Allora, alla festa non sarò invitato, figlia? Ti vergogni di me?

Nella penombra di un sogno italiano, una voce si insinua tra le pareti sbiadite di una casa romana: “Allora, non mi inviti al matrimonio, figlia mia? Ti vergogni di me?”

Federica si era innamorata di un compagno di scuola, Dario, durante l’ultimo anno di liceo. Non era niente di speciale, un ragazzo ordinario, finché l’estate non lo trasformò: spalle larghe, occhi profondi come il mare di Napoli. Un giorno, durante l’ora di educazione fisica, Federica si slogò una caviglia. Fu lui a portarla in braccio fino all’infermeria. Si strinse a lui, percependo per la prima volta la sua forza, il calore del suo corpo.

Da quel momento, furono inseparabili. In primavera, Federica scoprì di essere incinta. Dopo gli esami di maturità, si sposarono in municipio, con pochi testimoni e un anello d’argento. Dario lasciò perdere l’università e trovò lavoro in un cantiere a Milano. Poco prima di Capodanno, nacque la piccola Beatrice. Lui aiutava la giovane moglie: portava a spasso la bambina mentre lei cucinava, lavava i panni, o cercava di riposare. Poi, in primavera, partì per il servizio militare.

E poi, un’altra tragedia: il padre di Federica lasciò sua madre per un’altra donna. La madre si spense lentamente, come un fuoco senza legna. Un cancro fulminante, due mesi, e poi il silenzio. Federica restò sola con la bambina. La suocera passava ogni tanto, criticando la casa in disordine, lei trasandata, la bambina malvestita. Ma mai una mano tesa.

Fu la vecchia vicina, la signora Lucia, a offrirle un po’ di lavoro: pulire casa sua e fare la spesa per qualche euro. In cambio, teneva d’occhio Beatrice.

Federica sopravviveva come poteva. Finalmente, Dario tornò dall’esercito. Ma venne solo per dirle che il loro matrimonio era stato un errore, che l’amore adolescente era finito, che erano stati due sciocchi. La accusò di averlo incatenato con quella gravidanza. Lui voleva studiare, voleva vivere.

Restò sola con Beatrice. Nessuno a cui chiedere aiuto, nessuno con cui piangere. Si consumava per crescere sua figlia, mentre Beatrice fioriva, bella e intelligente. I ragazzi la corteggiavano, ma lei li respingeva tutti.

“Non ti piace nessuno?” chiedeva Federica.

“Perché? Matteo è carino. Anche Luca. Ma sono come noi, vivono di stipendi miseri. Io non voglio una vita così. Sono bella, e la bellezza ha un prezzo.”

“La bellezza svanisce, tesoro. Anche io ero bella, guarda cosa ne è rimasto. Dopo averti avuta, tutto è sparito.”

“Perché mi paragoni a te, mamma? Io non voglio figli, almeno non ora. Prima devo trovare un marito ricco, di successo,” la interruppe Beatrice.

“E dove lo trovi, un ricco? In questo paesino ci sono più dita in una mano che uomini benestanti. E poi, non sono soldi che fanno la felicità. I ricchi cercano donne come loro, non guardano una come te,” spiegava Federica.

“Non ho intenzione di restare qui. Dopo il liceo, vado a studiare a Roma. Lì ci sono più opportunità. A proposito, mi serve un vestito nuovo. E le scarpe. E un cappotto che ho visto in vetrina. Non posso presentarmi là come una stracciona.” Beatrice indicò l’abito per cui Federica aveva risparmiato mesi.

Prese un secondo lavoro, tornava a casa svuotata. Non aveva nulla per sé, solo per Beatrice. I vicini la lodavano: che figlia meravigliosa aveva cresciuto, da sola. Federica taceva sul prezzo pagato. Si allontanavano sempre di più, pur sotto lo stesso tetto.

Dopo il diploma, Beatrice partì per Roma, prendendo gli ultimi soldi di Federica. Si iscrisse all’università. Chiamava raramente, rispondeva a monosillabi: “Sto bene, sono occupata, mandami soldi.” In tutti quegli anni, non passò nemmeno due settimane a casa. Poi, durante l’ultimo anno, tornò improvvisamente.

“Mamma, mi sposo. Il padre di Lorenzo è un imprenditore. Vivono in una villa. Ho preso la patente. Dopo il matrimonio, mi comprerà una macchina…” raccontò, eccitata. Federica sorrideva, felice per lei.

“Che gioia, tesoro. Quando mi presenti lo sposo? Non ho niente da mettere per il matrimonio… Pazienza, chiederò alla signora Maria del quinto piano di cucirmi un vestito. Lavora in una sartoria. Quando sarà il grande giorno?”

Beatrice distolse lo sguardo. “Mamma… Ho detto ai genitori di Lorenzo che vivi all’estero, che non puoi venire.” Vedendo gli occhi della madre dilatarsi, si irritò: “Non potevo dirgli che fai le pulizie, che siamo povere! Non avrebbero capito, non ci sarebbe stato nessun matrimonio! Non lo capisci?”

“Quindi non mi inviti? Ti vergogni di me?” chiese Federica, ferita. “Che dirò alla gente?”

“Me ne frego della gente! Cosa hanno detto quando papà ti ha lasciata sola con me? Qualcuno ti ha aiutata? Se non vuoi che io viva come te, accetterai le mie condizioni e non verrai. Guardati: senza denti, vestita come una contadina…”

Le parole di Beatrice le trafissero il cuore.

“Non me l’aspettavo. Ho fatto tutto per te, rinunciato a tutto, e tu… Prima o poi scopriranno la verità. E allora?”

“Non la scopriranno, se non glielo dici tu.”

Federica pianse, ma accettò. Non le avrebbe rovinato la felicità. Prima che Beatrice ripartisse due giorni dopo, quasi non si parlarono. Madre e figlia ormai mondi lontani.

Restò sola. Il dolore le spezzò il cuore, la pressione salì. Un’ambulanza la portò in ospremissione. Durante il viaggio, si preoccupava di non aver preso ciò che le serviva. L’autista, un certo Marco, si offrì di passare a casa sua dopo il lavoro.

“Vivete modestamente. La casa avrebbe bisogno di una mano di vernice. Sei sola? Senza marito? Figli?” le chiese quando le portò le sue cose.

“Una figlia a Roma. Si sposa…” e senza volerlo, Federica raccontò la sua vita a questo sconosciuto.

Marco la visitò più volte, e quando fu dimessa, la riaccompagnò a casa con l’ambulanza. “Sei una donna buona. Mia moglie voleva sempre di più: una pellicola, un anello con diamanti. Alla fine, ha trovato uno più ricco. Mi manca solo mio figlio. Se vuoi, faccio io i lavori qui. So fare tutto.”

Federica esitava, ma Marco le portava fiori, le sorrideva. Dopo Dario, nessuno l’aveva guardata così. Si ricordò di avere solo quarant’anni. Quanto poteva vivere da sola? Accettò. Marco rinnovò la casa, trasformandola. Lei smise di lavorare il doppio, tornava a casa sorridendo.

Lui le chiese di sposarlo, ma Federica esitava. Temeva la reazione di Beatrice. Non osava chiamarla, dopo le sue parole.

Poi, una sera, qualcuno bussò alla porta. Era Beatrice, con una valigia.

“Che sorpresa! Resterai un po’?” esultò Federica.

Beatrice osservò la madre ringiovanita, la casa trasformata, una giacca da uomo appesa. “Non sei sola?”

“No. Tu non volevi che ti chiamassi… Marco è una brava persona. Guarda come ha sistemato la casa!”Ma quella sera, mentre piangevano abbracciate in cucina, Beatrice sussurrò: ‘Perdonami, mamma, ho capito solo ora che l’amore vero non ha prezzo, né indirizzo’.”

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