Alessia odiava tutti. E soprattutto sua madre.

**Diario di Ginevra 12 ottobre 2026**

Oggi, con il cuore ancora gonfio di rancore, ho scritto su queste pagine tutto ciò che più pesa. Da bambina, lunica cosa che mi era chiara era che, quando avrei lasciato lorfanotrofio di Bologna, avrei dovuto trovare la mia madre e farle pagare ogni singola ingiustizia. Non mi sarei mai immaginata, allora, di dovermi fermare a respirare prima di lanciare il colpo finale.

Non ho mai pensato di correre verso di lei urlando:

Ciao, mamma!

Preferivo osservare da lontano, raccogliere ogni frammento di vendetta, soprattutto dopo tutti gli anni trascorsi in quel luogo freddo, dove le mie lacrime erano solo un rumore di sottofondo per una donna che viveva a sue spese. Non dubito che la mia madre, anche ora, continui a godersi la vita senza pensare a me.

Sono cresciuta nellorfanotrofio, perché così è iniziata la mia esistenza. Il personale mi spostava da una ala allaltra, a causa delle continue liti. Non importava se davanti a me cera un ragazzo o una ragazza: la violenza era il mio unico linguaggio. Mi rinchiudevano in una stanza di isolamento, mi privavano di dolci, ma lodio rimaneva lo stesso: verso gli educatori, verso i compagni, verso il mondo intero.

A quattordici anni ho smesso di picchiare. Non perché avessi scoperto una nuova dolcezza nel cuore, ma perché tutti avevano paura di me a tal punto da non avvicinarsi più. La noia ha iniziato a penetrare le mie giornate. Mi sedevo in un angolino remoto del cortile, guardando il cielo di Bologna, sognando il giorno in cui avrei rintracciato mia madre e lavrei fatta pagare.

Una sera, tra i rumori dei panni stesi, ho sentito una melodia strana, quasi un sussurro. Mi sono avvicinata al cespuglio di glicine dove, per caso, stava suonando il custode del cortile, un uomo di circa cinquantanni, dal volto segnato dal tempo. Il suo strumento era un flauto di legno, intagliato da lui stesso, dal suono triste e delicato, che mi ha trafitto lanima.

Ho inciampato nei cespugli, lui ha interrotto il suono e, guardandomi negli occhi, mi ha chiesto:

Vuoi imparare?

Il mio cuore, che finora aveva solo spazio per la rabbia, ha tremato. Io? Suonerò anchio? Mi sono avvicinata, curiosa, nonostante il dubbio. Luomo, che si chiamava Nicola Petrucci, mi ha iniziato a mostrare le note del suo flauto, raccontandomi che era lui a intagliarlo. Il suo gesto era un misto di umorismo e grazia, quasi una danza.

Quando le prime melodie sono comparse, mi sono ritrovata a stringere Nicola in un abbraccio. Era la prima volta che qualcuno mi guardava senza paura. Ho scoperto che aveva vissuto in una piccola casetta nei pressi dellorfanotrofio.

Non ho mai avuto una famiglia, Ginevra, mi ha detto. Una volta avevo una moglie, Katia, ma la vita lha portata via. Il figlio, Sergio, è morto in un incidente automobilistico. La mia casa era una piccola trinità in centro, ma dopo la morte della moglie lho lasciata a lui. Quando è andato via, mi è rimasta solo la memoria.

Le sue parole mi hanno colpito più di una fionda. Ho iniziato a odiare la sua nuora più di quanto non odiasse la mia madre. In un primo momento, il pensiero di vendicarmi di lei era più forte, ma la voce di Nicola, il suo sguardo gentile, mi hanno fatto cambiare rotta.

Un giorno mi ha chiesto:

Ginevra, fra un anno te ne andrai via da qui. Hai già deciso cosa vuoi fare?

Io, persa, ho risposto di no. Non ho mai pensato al futuro, solo a come vendicarmi della madre. Lui mi ha incoraggiata: Se vuoi vendetta, prima devi trovarla. Ma pensa a cosa ti servirà per farlo. E se poi cambierai idea, la porta resterà aperta.

Così ho deciso di studiare architettura. Ho passato un anno intero a prepararmi per lingresso al politecnico di Firenze. Il pensiero di una laurea mi sembrava un sogno lontano, ma al contempo una via di fuga.

Il giorno della partenza, sedute sulla panchina del cortile, ho pianto. Era la prima volta in anni che le lacrime scivolavano liberamente. Ho promesso a Nicola:

Tornerò a trovarti, ma prima devo completare gli studi.

Lui, con un sorriso assonnato, mi ha dato il suo vecchio flauto, come moneta di scambio per la nostra promessa.

Quindici anni dopo, a trentanni, mi sono sposata tardi, senza mai trovare qualcuno che capisse davvero chi ero. Ho avuto una figlia, Caterina, e quasi subito il matrimonio è finito. La sua presenza è stata il mio unico raggio di luce. Quando ho iniziato a guadagnare veramente, ho finalmente potuto avviare una ricerca sulla madre. Ho scoperto che era una donna sola, malata di cancro, a due mesi dal parto. I medici le avevano concesso solo un anno di vita. In una decisione disperata, aveva rinunciato a me nel reparto ostetrico. Nessun medico lha giudicata, ma il destino è stato crudele.

Ho visitato anche la sua tomba: un grande monumento con un angelo troneggiante. Spesso mi tornava in mente Nicola Petrucci; al ritorno a Bologna, però, il suo volto era scomparso tra le nuove pareti dellorfanotrofio, dove il direttore era cambiato e il personale era tutto nuovo.

Nei pomeriggi liberi, io e Caterina andavamo al parco. La piccola, con il suo sorriso contagioso, cercava di salvare il mondo con caramelle, pane e gelati per tutti i bambini e anatre. Un giorno, mentre eravamo al mercato, ha chiesto:

Mamma, compra un panino, un salame e qualcosa da bere.

Io, confusa, le ho risposto:

Chi è questo signore di cui parli?

È il signor Pietro, non ha una casa.

Chi è?

Caterina ha sorriso come a dire: Ti avevo avvisata. Ho esitato, ma ho comprato tutto. Siamo tornate al parco, dove un vecchio seduto sul prato suonava il flauto. Luomo, con un volto rigato dalla vita, era proprio Nicola. Accanto a lui cerano dei bambini; la sua presenza mi ha calmata.

Quella sera, sul divano, ho sentito di nuovo quella melodia: la stessa di quel primo incontro, che sembrava risuonare tra le pareti della mia casa. Ho corso nella stanza di Caterina, spaventata:

Mamma, ti ho svegliata?

Cosa è stato?

Caterina, con il flauto in mano, mi ha detto: Il nonno mi sta insegnando a suonare, ma non riesco a passare il ponte della melodia.

Lho ascoltata e, incapace di trattenere le lacrime, ho suonato lintera melodia, lasciandomi travolgere dal ricordo. Le lacrime mi hanno inondato gli occhi, ma il suo sguardo era quello di chi vede lamore riemergere dalle ceneri.

Le ho chiesto dove abitasse il signor Pietro. Mi ha indicato un laghetto dove, dietro i cespugli, cerano dei cartoni. Abbiamo corso verso di lui, gridando:

Nonno!

Nicola è uscito dal nascondiglio, sorpreso ma felice. Il suo sguardo mi ha trafitto: Ginevra, non può essere.

Mi ho avvolta in un abbraccio stretto. Tutto è possibile, ha mormorato, asciugandosi le lacrime, basta non lasciarsi inghiottire dai ricordi.”

Abbiamo camminato insieme verso casa, e lui, con la voce rotta dal tempo, ha detto:

Se non fosse per te, non avrei nulla. Quindi casa mia è la tua casa anche adesso.

Il viaggio è stato lungo, ma il suo cuore ha smesso di sanguinare. Ho capito che la vendetta non è una via, ma la riconciliazione con le persone che ci hanno dato loro stessi.

Ora, con letà, mi sento più leggera. Ho guadagnato abbastanza da permettermi lindipendenza, ma la cosa più importante è aver trovato un luogo dove il mio cuore può finalmente riposare: la casa di Nicola, il suono del flauto, e la risata di Caterina, che ogni giorno mi ricorda che la vita può ancora essere una dolce melodia.

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