L’Ultima Sfida

Lultimo intervento

Fin dal primo mattino non riuscivo a scrollarmi quella strana sensazione che qualcosa stesse per succedere.

Qualcosa di brutto

Per prima cosa chiamai mia madre e lei, la signora Patrizia Vettori, mi rassicurò che stava benissimo:

La pressione è perfetta, la testa non mi fa male. Perché questa domanda?

Nulla, solo per scrupolo risposi. Ora devo prepararmi per andare al lavoro. Mi raccomando, se cè qualcosa chiamami tu.

Va bene, non preoccuparti.

Il colloquio con lei sarebbe dovuto bastare a tranquillizzarmi, ma non fu così: quel presentimento non se ne andava e il cuore restava in agitazione.

Non riuscivo a capire da cosa derivasse, dato che non cera nulla che mi desse reale motivo di ansia.
Certo, con un lavoro come il mio può capitare di tutto, soprattutto di lunedì e si sa, il lunedì non perdona.

Finito il caffè, guardai lorologio: erano le sei e mezza. Mi vestii in fretta, preparai uno spuntino da portare via e uscii di casa per andare in servizio.

*****

Allingresso della centrale incontrai Nicola, lautista con cui avrei girato per tutta la città quel giorno. Quando mi vide, mi salutò calorosamente con la mano; io risposi con un cenno stanco.

Ma Elisa, che faccia cupa hai stamattina? rise Nicola accendendosi una sigaretta. È successo qualcosa?

No, Nico. Per ora nulla. Ma sento che succederà qualcosa, mormorai pensieroso.

Ma dai Come ti vengono questi pensieri alle sette di mattina? Hai dormito poco?

Non dissi nulla. Alzai semplicemente lo sguardo verso il cielo. Era tutto coperto da nuvole grigie: da un momento allaltro sarebbe venuto giù un acquazzone.

Non ho mai amato la pioggia, neppure da bambino

Forse il motivo è questo, magari non è un presentimento ma solo il malumore portato dal tempo brutto. Per un attimo sorris, sollevato per aver forse trovato la causa delle mie preoccupazioni.

Ma subito dopo, la stessa inquietudine tornò, più intensa di prima.

Buona giornata di turno, ragazzi! urlò Allegra, la ragazza che ci passò accanto di corsa.

Nicola, sentendo questa frase, tossì per il fumo e, ripresosi, le fece un gesto con il pugno chiuso; Allegra sbarrò gli occhi per lo spavento.

Oddio scusate Non ci ho pensato, si giustificò col viso colpevole.

Era stata assunta come soccorritrice solo la settimana prima e non aveva ancora imparato che augurare buon turno allinizio di una giornata porta decisamente male.

Ecco, ora sì che succederà qualcosa, bisbigliai, sentendo un brivido freddo lungo la schiena.

Porta male, mugugnò Nicola gettando il mozzicone nella lattina di metallo.

*****

Mi ritrovai a mordere nervosamente il labbro ogni volta che la centrale spediva sul tablet un nuovo indirizzo, accompagnando la notifica con una chiamata in viva voce:

Uomo, 35 anni, lamenta forti mal di testa. Dalla voce sembra abbia difficoltà a parlare. Potrebbe trattarsi di un ictus.

Ci mancava solo questo pensai tra me. Sì, chi lavora sullambulanza deve essere pronto a tutto, però

Ogni chiamata la sentivo come se mi toccasse nel profondo e la sofferenza, soprattutto quando si tratta di casi gravi, mi segnava. E con lictus lesito può essere fatale.

Specialmente oggi

Per fortuna, quando arrivammo dal paziente, non era nulla di così serio.

Parlava in modo confuso solo perché aveva passato la notte a festeggiare il compleanno di un amico e il mal di testa era tutto post-sbornia. Gli diedi una compressa e gli consigliai di dormire.

E se bevo una birretta, passa meglio? chiese speranzoso luomo, stringendosi la testa tra le mani.

Assolutamente no! Peggiorerai soltanto. Se vuoi vivere bene, meglio smettere del tutto con lalcol.

Mentre uscivo di casa sua tirai un sospiro di sollievo. Nulla di grave, per fortuna.

Forse Nicola aveva ragione e quel brutto presentimento altro non era che stanchezza e stress accumulato. Stavo iniziando a calmarmi quando il centralino ci instradò al cimitero.

Dove? domandò sorpreso Nicola.

Al cimitero, risposi mestamente, stringendo il tablet nelle mani.

Quella mattina, al cimitero cittadino, si teneva il funerale di un attore molto conosciuto della nostra città (strano, non ne avevo mai sentito parlare).

Cera una folla grande.

Giovani e anziani. Uomini e donne. Alcuni stavano in silenzio con i garofani in mano, altri piangevano. Qualcuno ricordava il defunto con parole gentili.
Attendevo ogni secondo che succedesse qualcosa. Nicola, nel frattempo, fumava spesso.

Ma per fortuna, nessun intervento: la nostra presenza si rivelò inutile.

Poi ci furono tante altre chiamate: tutte di routine, quelle che quasi ogni giorno si ripetono.

E così, in un soffio, passarono quasi 12 ore, e il turno si stava per concludere.

Ancora una decina di minuti e finalmente saremmo tornati alla nostra centrale.

Sognavo già la doccia, il letto e un po di pace. E domani, si spera, lumore sarebbe stato migliore.

Per sicurezza, chiamai per la decima volta mia madre per sapere come stesse.

Tutto bene, mi rispose Patrizia Vettori. Ora ceno guardando la TV.

Allora, comè andata con tua mamma? domandò Nicola appena rimisi il cellulare in tasca.

Tutto bene.

Hai visto! sorrise a trentadue denti Nicola. Te lo dicevo che sarebbe andato tutto bene. E invece: brutto presentimento, brutto presentimento

Eppure, Nico, ce lho ancora dentro Non so spiegarmi cosa mi agita tanto.

Ti consiglio di prendere un animale, credimi. Fanno miracoli contro lo stress.

Stai scherzando?

Macché! Io ho il mio gatto, Peppino. Quando torno a casa mi salta in grembo, comincia a fare le fusa E io mi sento subito meglio, svanisce ogni pensiero negativo. Poi dormo come un bambino.

Nico, ma con i miei turni che animale vuoi che prenda? Quando faccio i 24h chi lo guarda? Tu almeno hai moglie e figli. Io vivo da solo.

Stavo per aggiungere altro ma il tablet silluminò e sentii la voce della centrale:

Elisa, scusa, ma il tuo turno non è finito: cè un ultimo intervento. Via Foscolo, 23. Appartamento un attimo…

Non sarà mica il quarantotto?

Sì, giusto, il 48. Come fai a saperlo? si stupì la dispatcher.

Ma lì vive il signor Ferdinando Berni. Ormai lo vado a trovare come se fossi di casa. Che succede, di nuovo problemi di cuore?

Sentii un sospiro pesante al telefono che mi fece subito gelare il sangue.

È morto, Elisa Da stamattina, pare. La polizia è già lì, anche voi dovete esserci, sai perché

Lo so risposi, stranamente distante.

Con la mano tremante poggiai il tablet sulle gambe e guardai Nicola; anche lui aveva sentito tutto, quindi rimase in silenzio.

Poi mi disse:

Dispiace davvero per il signor Ferdinando. Da quello che mi hai raccontato, era una brava persona. Ma non è colpa tua, Elisa. Non voleva andare in ospedale, non si faceva vedere dai medici Non dipende da te, chiaro?

Mi appoggiai allo schienale e chiusi gli occhi. Per un momento rimasi immerso nei pensieri.

*****

Avevo conosciuto Ferdinando un mese e mezzo prima. Era stato lui a chiamare lambulanza: dolore forte al petto.

Ha detto che la porta è aperta, potete entrare direttamente, mi aveva avvisato la centrale.

Ricevuto.

Appena varcata la soglia, mi accolse un cagnolino minuscolo, più piccolo di una mano. Allinizio abbaiava coraggiosamente alla straniera poi, richiamato dal padrone, corse da lui tutto scodinzolante.

Era per strada, lho raccolto e adottato. Da allora, mi fa da guardia, sorrise Ferdinando tentando di alzarsi dal letto.

Resti sdraiato, lo fermai. E il cucciolo è davvero dolce. Me ne prenderei uno anchio, se potessi.

E perché non puoi?

Ho i miei motivi. Ma ora parliamo di lei. Da quanto ha dolore? È seguito da qualche medico?

Mi raccontò tutto. Problemi cardiaci da circa un anno, da quando era rimasto vedovo. Prima andava in ambulatorio, ora non più. Le cure non avevano funzionato, quindi

Mi sento peggio solo a stare in quelle file interminabili. E comunque i dolori vanno e vengono.

Può descriverli meglio?

Mah, niente di speciale. Fanno male per un po, poi passa. A volte prendo le gocce, altre la pastiglia sotto la lingua.

Quei rimedi danno solo sollievo temporaneo, sorrisi. Ora le faccio un ECG.

Trovai davvero anomalie al cuore e cercai di convincerlo a farsi ricoverare, ma fu irremovibile.

E il mio Bicio chi lo guarda? Meglio una pastiglia, va bene anche una puntura.

Questo serve solo a tamponare. Le consiglierei vivamente lospedale.

I suoi colleghi che sono venuti prima di lei hanno fatto sempre così, e sono ancora vivo, come vede. In ospedale non ci vado, al massimo mi faccio firmare il rifiuto.

Non sono mai riuscito a convincerlo, né la prima né le altre volte.

Ormai ai suoi interventi rispondevo solo io, e lui chiamava spesso: almeno una volta a settimana.

Vede, non è mai successo prima. Ora invece mi prende e non mi lascia.

Perché i problemi stanno peggiorando ogni giorno. Non segue nessuna cura. È ora di andare in ospedale

Mi dispiace, Elisa, non posso, accarezzava a lungo il cagnolino tra le braccia. Non ho nessuno cui lasciare Bicio. È ancora troppo piccolo.

E se le succede qualcosa, chi si occupa di lui? domandai.

Non succederà! E se sono sicuro che qualcuno buono si troverà. Ho già parlato con la mia vicina Elda, mi ha promesso che in caso controllerà lei. Le ho pure fatto vedere dove trovava i soldi.

I soldi? Perché?

Così può comprargli il cibo. So che tanti non prendono i cani randagi per problemi economici.

Era davvero una brava persona.

E ora tornavo da lui, ma questa volta per sempre. Non avrei più condiviso con lui qualche parola di conforto. Peccato

Quellintervento fu per davvero lultimo.

E, sinceramente, non ero daccordo con Nicola sul fatto che non fosse anche colpa mia. Lo era! Avrei dovuto convincerlo ad andare in ospedale. Avrei dovuto

Elisa, siamo arrivati.

Hm? solo allora sentii la mano posarsi pesante sulla mia spalla.

Siamo arrivati, ti dico.

Con le gambe di piombo salii al terzo piano, entrai nellappartamento dove cerano già il commissario ed Elda, la vicina, che conoscevo da altre chiamate.

Ricordavo quando a Ferdinando era venuto un malore proprio sotto casa. Non mollava Bicio per nessuna cosa e chiese a Elda di chiamare lambulanza. Così ci conoscemmo.

Buonasera Elisa.

Buonasera, signora Elda, sussurrai. È stata lei a chiamare la polizia?

Sì, certo. Chi altri? Stamattina il cucciolo abbaiava disperato. Mi chiedevo perché Ferdinando non lo portasse fuori come sempre, ma ho pensato che non avesse voglia. Dopo sono andata allorto e sono tornata tardi. Lui abbaia ancora e allora chiamo la polizia. Il commissario è venuto con il fabbro, hanno aperto e indicò la camera da letto.

Ho capito, grazie.

In camera da letto guardai a lungo Ferdinando, trattenendo le lacrime. Presto scrissi la relazione del decesso. Poi

ricordandomi qualcosa, controllai ogni stanza, la cucina, il bagno, persino il balcone.

Sta cercando qualcosa? chiese il commissario vedendomi aggirare.

Ci dovrebbe essere il cagnolino, ma non lo trovo. Per caso lha visto?

Piccolino? Sì, correva qui attorno, abbaiava e ringhiava, e rise. Ma credo che la vicina labbia preso.

Meno male! pensai, sollevato.

Tanto mi spaventava lidea che lavessero abbandonato per strada, sapendo quanto ci tenesse Ferdinando

Dopo aver salutato, uscii e mi decisi a passare da Elda, che era già rientrata sbrigando una scusa.

Elisa? si stupì Elda. È successo qualcosa?

Volevo solo ringraziarla per aver preso Bicio. Sta soffrendo molto?

Chi soffre?

Bicio È da lei adesso, vero?

Ah, il cucciolo? si rese conto. No, non lho tenuto. Che me ne faccio?

Ma il commissario ha detto che lei lha preso.

Sì, lho portato fuori, poi lho lasciato andare a giocare. Abbaia, mordeva anche il commissario. Meglio fuori che in un appartamento oramai vuoto. Tanto io lavoro e lui mi distrae. Mi veniva il mal di testa da quanto abbaiava.

Ma lha lasciato in strada?

Non lasciato solo fatto uscire. In casa non aveva più senso tenerlo. Il padrone è morto, che ci resta? E i soldi, non so nulla! Non mi ha mai detto dove teneva dei soldi per lui.

Ma Ferdinando diceva il contrario

Elisa, scusa, ora devo proprio andare. Il cucciolo, se vuole vivere, si arrangerà. Il mondo è pieno di brave persone, magari qualcuno lo prenderà.

*****

Di corsa scesi le scale, uscii nel cortile. Nel frattempo si era scatenato il temporale, grosse gocce iniziavano a scendere rapide.

Elisa, che fai sotto la pioggia? gridò Nicola. Vieni qui in macchina, ti bagnerai tutta!

Aprii la portiera, lasciai la valigetta dei farmaci ma poi

la richiusi subito.

Elisa, che succede? Nicola scese perplesso.

Nico, vai pure in centrale, il turno è finito. Io devo fare una cosa.

Quale cosa?

Cercare il cucciolo.

Quale cucciolo, Elisa? Me lo spieghi, per favore?

Gli riassunsi brevemente laccaduto. Nicola accese una sigaretta e ascoltò in silenzio.

Bicio non può essere andato lontano. Sarà qui vicino, capisci? Vai pure. Io resto e lo trovo.

Nicola gettò il mozzicone e mi guardò deciso:

No! Non ti lascio da solo qui. Sta iniziando a fare buio. Cerchiamo insieme Bicio.

Ma dai! Non puoi lasciare il mezzo!

Nessuno lo saprà, Elisa E non succederà nulla, vedrai.

Ci mettemmo insieme a cercare il cucciolo intorno ai palazzi. Dopo un po, ci raggiunse anche il commissario, incuriosito da noi.

Si offrì di aiutare e accettai volentieri, quasi sorpreso dalla gentilezza.

Trovato! sentii la voce esultante di Nicola e corsi da lui.

Il commissario ci seguì in fretta.

Guarda qui Lo trovo e lui mi ringhia contro! faceva lo spiritoso Nicola, vicino a una panchina allaltro lato della strada, proprio di fronte alla casa di Ferdinando.

Quando arrivai, sospirai di sollievo: sotto la panchina cera proprio Bicio.

E davvero ringhiava a Nicola, che non riusciva ad avvicinarsi troppo.

Vieni qui, Bicio, dolce mio! dissi quasi in lacrime; o più probabilmente piangevo davvero, confondendo le lacrime con la pioggia sul viso. Mi hai riconosciuto, piccolo?

Il cucciolo riconobbe subito chi era spesso stata a trovarlo portandogli cibo.

Uscì piano da sotto la panchina, mi guardò con occhi tristi e si mise a guaire piano piano.

Lo so, piccolino. Il nostro Ferdinando se nè andato. Non cè più.

Nicola si voltò per nascondere le lacrime. Neppure il commissario alzò lo sguardo: daltronde, gli uomini non piangono.

Soprattutto, non in divisa.

Non potrò mai sostituire il tuo padrone, però sussurrai al cagnolino. Posso provarci, se vuoi. Vieni con me, ti va?

Bicio venne con me.

Perché aveva capito che non gli avrei mai fatto del male.
E poi anche lui odiava la pioggia

*****

Allinizio temevo di non farcela. Ma mamma mi aiutò tanto.

Durante i miei turni lunghi passava lei a casa mia per nutrire e portare fuori Bicio.

Nei giorni liberi ci trovavamo tutti al parco: io, mia madre e il mio cane.

Mai pentito di aver preso con me quel cucciolo abbandonato.

Da allora la mia vita ha acquisito un altro senso e ho imparato a capire anche Ferdinando, pur non approvando le sue scelte come medico.

Dopo un po, alla nostra famiglia si aggiunse qualcun altro.

Proprio il commissario con cui mi ero conosciuto allappartamento di Ferdinando: fin dal primo istante a lui ero piaciuta, ma le circostanze non erano certo le migliori.

Quando Valerio si presentò con un mazzo di fiori, sulla porta lo accolse Bicio.

Il cucciolo lo annusò, gli lanciò uno sguardo indagatore, poi abbaiò forte invitandolo ad entrare: la prova era superata.

Significava che la sua padrona era davvero al sicuro. A rischio, ormai, solo di essere finalmente feliceQuel giorno, capii che il vero significato degli ultimi interventi era proprio questo: imparare a lasciar andare chi deve partire, ma anche trovare la forza per accogliere ciò che resta, e proteggerlo.

Quando la sera tornavo a casa, stanca ma con Bicio che mi correva incontro e mamma che sorrideva dalla cucina, il peso sul petto si scioglieva un po di più. E nuove, sottili radici si intrecciavano sotto i nostri passi, radicandoci gli uni agli altri, pronti a ricominciare.

Certe notti, durante i temporali, Bicio si rannicchiava accanto a me nel letto, tremava appena, e io gli sussurravo parole che forse servivano più a me che a lui: Non sei solo. Siamo qui, insieme.

E fu così che, senza quasi accorgermene, quel brutto presentimento di cui avevo avuto paura si trasformò in qualcosa di diverso lintuizione che, anche nella perdita, si può ancora salvare qualcosa. Si può cominciare di nuovo, ogni giorno, anche se il cuore fa un pomale.

Perché, a volte, il miglior finale è solo un nuovo inizio sotto la stessa pioggia. E ogni intervento, anche lultimo, può diventare il primo passo verso una vita più vera.

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