L’Inquilina

INQUILINA

Una sera dinverno, mentre il tramonto infiammava il cielo su un quartiere residenziale di Milano, una donna alta camminava lungo i marciapiedi. Nonostante il freddo gentile che pizzicava le guance, il tempo era splendido: il sole aveva brillato per tutto il giorno e ora, inondando le ultime schegge di luce sulle neve luccicante, colorava la strada di mille riflessi.

Alla signora piaceva questaria frizzante, così camminava senza fretta, ondeggiando con eleganza sulle sue raffinate stivaletti. Di anni ne aveva poco più di sessanta, ma manteneva un portamento fiero; lo si intuiva dal viso, dove i tratti di una bellezza passata si facevano ancora notare insieme a una sottile ombra dorgoglio. Curata, dignitosa, consapevole del proprio valore.

Anche se la giovinezza era un capitolo ormai chiuso, Elettra Mariani sapeva ancora assaporare la vita. Dieci anni prima aveva perso il marito e a lungo aveva sofferto. Era inevitabile: dopo tanti anni vissuti insieme e ricordi condivisi, il vuoto pareva incolmabile. Di quella lunga unione restava come eredità un figlio esemplare.

Il figlio, Giorgio, aveva lasciato tempo addietro la Lombardia per studiare a Firenze, dove poi aveva messo su famiglia. Elettra Mariani era diventata nonna di due bimbi, ma raramente riusciva a vederli il lavoro di Giorgio glielo impediva. Eppure, la donna non si abbatteva. “Ogni età ha il suo fascino,” pensava. Era in pensione, certo, ma aveva due appartamenti, e anche se la pensione non era un granché, riusciva a vivere dignitosamente. Giorgio, generoso, la aiutava spesso con qualche euro in più di cui lei quasi sempre si schermiva.

Durante le ultime feste di Natale, il figlio e la sua famiglia erano venuti a trovarla e lavevano sorpresa con un dono sontuoso: un cappotto di visone, morbido e lucente, che Elettra ora indossava con orgoglio vibrante per le vie della città. Procedeva volutamente a passo lento, gustando linvidia ammirata negli sguardi di chi lincrociava: sapeva quanto appariva elegante, anche nella sua età.

Quella sera, Elettra non passeggiava solo per vanità. Era diretta allappartamento che affittava a una giovane coppia con un bambino, pronta per riscuotere laffitto. Nella sua graziosa borsa di pelle, aveva infilato anche una tavoletta di cioccolato per il piccolo Matteo, che era arrivato due anni dopo lingresso della coppia come inquilini. In cinque anni di affitto si erano mostrati gentili e affidabili: trovare inquilini così non era semplice, lo sapeva bene.

Aveva avuto esperienze amare, in passato; bollette non pagate, mobili rovinati. Dopo tante delusioni aveva imparato: recarsi ogni mese, lei stessa, per vedere che tutto procedesse come doveva. Ma con questi inquilini si poteva rilassare, quanto meno con Emma, la giovane moglie, con cui si era instaurato un rapporto di cordiale complicità.

Emma sembrava una ragazzina: minuta, la pelle chiara e due occhi limpidi come il cielo destate. Strana coincidenza, pensava Elettra, che una creatura così fragile avesse già un bimbo. Eppure la ragazza teneva la casa impeccabile, pagava puntuale, salutava sempre con un sorriso. Il marito, Marco, la signora Mariani lo vedeva appena: spesso sullorlo del divano davanti alla TV, spesso assente. Alternava borbottii di cortesia a silenzi diffidenti. Ogni tanto, Elettra temeva bevesse, ma non erano affari che la riguardassero: come inquilino non aveva mai dato noia.

Quando infine raggiunse il palazzo di via Solari, salì in ascensore ripensando, compiaciuta, a cosa avrebbe potuto viziarsi dopo aver incassato laffitto. Amava il pesce crudo, i gamberoni, qualche fetta di salmone. E daltronde, perché non concederselo? La vita è breve e a risparmiare si guadagna poco.

Che fosse ora di negozio o meno, Elettra suonò sempre il campanello. Aveva un mazzo di chiavi, certo, ma con chi si comportava bene preferiva non essere invadente.

Stavolta, però, ad attenderla ci fu un silenzio più lungo del solito. Già cominciava ad albergare il sospetto che in casa non ci fosse nessuno, quando la porta finalmente si aprì. Era Emma, ma come la vide, Elettra si sentì stringere il cuore: gli occhi rossi e gonfi, il volto segnato, le mani tremolanti.

Emma si fece da parte, le braccia strette al petto nel tentativo di fermare i brividi.

Tutto bene, Emma? Sembri stanca chiese Elettra entrando, preoccupata, mentre chiudeva la porta. Osservandola bene temette che avesse alzato il gomito, oppure che stesse male per un lungo postfesta.
No, signora Elettranon va affatto bene. Emma lasciò la discussione sospesa nellaria, spostandosi lentamente verso il salotto.

Non cera traccia di Marco. La casa, solitamente ordinata, ora era scompigliata; vestiti sparsi che facevano da campo di giochi al piccolo Matteo, un armadio semiaperto dalle mensole vuote.

Con voce tremante Emma si avvicinò, porgendo le ricevute pagate, ma:
Sono tutte saldate… ma questo mese non posso pagarle laffitto. Non ho soldi. Le posso rimanere debitrice? Domani io e Matteo lasciamo lappartamento.
Le mani le tremavano più di prima, il viso contratto come se dovesse scoppiare in lacrime, ma ormai gli occhi erano secchi. Solo a quel punto Elettra capì: non era ubriaca, non era la stanchezzaerano giorni di pianto ininterrotto.

Emma, che cosa diavolo è successo? domandò di scatto Elettra. Dovè Marco? Che succede qui?

Emma crollò sul divano, le mani a coprire il viso: la voce rotta, le parole a fatica.

Sono malata, signora Elettra. Da sei mesi mi sento sempre spenta. Ho sempre rinviato la visita: Matteo era sempre con me, ma appena accettato allasilo sono corsa a farmi controllare. Risultato: oncologia tumore.

Dei singhiozzi esasperati le scuotevano le spalle, ma lei continuava:
Quando Marco lo ha saputo se nè andato. Mi ha urlato contro come se fosse colpa mia. Ha detto che aveva già vissuto questa sofferenza con sua zia e non poteva passare un inferno simile una seconda volta. Ha preso le sue cose e basta, addio. E ora non ho soldi, nulla. Sono ancora in maternità, e le poche entrate le ho date per le bollette. Non posso pagare laffitto. Domani, appena raccolte le forze, me ne vado.

Elettra restò a guardare la ragazza, seduta con il bambino che giocava ignaro sul tappeto. Con un sospiro, capì che il pesce quella sera poteva anche aspettaree che la fame vera era ben altra.

Sedette accanto a Emma, appoggiandole una mano sulla spalla.
Senti, guardami, basta piangere, capito? Il tuo uomo è stato meschino, il male che porti non è una condanna. Tu hai un figlio. Per lui ti devi fare forza. Che piano hai ora? Ti visitano, ti curano? Dove andrai?

Il volto di Emma si torse di nuovo.
Domani dovrei entrare allIstituto dei Tumori per la biopsia… ma non posso. Sono sola, del tutto. Non ho nessuno a cui lasciare Matteo e non so dove andare. Ho una nonna anziana in un piccolo paese vicino a Mantova, lei mi ha cresciuta. Vado da lei. Il centro oncologico, impossibile. Proverò dal medico del paese, almeno questo.

Emma, piantala! Ma che medico di paese, che dici? Tu hai bisogno di cure serie! Perché rinunciare ora? Solo perché lui se nè andato, vuoi condannare anche tuo figlio?

Non ho scelta, signora Elettra. Potrei lasciare Matteo alla nonna, ma lei è troppo anziana. E non ho mezzi per vivere qui senza lavoro… Cè bisogno solo di qualche giorno per la biopsia e i risultati, ma io non ce la faccio.

Madonna santa! Non sei mica nel deserto, ci sono persone attorno, Emma! Io ti aiuterò. Domani vai in ospedale, e non preoccuparti più di niente. Resto io con Matteo, stai tranquilla. Pagamenti non ne voglio sentire: ho abbastanza per tirare avanti. Ora raccogliti, metti in ordine la casa, io torno domattina presto. Mi accompagnerai allasilo, così so dove portare Matteo. Non farti altro sangue amaroci penso io a tutto.

Emma la fissava incredula, gli occhi ancora gonfi e lucidi. Aveva sempre pensato che Elettra fosse distante, superbatroppo curata per essere anche generosa. Si aspettava una lavata di testa, non certo una mano tesa così decisa e sincera.

E smettila di fissarmi, dai. Hai tanto da vivere davanti, non mollare proprio adesso. Su, forza, che se ti metti a piangere anche tu mi commuovo pure io.

Senza parole, Emma si accostò a lei, lasciando trasparire finalmente una fragile speranza. E Elettra dovette trattenersi per non lasciarsi andare pure lei allemozione.

Vado, allora… Tu prepara quello che serve. Va bene se arrivo per le sei?

Quella sera Elettra si fermò al supermercato, non per il pesce affumicato, ma per un pieno di cose di base: un pollo per il brodo, pasta, carne per il ragù. Servivano scortebisognava pure nutrire un bambino.

Matteo era un bimbo facile e stare con lui fu quasi un piacere: allegro, ubbidiente, adorabile anche se pieno di nostalgia per la mamma. Elettra pensava sempre a Emma, preoccupata, sentendo le sue angosce come proprie. Era così giovane, così carina, e già colpita da una tempesta simile.

La biopsia confermò la diagnosi e, due giorni dopo, Emma tornò a casa. Cominciò una straziante attesa del verdetto, mentre Elettra non smetteva mai di domandarsi come avrebbe potuto sostenere ancora quellondata di dolore.

Poi, una mattina, una telefonata:
Signora Elettra, ho la risposta! Primo stadio. Forse un solo intervento basterà, cè speranza!

Lo vedi che non dovevi arrenderti? sospirò Elettra. E tuo marito, vedi, ha preferito sparire. Meglio così, hai scoperto di che pasta era fatto. Ora pensa a te e a Matteo; io sono qui. Dimmi tu quando è lintervento, io porto Matteo da me per quei giorni.

Tra un mese; cè sempre tanta lista. Posso tornare per un po dalla nonna, magari lei trova un altro inquilino. Non penso sia giusto restare gratis

Ancora con questi discorsi? Resta qui e pensa a guarire. Voi avete cibo in casa, Emma? Vado a prenderlo io

No, la prego… già fate troppo per noi. Non so come potrò mai ringraziarla davvero

**************

Un anno e mezzo era passato.

Nella sala più elegante della Galleria Vittorio Emanuele, la migliore di Milano, si celebrava un matrimonio affollato e vivace. Elettra, in un tailleur di seta chiara, sedeva orgogliosa accanto alla sposa. La confondevano con la madre, e lei, nel cuore, si sentiva davvero tale.

La sua Emma, luminosa nel vestito bianco, con una tiara graziosa sui ricci! Bella, sorridente, finalmente sana. Si sposava col medico che laveva operata mesi prima: giovane, brillante, dal sorriso dolce. Emma inizialmente dubitava della sua esperienza, ma la vita non le aveva dato altra scelta. E lui, invece, piano piano aveva conquistato la sua fiducia, anzi, il suo cuore.

Allinizio, Emma era diffidenteil dolore del tradimento la mordeva ancora. Solo Elettra aveva la sua totale fiducia, era la sola figura di riferimento.

Ci furono analisi, visite, terapie, ma finalmente Emma poté tornare al lavoro, cominciò a pagare laffitto, ma Elettra ormai la considerava di famiglia: Come faccio a prendere soldi da una figlia?

Ora Emma e Matteo vivevano con il giovane dottore, Elettra cercava nuovi inquilini. Il matrimonio era sfarzoso: il medico amava davvero Emma, si vedeva lontano un chilometro.

Elettra, tra i brindisi e le risate, si avvicinò il piattino con il salmone affumicato, il suo piacere segreto. Sorrise ricordando come, mesi prima, aveva rinunciato persino a una piccola gioia per aiutare Emma. Di sacrifici ne aveva fatti tanti, ma niente valeva quanto ciò che aveva ricevuto: una figlia, quasi, accanto al figlio lontano. Una famiglia più grande, un cuore più pieno.

E lei, che odiava lasciarsi andare allemozione, rischiò quasi di piangere quando vide Emma alzarsi con il calice in mano.

Ora voglio parlare di una persona speciale, senza cui questa serata non sarebbe mai esistita disse Emma con la voce roca e una lacrima che brillava nellocchio. Signora Elettra, per me lei è stata la mamma che non ho mai avuto. Ringrazio Dio di averla incontrata sul mio cammino.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

4 × 5 =

L’Inquilina