La nonna sceglieva sempre un nipote: La storia di Katia e Dima, tra favoritismi in famiglia, dolori …

Diario di Silvia

E io, nonna? chiedevo piano ogni volta.
E tu, Silvia, sei già una ragazzina in gamba. Guarda che bei guanciotti hai.
Le noci fanno bene alla mente, Leo deve studiare, è un uomo, il sostegno della famiglia.
Tu va piuttosto a dare una spolverata alla libreria. Una ragazza deve abituarsi al lavoro.
Silvy, ma sei seria? Lei non ce la fa più. I medici dicono che mancano pochi giorni, forse ore

Leo stava in piedi sulla soglia della cucina, le chiavi della macchina strette tra le mani. La sua espressione era… tirata.

Certo che sono seria, Leo. Vuoi un tè? risposi senza nemmeno voltarmi, continuando a tagliare la mela per mia figlia. Siediti, ne preparo uno fresco.

Che tè, Silvy? fece un passo in avanti, impaziente. Lei è stesa lì, piena di tubi, respira a fatica…

Ti ha chiamata stamattina. «Silvia», diceva, «dovè la mia Silvia?». Mi si è stretto il cuore, davvero non vuoi andare?

È pur sempre la nonna. È lultima occasione, lo capisci?

Sistemo le fettine sul piattino, solo allora guardo mio fratello negli occhi.

Per te è la nonna. Per lei sei sempre stato Leo caro, luce dei suoi occhi, unico erede e speranza della famiglia.

E io… io per lei non sono mai esistita davvero.

Pensi davvero che abbia bisogno di un «addio»?

Di cosa dovremmo parlare, Leo? Cosa dovrei perdonarle? O lei a me?

Dai, lascia perdere questi vecchi rancori! sbatte le chiavi sul tavolo. Ok, non ti ha voluto bene come a me. E allora?

È anziana, aveva le sue fissazioni. Ma sta morendo! Non puoi essere così… fredda.

Non sono cattiva, Leo. Semplicemente non sento nulla per lei. Vai tu. Stalle vicino, tienile la mano, per lei la tua presenza vale cento volte più della mia.

Sei tu il suo tesoro, il suo sole. Allora falle compagnia fino alla fine.

Leo mi fissò ancora un attimo, poi si voltò ed uscì senza dire una parola, chiudendo la porta con forza.

Sospiro, prendo il piattino e vado da mia figlia.

***

Nella nostra famiglia tutto è sempre stato diviso chiaramente. Certo, i nostri genitori ci hanno sempre voluto bene allo stesso modo sia me che Leo.

In casa cera sempre allegria, pasticci, il profumo di crostate e mille gite improvvisate.

Ma nonna Antonietta era di tuttaltra pasta.

Leo caro, vieni qua, cucciolo mio! sussurrava quando arrivavamo la domenica. Guarda che ti ho tenuto da parte.

Noci fresche, le ho sgusciate io! E le caramelle Perugina più buone!

Io, che allora avevo sette anni, restavo lì vicino a guardare mentre lei tirava fuori dal mobiletto antico il sacchetto magico.

E io, nonna? sospiravo piano.

Antonietta mi lanciava uno sguardo breve, tagliente.

Tu, Silvia, sei già avanti. Guarda che guance belle che ti sei fatta.

Le noci fanno bene alla testa, Leo deve studiare, diventare uomo, pilastro della famiglia.

Vai a spolverare le mensole, una bambina deve imparare a far andare le mani.

Leo, rosso fino alle orecchie, prendeva il sacchetto e se ne andava in punta di piedi, mentre io mettevo in ordine la polvere.

Non ci rimanevo male. Sembra strano, ma da piccola lo accettavo come si accetta la pioggia.

Come se piovesse, così era: la nonna amava Leo. Capitava, tutto qui

Spesso, nel corridoio, mi aspettava mio fratello.

Tieni mi porgeva la metà delle caramelle e un po di noci. Non mangiare davanti a lei, sennò si arrabbia.

Ti servono più a te, sorridevo. Fanno bene alla mente.

Sì ma chi se ne frega della mente, faceva una smorfia. È fuori di testa la nonna. Dai, mangia in fretta.

Restavamo insieme sulla scala che portava alla soffitta a gustare quei “divieti”. Leo ha sempre condiviso tutto. Sempre.

Anche quando la nonna gli dava di nascosto i soldi «per un gelato», lui veniva subito da me:

Dai, ora ci scappano due coppette e le biglie di chewing-gum. Andiamo?

Mio fratello è sempre stato il mio sostegno, il suo affetto compensava tutto ciò che la nonna mi negava, così bene che da bambina non sentivo nessuna mancanza.

Gli anni passavano. Antonietta invecchiava. Quando Leo compì diciotto anni, lei annunciò solennemente che intestava a lui il suo bilocale in centro città.

Il pilastro della famiglia deve avere un suo spazio, dichiarò davanti a tutti. Per far entrare la sua futura moglie nella sua casa, non per girare come un vagabondo.

La mamma sospirò appena. Sapeva che opporsi alla nonna sarebbe stato inutile, ma la sera venne da me.

Silvia, non preoccuparti… Io e papà ci teniamo Abbiamo deciso che i soldi messi da parte per la macchina e lampliamento della casa, li diamo a te.

Così avrai lanticipo per la tua prima casa. Così è giusto.

Ma mamma, non importa davvero, labbracciai. Leo ha più bisogno di una casa, sta già pensando al matrimonio con Irene. Io posso stare ancora in affitto.

No, Silvy, non si fa così. La nonna ha le sue idee, ma noi siamo i genitori. Non possiamo preferire uno allaltra. Quindi prendi e non discutere.

Non li presi. Leo si trasferì subito dopo il matrimonio nella casa donata dalla nonna e la casa dei miei si allargò, libera.

Presi la vecchia stanza di mio fratello, sistemai i miei libri, il cavalletto, e per la prima volta provai il sollievo di non dover dividere laffetto in «giusto» e «sbagliato».

Il rapporto col fratello non cambiò di una virgola per colpa delleredità. Anzi, Leo iniziò a sentirsi un po in colpa.

Dai, vieni a trovarci, mi invitava. Irene ha fatto la crostata. E la nonna la conosci! Ieri ha chiamato per chiedere se ho speso i suoi soldi dietro alle tue fantasie.

E tu che le hai detto?

Le ho detto che li ho buttati tutti in sala giochi e liquori di lusso, rise. Tre minuti a sospirare, poi: «È stata Silvia a traviarti!»

Ma certo, sorridevo. Sempre colpa mia.

***

Quando mi sono sposata con Carlo ed è nata nostra figlia, la questione della casa è tornata dattualità. La mamma allora si è superata per diplomazia.

Ragazzi, propose. Abbiamo un trilocale. Leo ha il suo bilocale. Silvia, tu e Carlo siete ancora in affitto.

Facciamo così: vendiamo la nostra e compriamo un bilocale e un monolocale. Noi due nel mono e Silvia col marito nel bilocale.

Mamma, intervenne Leo. Io rinuncio subito dalla mia parte della vecchia casa. Ho già quella della nonna, non mi serve altro.

Silvia, prendila tutta tu, allargati, fate progetti. Ora che cè anche una bambina, ne avete più bisogno.

Ma Leo, sei serio? rimase di stucco Carlo. Sono un bel po di soldi. Sei sicuro?

Sicurissimo. Con Silvia ho sempre diviso tutto. Lei dalla nonna non ha ricevuto nulla, ora tocca a lei. Non discutete più.

Scoppiai in lacrime. Ma non per la casa, per la felicità di avere un fratello così.

Così la casa dei genitori fu divisa e tutti erano soddisfatti.

La mamma veniva spesso ad aiutare con la nipote, Leo con la moglie e i figli la domenica portavano sempre caos e gioia.

E Antonietta visse sola. Leo le portava la spesa, aggiustava quello che serviva, ascoltava i lamenti infiniti sulla salute e sulla ingrata Silvia.

Ti ha mai chiamata? indagava lei, stringendo le labbra. Ti ha mai chiesto come sto?

Nonna, provava a spiegarle, è stata tu a non volerle mai bene. In ventanni mai una parola gentile.

La volevo educare io! rispondeva fiera. Una donna deve sapere stare al suo posto! E lei Mi ha portato via la casa, ha fatto sloggiare la madre!

Leo sospirava. Spiegare era inutile.

***
Ripenso spesso ai dettagli. Ecco nonna che mi allontana la mano dalla marmellata. Ecco mentre elogia il disegno di Leo e ignora la mia coppa per lolimpiade di matematica.

Alla sua festa arriva come una regina, alla mia non si fa neppure vedere, dice di esser malata.

Mamma, perché non andiamo dalla nonna Antonietta? mi chiede mia figlia affacciandosi in cucina. Zio Leo dice che è molto malata.

Perché la nonna Antonietta vuole vedere solo Leo, tesoro, le accarezzo la testa. Così è più serena.

È cattiva? fa la smorfia.

No, penso un attimo. Semplicemente non sapeva voler bene a tutti. Nel suo cuore cera spazio solo per uno, succede.

Quella sera chiama mio fratello di nuovo.

È finita, Silvy. Unora fa.

Mi dispiace tanto, Leo. Devessere dura per te.

Ti ha aspettata fino alla fine, mentì. Lo feci per gentilezza, per dare pace. Ha detto: «Che Silvia sia felice».

Grazie, Leo… Vieni domani da noi. Facciamo una torta e stiamo insieme.

Certo che vengo Silvy, ma tu non te ne penti? Di non essere andata da lei?

Non mentii nemmeno stavolta.

No, Leo. Non mi pento. Fingere cosa, per chi? Né io, né lei labbiamo mai voluto

Ci fu un attimo di silenzio.

Forse hai ragione, sospirò. Sei sempre stata la più saggia tra noi. Va be, a domani.

Il funerale fu semplice. Io cero, per mamma e per Leo. Stavo un po discosta, nel mio cappotto nero, a fissare il cielo grigio che nelle giornate di cimitero sembra ancora più basso. Quando abbassarono la bara, non piansi.

Leo mi si avvicinò, mi abbracciò sulle spalle.

Come stai?

Sto. Davvero.

Sai, sistemando la casa sua ho trovato una scatolina. Dentro vecchie foto.

Cerano anche le tue. Tante, tagliate dagli album di famiglia. Le teneva a parte.

Alzai le sopracciglia, sorpresa.

E perché?

Non lo so. Forse in fondo sentiva qualcosa, ma non lo diceva? Forse aveva paura che riconoscendo te, avrebbe tolto qualcosa a me? Gli anziani sono strani.

Può darsi, sospirai. Ma ormai non conta più.

Uscimmo insieme dal cimitero, sotto lo stesso ombrello Leo alto e robusto, io minuta.

Senti, disse avvicinandosi alle macchine. Ho deciso: vendo quella casa.

Mi compro un trilocale con i miei soldi, prendo due piccoli apparta per i ragazzi quando cresceranno, e il resto Perché non facciamo una donazione? Magari a un reparto pediatrico. Che quei «soldi della nonna» portino gioia a qualcuno, almeno una volta.

Guardai mio fratello e sorrisi di cuore, per la prima volta in giorni.

Sai che sarebbe la più dolce delle vendette per Antonietta? La più buona.

Allora deciso?

Deciso.

Ci siamo allontanati per strade diverse. Mentre guidavo ascoltavo la musica e sentivo dentro di me una serenità mai provata.

Forse Leo ha ragione. Sarà giusto così: che un po di quei soldi aiutino un bambino malato. Così almeno si fa giustizia a modo mio.

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