo, chiedendo di incontrarci al caffè che sorge di fronte al mio edificio. Senza pensarci troppo, ho infilato la busta nella cassetta postale più vicina.

Il mattino dopo, ho iniziato a rimproverarmi: «Perché sono così sciocca?». Nel frattempo, Vittorio, tornando a casa, ha trovato la busta nella sua cassetta. Il suo nome sul francobollo lo ha sorpreso; era passato tanto tempo che non leggeva più lettere. Ha aperto la busta, ha letto il mio invito, e il tempo sembrava essersi fermato.

Alle tre del pomeriggio, al caffè, latmosfera era silenziosa, quasi sacra. Solo un tavolino vuoto al centro, e dietro di esso una donna che mi guardava con lo stesso sguardo di un tempo.

«Ginevra», ha sussurrato Vittorio, quasi timidamente.

«Sì», ho risposto, guardandolo negli occhi. Quegli occhi mi ricordavano tutto ciò che avevo provato: gioia, dolore, speranza. Abbiamo parlato, pianto, riso. Il tempo non ha cancellato le nostre emozioni, le ha solo trasformate.

Uscimmo dal caffè mano nella mano, decidendo di non lasciarci più. Da quel giorno, sono passati quasi cinque anni; oggi viviamo insieme a Venezia, affittando un piccolo appartamento sul Canal Grande. Condividiamo ogni giorno, ogni piccola gioia, ogni ricordo, sapendo che lamore vero non muore mai, solo si nasconde dietro le pieghe del tempo.

Mi sento finalmente completa.

Ginevra.

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