Dall’odio all’amore

Dallodio allamore

Alessio detestava i cani. Da quella lontana mattina in cui, grassottello, con i capelli rossi e gli occhiali, la cartella pesante di libri e quaderni, era stato circondato da un branco di randagi su un vecchio terreno abbandonato dietro i palazzi di Torino.

Il capobranco snello, nero, con strane macchie color rame sul muso puntava gli occhi nei suoi, fermi e cupi.

Il bambino, tra le lacrime, implorava i cani di lasciarlo andare. Sbriciolava per loro le focaccine con la mortadella che non aveva mangiato a scuola, ma i cani non cedevano; immobili, aspettavano.

Il capo, a ogni minimo movimento di Alessio, sollevava il labbro destro e, mostrando zanne biancastre e aguzze, emetteva un ringhio profondo e rauco.

Lo tennero accerchiato per quasi due ore. Improvvisamente, il cane nero puntò lorecchio destro allindietro, prese fiuto e, silenzioso, si scagliò nella direzione del boschetto dietro i fabbricati.

I cani lo seguirono, come una catena snodata, sparendo uno dopo laltro tra i pini e le fronde.

Alessio si asciugò le lacrime col dorso della mano, afferrò più stretto la cartella e corse verso casa.

Ma a casa non arrivò mai. Il vecchio edificio di legno dove viveva con la sua famiglia e pochi vicini stava ormai diventando brace era scoppiata la caldaia a gas.

Nel rogo era morto il nonno, il padre del padre di Alessio, che lui chiamava nonnetto.

Il nonnetto un tempo era stato marinaio, temprato da venti e tempeste mediterranee. Aveva baffi e barba bianchissimi che radeva solo una volta lanno, dopo lEpifania. Poi lasciava crescere la barba, la intrecciava come una piccola treccia fissata con un elastico colorato, a volte la lanciava semplicemente dietro lorecchio.

Dopo la morte del nonno, assieme allincontro con i cani, Alessio per mesi balbettò.

La seconda volta che una creatura a quattro zampe gli si è fatta troppo vicina, era cresciuto ormai: magro, alto, in terza media, gli occhiali sostituiti dalle lenti a contatto. Quella sera aveva accompagnato a casa la reginetta della classe Elisabetta Tonelli. Elly era ammirata da molti, ma dietro di lei era sempre pronto a spuntare Simone, il bullo, bocciato due volte, temuto da tutti. Alessio, invece, aveva osato scortarla.

Il cane comparve dimprovviso: grosso, ululava, spingendo via Alessio dalla ragazza. Lui indietreggiava piano, obbedendo alla pressione della bestia. Quando Elisabetta svoltò dietro il portone di casa, anche il cane scomparve in cortile, portando via con sé il pericolo.

Alessio sospirò, solo, e tornò verso casa.

Il giorno dopo, durante matematica, ricevette un bigliettino secco e tagliente:

Non aspettarmi più. Ieri Simone voleva picchiarti. Scusami.

La simpatia con Elisabetta si dissolse, e lastio verso i cani in Alessio crebbe ancora.

Passarono gli anni. Alessio diventò un uomo. Si laureò con lode a Milano, fondò unazienda, e i suoi affari presero a girare a meraviglia. Guadagnava bene, stringeva mani nelle migliori sale di Milano. Anche la fortuna in amore bussò alla porta: la bella Elisabetta, di cognome ora Tonelli, divenne sua moglie e insieme ebbero un bambino, Massimo, chiamato così in onore del nonno. Il piccolo, otto mesi di tenerezza, non balbettava ancora, ma seduto nel passeggino sorrideva solo ai cani, e ogni volta faceva:

Bau, bau!

Quella domenica Alessio passeggiava con Massimo a Parco Sempione, raccontandogli delle cinciallegre che venivano a becchettare i semi nella mangiatoia, delle scoiattoline che, scese dai pini, prendevano la nocciola direttamente dal palmo della sua mano.

Era ora di andare. Uscendo dal parco, Alessio spinse il passeggino verso le strisce e, aspettando che il semaforo fosse verde, iniziò ad attraversare.

Da dove spuntò quella barboncina fulva, nessuno lo saprà mai!

Abbaiava come una forsennata, saltava intorno a loro, impedendo il passaggio; sembrava che gridasse con tutto il fiato che aveva in gola.

Nello stesso istante, unauto sfrecciò a un soffio dal passeggino, schiantandosi sul marciapiede e contro un lampione.

I ragazzi in macchina balzarono fuori e si dispersero tra le urla.

Alessio respirava a fatica, il cuore batteva così forte che quasi i passanti lo sentivano.

Della barboncina nessuna traccia, la folla accorreva verso la macchina. Un signore prese Alessio per il braccio:

Tutto bene? Non vi ha toccato lauto? due occhi pieni di paura lo fissavano.

Alessio, quasi mugolando, fece no col capo: il bimbo era salvo, il passeggino anche. Nessun danno.

Non ricordava come arrivò a casa. Decise di non dire nulla a Elisabetta; perché agitare la moglie, visto che tutto era finito bene? Eppure, qualcosa dentro di lui si smosse quella sera, pensando alla barboncina marrone che aveva salvato suo figlio. Lo sfiorava una strana gratitudine.

Restò in silenzio fino a tardi, rivedendo nella mente gli episodi dei cani. Ora capiva: quei cani non lavevano mai minacciato davvero; volevano solo proteggerlo, a modo loro. Elisabetta lo osservava di sottecchi, sorpresa dalla sua improvvisa malinconia, ma non chiese nulla.

La sera, uscirono tutti insieme nel cortile, per una passeggiata prima della nanna. Nei pressi delle panchine, un gruppetto di vicini bisbigliava. Passando, Alessio udì:

Che ne facciamo adesso? A chi lo diamo, poverino?

Sbirciando oltre la spalla di un vicino, vide una scatola sulla panchina. Dentro, un minuscolo cucciolo. Non aveva gli occhi segno di un difetto dalla nascita. La gente bisbigliava, esitante.

Elisabetta, col passeggino, si allontanò per aspettare il marito poco più in là.

E come si fa ora?
Dove lo mettiamo? Così malmesso…
Io non potrei mai tenerlo… sussurravano.

Alessio si fece avanti. Il piccolo nella scatola era di un marrone caldo, da cioccolato. Quattro lamenti flebili, il muso girato di qua e di là, cercava lodore della madre. Ma solo vento fresco, nessuna carezza.

Alessio si fermò, poi sciolse la sciarpa dal collo era ancora primavera, ma la sera rinfrescava.

Pianissimo, prese il cucciolino con entrambe le mani e lo sollevò: anche le zampine di dietro erano un po storte.

Una signora trattenne un singhiozzo.

Avvolse il cucciolo cieco nella sciarpa, appoggiandolo come si fa con un neonato. Sussurrò:

E allora, piccolino, sembra sia arrivato il nostro momento… Su, conosciamo la nostra mamma: è buona e generosa. E in frigo trova sempre il latte.

Si diresse verso la giovane donna che lo aspettava vicino al passeggino, lo sguardo colmo daffetto, come in un sogno dove la notte confonde e scioglie le antiche paure.

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