Il mio Angelo
Elisa continuava a ignorare le chiamate, ma Niccolò insisteva, telefonando senza sosta.
“Elisa, rispondi. Basta così!” – Marina sbirciò nella stanza. – “O spegni del tutto il telefono, se non vuoi parlare.” – Chiuse la porta con un colpo secco.
Elisa spense il cellulare e lo lanciò dall’altra parte del divano. Avrebbe voluto farlo già da tempo, ma aspettava la chiamata di Andrea. Lui le aveva promesso di telefonarle, ma ormai era il secondo giorno di silenzio. Con Niccolò, invece, non aveva più intenzione di parlare, figurarsi vederlo. Per lui era uscita dal guscio in cui si era rinchiusa dopo la morte dei genitori. E lui l’aveva tradita in modo così cinico…
***
Fuori c’era una lastra di ghiaccio. I genitori tornavano da nonna. All’improvviso, da un vicolo, sbucò un SUV. L’ubriaco al volante, sulla strada scivolosa, perse il controllo e l’auto si schiantò contro quella dei suoi genitori. La mamma morì sul colpo, il papà poco dopo in ospedale.
Era passato un anno esatto. Prima, Elisa adorava Capodanno, lo aspettava con ansia. Ora, invece, ci pensava con un brivido di terrore. Le ricordava solo la morte dei suoi genitori, quel dolore che non passava mai.
Non ricordava nemmeno come avesse superato il primo anno di università, come avesse sopportato la perdita della mamma e del papà. Era andata a vivere con zia Marina, la sorella di suo padre. Lei si era lasciata con il marito perché non poteva avere figli – un aborto mal riuscito al liceo.
“Chiamami pure per nome. Altrimenti mi sento una vecchia zia,” le aveva chiesto subito.
Ma Marina non poté mai sostituire i suoi genitori. E non diventarono amiche. Marina era sempre in cerca di qualcosa, voleva sistemarsi, conoscere uomini, uscire per appuntamenti.
Elisa non aveva intenzione di festeggiare Capodanno. Sarebbe andata a dormire e basta. Ma Niccolò la convinse ad andare al compleanno di un suo amico, due giorni prima della festa.
“Ho una ragazza, ma non esco mai con lei. Cosa ci faccio lì da solo? Tutti saranno in coppia. È un compleanno, non Capodanno. Dai, andiamo. Devi tornare a vivere. Penso che neanche a tua mamma sarebbe piaciuto vederti rinchiusa in casa,” la supplicò.
L’ultimo argomento spezzò la resistenza di Elisa, che accettò. Indossò proprio quel vestito che aveva comprato con la mamma per lo scorso Capodanno, ma che non aveva mai avuto modo di mettere.
“Sarai la più bella,” le aveva detto allora la mamma.
Il vestito le stava davvero benissimo.
Marina la scrutò con occhio critico.
“Finché viviamo insieme, non mi sposerò mai. Chi mi guarderà, con una bellezza così giovane accanto?” – Sospirò. – “Non è troppo scollato? Aspetta un attimo.” – Marina uscì dalla stanza e tornò con una sciarpa sottile. Era di una tonalità più scura del vestito, perfetta per completarlo.
“Alla mamma sarebbe piaciuto,” pensò Elisa.
“Così va meglio,” disse Marina soddisfatta. – “Puoi mettertela sulle spalle se ti senti freddo.”
Lei e Niccolò presero un taxi e ci misero un’eternità ad arrivare. Quando entrarono nell’appartamento, la festa era già iniziata. Il festeggiato fischiò vedendo Elisa.
“Ora capisco perché tenevi la tua ragazza nascosta. Anche se sei mio amico, te la rubo,” scherzò, minacciandolo con un dito.
A parte Niccolò, Elisa non conosceva nessuno. Finché lui era accanto a lei, si sentiva tranquilla. Ma poi iniziarono a ballare. Un ragazzo la invitò, e quando la musica finì, Niccolò era sparito.
Elisa si sentì subito a disagio tra tutta quella gente. Si mise a cercare Niccolò tra le stanze. Passando dall’ingresso, notò che la porta d’entrata era socchiusa. Uscì e lo vide sulle scale. Era un piano più giù e stava baciando con passione una ragazza, come se non si vedessero da anni. Erano così presi da non accorgersi di nulla.
A Elisa girò la testa. Cosa fare? Non poteva rimanere lì. Tornò dentro, indossò stivali e cappotto, e riuscì a uscire.
Era troppo doloroso guardarli. Elisa capì che non poteva passarci accanto. Non le restava che salire e aspettare. Prima o poi si sarebbero stancati o qualcuno li avrebbe richiamati dentro. Salì di un piano, ma anche lì sentiva bisbigli e baci.
Decise di salire ancora. Sul pianerottolo tra i due piani superiori c’era una lunga balconata aperta. Elisa si fermò e guardò giù, lasciando che la brezza fresca le accarezzasse il viso. Le macchine parcheggiate nel cortile sembravano cumuli di neve.
“Se saltassi giù, farebbe male?” – Le passò per la mente un pensiero strano. “Non ci pensare nemmeno!” – Non sapeva se era stato un ordine a se stessa o qualcun altro a suggerirglielo, ma si allontanò dal parapetto. Poi ci tornò, si sporse e guardò di nuovo.
“Non pensarci nemmeno! Allontanati da lì!” – Sentì una voce severa dietro di sé. E subito due braccia la afferrarono e la trascinarono via.
La sciarpa leggera si impigliò da qualche parte, scivolò dal collo e, presa dal vento, svolazzò sul bordo. Elisa fece un versetto e allungò una mano per prenderla, ma si sganciò e volò via come un uccello.
“Lasciami stare!” – Elisa si girò infuriata verso il ragazzo che la teneva ancora. – “La sciarpa! Marina mi ucciderà,” gridò disperata.
“Scusa, ho pensato che volessi saltare,” disse lui, colpevole.
“E perché mai? Stavo solo guardando giù. Non volevo buttarmi.” – Elisa si irritava sempre di più.
“Andiamo a cercare la tua sciarpa.” – Il ragazzo la trascinò via dalla balconata. Scesero al piano della festa. Niccolò e quella ragazza non c’erano più. Un dolore le trafisse il cuore: lui non l’aveva nemmeno cercata.
La sciarpa era rimasta incastrata su un ramo e sventolava nel vento. Il ragazzo si aggrappò a un ramo basso, si sollevò e cercò di afferrarla, ma il legno scricchiolò pericolosamente. Un attimo prima di cadere, riuscì a prenderne l’estremità. Si sentì uno strappo, e un bel pezzo rimase sull’albero.
“Scusa, non volevo.” – Il ragazzo le porse la sciarpa. – “Ti daranno addosso? Era preziosa?”
“No. Me l’ha data Marina. Cosa ci faccio ora?” – Elisa la appallottolò e la infilò nella tasca del cappotto.
“Sei scappata dal compleanno?” – chiese lui.
“Che te ne importa?” – ribatté Elisa.
“Andiamo, ti accompagno.”
“Posso farcela da sola,” tagliò corto Elisa.
“È buio. Questo è un quartiere deserto. Andiamo.”
E Elisa lo seguì. Lui fermò un taxi e salì con lei.
“Potevo tornare da sola,” borbottò Elisa.
“Dove andiamo, ragazzi?” – chiese allegro l’autista.La sciarpa rimase appesa all’albero come un ricordo fragile, ma quando Andrea le strinse la mano nel taxi, Elisa capì che forse, dopo tanto dolore, la vita poteva ancora sorprenderla.






