Ho perso il portafoglio. Me lo ha restituito un uomo il cui volto avevo visto nelle foto di famiglia. Ma nessuno mi ha mai detto chi fosse

Avevo perso il portafoglio. Restituìmelo un uomo, il cui volto conoscevo da vecchie fotografie di famiglia. Ma nessuno mi aveva mai detto chi fosse.

Successe tanti anni fa. Ero rientrata a casa dopo aver passato il pomeriggio nello storico centro di Bologna; solo allora mi accorsi che il portafoglio non cera. Febbrili controlli nella borsa, nelle tasche del cappotto, dentro la macchina. Nulla. Carte, documenti, contantitutto svanito. Denunciai la perdita ai carabinieri, bloccai i conti, arrabbiata con me stessa, tremando come non mi era mai capitato.

Due giorni più tardi, suonò il citofono. Signora Caterina Bianchi? domandò una voce grave. Credo di avere qualcosa che vi appartiene. Ho trovato un portafoglio. Posso salire?

Scivolai giù per le scale con il cuore in gola. Davanti al portone mi attendeva un uomo detà, forse intorno ai settantanni. Ben curato, capelli bianchi, un cappotto blu scuro. Stringeva in mano il mio portafoglio.
Era sulla panchina fuori dalla galleria disse. Devessere stato lasciato lì volontariamente, temo.
Lo ringraziai, invitandolo per un tè.

Rifiutò. Ma prima di voltarsi, mi fissò con attenzione e domandò:
Come si chiama? Davvero Caterina?
Incuriosita annuii.
Sorrise amaramente. Me lo immaginavo. Ha lo stesso sguardo di Livia.

Mi bloccai. Mia madre si chiamava Livia.

Mi scusi, lei conosceva mia madre? domandai.
Fece un passo indietro. Non dovrei Ma non pensavo che la assomigliasse così tanto. Mi scusi. E stava già per andare, ma mi affrettai:
La prego, aspetti. Il suo volto lo vedo da sempre. In una foto nel cassetto di mamma. Diceva fosse qualcuno di un tempo lontano. Ma mai aggiunse altro.

Si fermò, sospirando.
Ero molto legato a vostra madre. Tanto tempo fa disse a bassa voce. Molto legato.

Lo invitai ad entrare.

Ci sedemmo in cucina. Non toccò neppure il tè.
Vostra madre era la mia fidanzata. Allepoca, nel 1972, dovevamo sposarci. Poi accadde qualcosa.
Rimasi senza parole.
Mio padre era contrario, la famiglia mi fece pressione. Io fui vile. Partii per la Svizzera, la lasciai sola. Quando tornai, era già con un altro uomo. Non mi volle più vedere. Fu allora che seppi che era incinta. Ma nessuno volle mai confermarmi se la bambina fosse mia.

Mi guardò in silenzio.
E lei, cosa ha fatto?
Una volta andai sotto casa sua. Vi vidi da lontano. Tu avevi forse tre anni. Somigliavi tutta a lei. Ma mi nascosi. Non trovai mai il coraggio. Per anni vi ho seguito da lontano. Una volta ti vidi al cimitero. Lo so, è folle. Ma non volevo mai sconvolgere la tua vita.

Non sapevo cosa dire.
Dunque vuol dire che potrebbe essere lei mio padre?
Annui. Non chiedo nulla. Volevo solo sapere se sei felice.

Parlammo ancora a lungo. Di vita, di scelte, di come un solo istante di viltà possa cambiare tutto. Quando se ne andò, lasciò sul tavolo un biglietto con il suo numero di telefono. E una busta. Dentro cera una vecchia fotografia di mia madre stretta a lui, giovani e felici. Dietro, una scritta sbiadita: Per sempre – B. 1971.

Passarono settimane. Feci il test del DNA. Confermò che ero sua figlia.

Non lo raccontai a nessuno, se non a mio marito. Mio padre, quello che mi ha cresciuta, non cè più da anni, e mamma portò con sé il segreto nella tomba. Ma adesso so qualcosa in più. E so che lamore, anche se non detto, lascia tracce. A volte nascoste in fondo a un cassetto. A volte negli occhi di uno sconosciuto che, dopo decenni, ti restituisce il portafoglio e la tua storia.

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