Prima che sia troppo tardi: una figlia tra paura, responsabilità e silenzi nella Milano di oggi, fra…

Finché è in tempo

Alessandra teneva una busta con le medicine in una mano, una cartellina con referti nellaltra e faceva del suo meglio per non far cadere le chiavi mentre chiudeva la porta dellappartamento di sua madre a Torino. La mamma era in corridoio, ostinata a non sedersi sullo sgabello anche se le gambe le tremavano come dopo una camminata di Ferragosto.

Da sola ci riesco, disse la mamma allungando una mano verso la busta.

Alessandra la scansò con la spalla, gentile ma decisa, proprio come si fa con i bambini che vogliono pasticciare con pentole e fornelli.

Adesso ti siedi. E non discutiamo, tagliò corto.

Quel tono, Alessandra lo conosceva bene: saltava sempre fuori quando il mondo si sfaldava e bisognava almeno mettere ordine nei documenti, nelle scatole di pillole, nella lista delle telefonate. Alla mamma quel tono non piaceva, ma oggi non discusse: il silenzio, però, pesava come un panettone dopo Natale.

In salotto, il papà era seduto vicino alla finestra, in camicia da casa, il telecomando in mano ma la tv rigorosamente spenta. Guardava il vetro, non il cortile, come se dietro i doppi vetri trasmetessero un altro canale solo per lui.

Papà, Alessandra si avvicinò. Ho portato quello che ha prescritto il dottore. E qui cè limpegnativa per la tac. Domattina andiamo.

Il papà annuì, seria come la firma in fondo a un contratto daffitto.

Non occorre portarmi in giro, borbottò. Ci vado da solo.

Da solo proprio no, intervenne la mamma, ma subito abbassò il tono, come se si fosse spaventata della sua voce. Vengo io con te.

Alessandra avrebbe voluto replicare che la mamma non avrebbe mai retto le code, che finirebbe con la pressione alle stelle e poi a letto senza lamentarsi mai. Ma tacque; dentro, intanto, saliva un fastidio: perché ricade tutto su di lei? Perché nessuno riesce mai a fare semplicemente ciò che serve?

Sistemò i fogli sul tavolo, controllò le date, spillò insieme gli esiti delle analisi della settimana prima. Si risentiva addosso la solita fatica da responsabile di tutto: quarantasette anni, famiglia sua, lavoro, mutuo addosso al figlio, eppure ogni emergenza dei genitori la risucchiava in prima fila anche senza nomina ufficiale.

Il telefono squillò: sul display, il numero della ASL. Si rifugiò in cucina e chiuse piano la porta.

Alessandra Sarti? voce giovane, formale, quasi gentile. Sono loncologo della struttura. Sui risultati della biopsia…

La parola biopsia ormai era nota, eppure suonava sempre straniera, come una pubblicità in inglese a metà fra i cartoni e il tg.

…cè un sospetto di processo maligno. Serve un approfondimento urgente. So che è dura, ma il tempo conta.

Alessandra si aggrappò al bordo del tavolo della cucina per non abbandonarsi sulla seggiola. La mente proiettava a raffica immagini non richieste: corridoi bianchi dospedale, flebo, facce sconosciute, la schiena della mamma coperta da uno scialle. Dalla sala sentì il colpo di tosse del papà, che divenne subito la molla che inchiodava tutto.

Sospetto… ripeté. Quindi non è sicuro, ma…

Diciamo che la probabilità è alta. Le consiglio di non aspettare, rispose il medico. Domattina venga subito con i documenti, laccolgo anche senza appuntamento.

Alessandra ringraziò, appese e rimase lì qualche secondo a fissare il fornello spento, quasi aspettasse di trovare lì il libretto distruzioni della vita.

Quando riapparve in salotto, la mamma la fissava già.

Dimmi, ordinò.

Alessandra aprì bocca e le parole uscirono secche.

Sospetto tumore. Hanno detto di fare in fretta.

La mamma si sederà finalmente. Il papà sembrava di marmo: solo le nocche si strinsero sul telecomando finché sbianchirono.

Eccoci qua, sussurrò. Lho fatta lunga, eh.

Alessandra avrebbe voluto protestare: «non dire così», «non è sicuro», ma in gola aveva una collana di nodi. Si rese conto di quante cose nella loro famiglia si tenevano insieme solo non pronunciando mai le paure. Ora che la parola era saltata fuori, anche i muri sembravano più sottili.

Quella sera Alessandra tornò a casa ma non riuscì a coricarsi. Il marito dormiva, il figlio chiacchierava su WhatsApp in camera, e lei, in cucina, attaccava una lista: che carte servono, quali esami rifare, chi chiamare. Prese il telefono, chiamò il fratello.

Sandro cercò di mantenere la voce piatta. Hanno un sospetto sul papà. Domani andiamo al centro.

Sospetto cosa? la domanda era più distratta che preoccupata.

Tumore.

Lattesa fu lunga quanto il traffico sullautostrada A4.

Non posso domani, rispose Sandro alla fine. Ho il turno.

Alessandra chiuse gli occhi. Sapeva che lavorava davvero, che non era padrone e non poteva sparire così. Ma dentro ribolliva unantica ondata: lui non può sempre, lei invece può per forza.

Sandro, stavolta la voce le tremò. Non è questione di turno. È questione di papà.

Arrivo la sera, fu la risposta fulminea. Lo sai che io…

Lo so, tagliò Alessandra. So che sei capace di svanire quando cè da aver paura.

Se ne pentì subito, ma la parola restò lì. Il fratello tacque, poi sbuffò.

Non cominciare, disse. Tu vuoi sempre avere tutto sotto controllo. Poi però ti lamenti.

Alessandra lasciò cadere la linea. Si sentì improvvisamente svuotata. Ascoltò nelle tenebre il motore del frigo mentre pensava che, proprio quando cè paura, salta fuori tutto il resto.

Il mattino dopo partirono in tre verso il centro sanitario: Alessandra guidava, la mamma accanto, il papà dietro con la cartella in mano come se fosse un tesoro o almeno una forma di Parmigiano. In accettazione Alessandra compilava moduli, esibiva carta didentità, tessera sanitaria, impegnativa. La mamma cercava di intervenire ma si impicciava fra cognomi, codici, e date. Il papà restava defilato, muovendo lo sguardo sui presenti: crani rasati, foulard, visi grigi. Non sembrava pietà quella nei suoi occhi, ma una cupa complicità.

Alessandra Sarti, la chiamò uninfermiera. Accomodatevi.

In ambulatorio, il medico sfogliava i fogli con la velocità imperturbabile di un agente dellagenzia delle entrate. Alessandra fissava quelle dita cercando di cogliere dal viso quanto nera fosse la situazione. Il dottore parlava piano, ma le parole arrivavano come trappole: aggressività, stadiazione, va chiarito. Il papà dritto come durante una riunione di condominio.

Rifaremo parte degli esami disse il dottore. E ripeteremo la biopsia. Succede che il materiale sia poco.

Quindi non è sicuro? chiese Alessandra.

In medicina la sicurezza al cento per cento esiste solo dopo la conferma, spiegò. Siamo tenuti a comportarci come fosse grave.

Quella frase ferì più del sospetto. Comportarsi come se il tempo scappasse. Alessandra avvertì il solito scatto dentro: quando serve correre, tutto il resto va in pausa lavoro, spese, fatica annullata per decreto famigliare.

I giorni seguenti si confondevano luno nellaltro: la mattina, telefonate e code; il pomeriggio, scartoffie e firme; la sera, la cucina dei genitori dove si fingeva dessere solo segretarie della logistica sanitaria.

Prendo un permesso, annunciò Alessandra mentre versava la minestra. Al lavoro sopravvivranno.

Non serve, rispose il papà. Hai la tua di vita.

Papà, piazzò davanti a lui la scodella. Non è il momento di fare leroe.

La mamma la fissava e Alessandra notò che il labbro inferiore le tremava. La mamma, che aveva retto tutto: i licenziamenti del papà negli anni Novanta, il divorzio di Alessandra, le marachelle di Sandro. Sempre forte, così forte che nessuno si domandava mai come davvero stesse lei.

Non voglio che la mamma cominciò, poi si zittì.

Che cosa? domandò Alessandra.

Che dopo… afferrò il cucchiaio forte. Che dopo non vi parliate mai più.

Alessandra avrebbe voluto dire che tanto già ora cerano cose mai perdonate, solo mai dette, ma preferì non insistere.

Quella notte faticò a dormire. Ascoltava il respiro del marito e ripensava a come papà invecchiava. Rivide, come in VHS, quando da bambina lui la sorreggeva per imparare ad andare in bicicletta. Allora non aveva paura di cadere: sapeva che lui stava lì. Adesso invece era lei a tenere il manubrio, ma sentiva di sorreggere, da sola, tutto il palazzo.

Al terzo giorno, Sandro si presentò finalmente, con una busta di mele e un sorriso colpevole.

Ciao, esordì.

Ciao, rispose Alessandra, rigida come un Grissino.

Sedettero in cucina: la mamma affettò le mele, il papà in silenzio. Sandro si mise a parlare di lavoro, come se riempire il silenzio con le cianfrusaglie potesse tenere lontana la realtà.

Sandro, sbottò Alessandra. Hai capito cosa sta succedendo?

Sì, lui tagliò corto. Non sono scemo.

E allora perché ieri non sei venuto? la voce di Alessandra si alzava. Perché scegli sempre quello che ti conviene?

Sandro impallidì.

Perché qualcuno deve pure lavorare, disse. I soldi mica crescono sullulivo! Tu hai sempre tutto organizzato, tutta vita pianificata, ma io…

Ma tu cosa? Alessandra si avvicinò. Sei un uomo adulto, Sandro. Non più un ragazzino.

Il papà alzò la mano.

Basta, disse a bassa voce.

Ma Alessandra ormai aveva aperto la diga: rabbia, paura per il papà, rancori sedimentati da anni per Sandro, la mamma, se stessa.

Tu sei sempre scappato nei momenti duri, disse. Quando la mamma era ko con la pressione, quando papà quando beveva troppo, ricordi? Sparivi. E io restavo.

La mamma pose il coltello sul tagliere, secca.

Non parliamone più, supplicò. È passato.

Passato, ripeté Alessandra. Ma non dimenticato.

Sandro colpì il tavolo con il palmo.

Credi che per me fosse facile restare? ringhiò. A te piace essere la regina delle emergenze! Vuoi che tutti dipendano da te, così poi puoi rimproverarli.

Quelle parole centrarono una fessura che Alessandra evitava da una vita. In effetti, essere indispensabile ti regala un potere sottile. E un fastidio ancora più sottile.

Non vi odio, provò a dire, ma non ci credette nemmeno lei.

Il papà si alzò, a rallentatore, come se ogni gesto richiedesse pianificazione.

Pensate che io non veda? domandò. Credete che non capisca che vi dividete la mia vita come uneredità. Come fossi già…

Non terminò la frase. La mamma gli afferrò la mano.

Non dirlo, sussurrò.

Improvvisamente Alessandra vide suo padre come un uomo, non il papà, uno che si siede nelle sale dattesa, ascolta diagnosi altrui e cerca di sembrare invulnerabile. Si vergognò.

Il telefono vibrò: il numero del laboratorio dove avevano fatto le analisi.

Pronto? rispose Alessandra.

Alessandra Sarti? la voce era diversa: stanca, non medica. Siamo dal laboratorio. Cè stato un errore con la codifica dei campioni. Stiamo verificando, ma cè la possibilità che i risultati di suo padre siano stati confusi…

Allinizio non colse il senso. Le parole errore e confuso non quadravano col mondo reale.

Scusi, cosa significa confusi?

Abbiamo riscontrato discrepanze nei codici a barre, spiegò la voce. Vi chiediamo di rifare tutti gli esami domani mattina, gratuitamente. Anche la biopsia sarà rivista. Ci scusiamo.

Alessandra rimase a fissare il telefono come se dovesse comparire dal vivo la conferma che aveva capito bene.

Cosa succede? chiese Sandro.

Hanno… disse piano. Hanno sbagliato i risultati. Potrebbero non essere di papà.

La mamma si coprì la bocca. Il papà si risedette di colpo, sfiancato.

Allora Sandro respirò. Forse non è…

Alessandra annuì. Ma la sensazione non era gioia, solo vuoto: come se qualcuno avesse spento la sirena, e ora, nel silenzio, tutto ciò che si erano detti risuonasse a volume doppio.

Il giorno dopo tornarono in laboratorio. Alessandra guidava i genitori, Sandro perse il tram e li aspettò fuori. Nessuno fece battute, nessuno commentò il tempo. Silenziosi e con i numeretti in mano, ascoltavano solo le infermiere chiamare i cognomi.

Il papà fece il prelievo senza fiatare. Alessandra guardava la siringa, il flusso di sangue scuro nella provetta, e pensava: questa è la mia vita, la nostra vita reale, dove anche un errore di codice può riscrivere giorni interi.

I nuovi risultati sarebbero arrivati tra due giorni. Due giorni diversi dagli altri: niente panico, solo imbarazzo. La mamma fingeva che nulla fosse, offriva tè ogni dieci minuti, chiedeva ad Alessandra se fosse stanca. Il papà parlava meno. Sandro ogni tanto scriveva un SMS: Come va? Alessandra rispondeva solo: Stabili.

Di tanto in tanto sperava che qualcuno dicesse Scusa. Ma niente. E nemmeno lei lo diceva, perché non sapeva nemmeno da dove cominciare.

Quando dal centro chiamarono per dire che la revisione non confermava alcuna traccia di tumore, Alessandra era bloccata in coda sulla tangenziale di Torino. Sentì il medico spiegare che l’errore originario era dovuto a una svista nei codici e a materiale biologico insufficiente, che ora era tutto sotto controllo, bastava monitorare tra sei mesi.

Quindi niente cancro? chiese. La voce le tremava.

Al momento nessun segno, rispose il medico. Ma bisogna tenerlo docchio.

Alessandra chiuse la chiamata e rimase ferma al volante. Le altre auto suonavano, qualcuno tentava la furbata da codice della strada, ma a lei, per la prima volta, colavano le lacrime senza felicità: era solo tensione che finalmente mollava la presa, e con lei qualcosa di più profondo.

La sera si ritrovarono tutti dai genitori. Alessandra portò una crostata della pasticceria sotto casa, le mani tremavano troppo per cucinare. Sandro si presentò con i fiori per la mamma. Papà sedeva in poltrona e li osservava con lo sguardo di chi li aveva visti tornare da un viaggio in Patagonia.

Beh, Sandro provò a sorridere. Adesso si può tirare il fiato.

Tirare il fiato sì, borbottò il papà. Ma dove lo riprendiamo, il respiro perso?

Alessandra lo fissò. Nel suo tono non cera accusa, ma solo stanchezza.

Papà, provò a dire. Io…

Restò senza voce. Capì che se avesse iniziato a giustificarsi sarebbe tornata tutto come prima: volevo solo aiutare, ero stressata. Doveva dire altro.

Mi sono spaventata, confessò. Appena ho avuto paura, sono passata subito a comandare. E me la sono presa con Sandro. Scusa.

Sandro abbassò lo sguardo.

Anche io, disse. Ho avuto paura, e mi sono nascosto dietro il lavoro. Scusa.

La mamma tirò su col naso, senza piangere. Sedette vicino al papà e gli prese la mano.

E io guardò i figli uno per uno. Ho sempre voluto far finta che tutto andasse bene. Così voi almeno non litigavate. Solo che così si resta ognuno sulla sua barca.

Il papà strinse la mano della mamma.

Non mi servite perfetti, sospirò. Mi basta che siate qui, con me. E non fate di me una scusa per litigare.

Alessandra annuì, colpita dove faceva più male, perché era vero: il segno di quei giorni sarebbe rimasto. Le battute velenose su sparire e piacere di comandare non svanivano per magia. Ma in fondo qualcosa era cambiato: si erano detti a voce alta, finalmente, ciò che prima si mimava soltanto.

Facciamo così, disse Alessandra, cercando di mantenere la calma. Non deciderò più tutto da sola. Posso aiutare, ma serve che anche voi vi prendiate la vostra parte. Sandro, riuscirai a venire ogni settimana dal papà per i controlli, quando servirà? Non se capita, ma fisso.

Sandro annuì, dopo una pausa.

Sì. Di mercoledì sono libero. Ci sarò.

E io, disse la mamma, smetterò di fingere di potercela fare sempre. Se sto male, ve lo dico subito. Non aspetto di crollare.

Il papà li guardò e, quasi impercettibile, sorrise.

Poi al controllo medico si va tutti insieme, propose. Così niente più indovinelli.

Alessandra sentì accendersi, piano, qualcosa di caldo dentro. Non era gioia da far festa: somigliava di più a una possibilità.

Dopo cena aiutò la mamma a sparecchiare. I piatti suonavano nel lavello, lacqua scorreva. Alessandra si asciugò le mani e si bloccò sulla porta della cucina.

Mamma, sussurrò. Non voglio essere sempre la capofamiglia. Ho solo paura che se lascio andare tutto, si sfasci.

La mamma la osservò seria.

Prova a lasciare qualcosa, poco per volta, suggerì. Anche noi impariamo.

Alessandra annuì, indossò il cappotto, verificò la cucina e la porta dingresso. Sullandrone si fermò un attimo ad ascoltare il silenzio: nessun urlo, nessuna porta sbattuta, solo le voci smorzate.

Scese e si avviò verso la macchina, realizzando che finché è in tempo non era legato soltanto a un brutto esito o a una telefonata. Era il tempo che hanno adesso per parlare, prima che la paura li faccia diventare estranei. E questa volta, magari, lo confermeranno con i fatti: i mercoledì, le visite, le confessioni brevi che fanno più degli appunti e dei foglietti.

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