Mai più

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Dopo il lavoro, Chiara entrò in un supermercato. Non aveva voglia di cucinare, ma Martina doveva pur mangiare. Comprò una confezione di spaghetti e dei würstel, il piatto preferito di sua figlia fin da piccola. Prese anche un cartone di latte e una pagnotta.

Alla cassa si era formata una piccola coda. Davanti a Chiara c’era un uomo robusto, con una giacca nera e un berretto di lana con il pompon. “Giovane, eppure porta un berretto del genere. Forse gliel’ha fatto la moglie. Accidenti, le donne sanno come rendere un uomo così ridicolo che nessun’altra gli si avvicini. Chissà che faccia ha. Probabilmente un viso da bambino,” pensò, fissando quel berretto a strisce sgargianti.

L’uomo si girò e la guardò, sentendosi osservato. Chiara distolse lo sguardo. “Non è male, non sembra un idiota,” pensò, più indulgente. L’uomo si voltò di nuovo verso di lei.

“Vuoi bucarmi con lo sguardo?” le disse.

“Non c’è niente degno di nota. Non ho altro da fare,” borbottò Chiara irritata.

La coda non avanzava. Dentro di lei cresceva la frustrazione. E poi quel berretto… Avrebbe voluto lasciare la spesa e andarsene, ma non c’erano altri negozi vicino a casa. “Ogni volta che ci sono uomini in fila, ci vuole un’eternità. Adesso chiederà le sigarette: ‘Quelle blu con la striscia rossa. No? Allora quelle bianche con l’adesivo verde,’” mimò mentalmente con sarcasmo. “Poi si metterà a cercare il portafoglio nelle tasche, invece di prepararlo prima,” sospirò.

E infatti, l’uomo alla cassa sollevò la giacca e iniziò a frugare nei jeans stretti per trovare gli spiccioli. Chiara sospirò rumorosamente.

“Ha fretta? Passi pure,” le disse “Il Berretto”, facendole spazio.

Chiara scrollò le spalle e si mise al suo posto davanti al nastro. L’uomo finalmente trovò i soldi, mise la spesa in una borsa e si allontanò.

Arrivò il suo turno. La cassiera scannerizzava i prodotti mentre Chiara frugava invano nella borsa alla ricerca della carta di credito.

“Signora, non può fare più in fretta? I soldi andrebbero preparati prima,” la rimproverò qualcuno in fila.

“Ha perso la carta?” chiese “Il Berretto” con tono pungente.

Chiara lo ignorò, continuando a cercare.

“Pago io,” disse lui alla cassiera.

“No, grazie!” esclamò Chiara arrossendo. “L’ho trovata. Scusi.” Appoggiò la carta sul terminale, sollevata.

Mise la spesa in borsa e uscì in fretta. “Cosa mi prende? Che mi importa del suo berretto? Se gli piace, lo porti. Sono diventata così irritabile,” si rimproverò camminando verso casa.

“Tutta colpa di mio marito. Eppure sembrava andasse tutto bene. O ero io a illudermi? Se n’è andato con una ragazzina che è rimasta incinta. Lui, l’uomo perbene, l’ha sposata. Ma non ha pensato a sua figlia, che crescerà senza padre. E io tra poco compio quarant’anni. Quaranta! Dio, è troppo…

Ci ha lasciato l’appartamento, almeno quello. Ma perché noi donne soffriamo sempre per loro? Tutte la stessa storia. Qualcuno non tradisce, o lo fa con discrezione, senza abbandonare la famiglia. A quarant’anni vogliono le ventenni. E noi come dobbiamo vivere?” continuava a ripetersi, trattenendo le lacrime.

Entrò nel palazzo e chiamò l’ascensore, che si fermò cigolando. Le porte si aprirono e ne uscì un uomo ubriaco e malconcio. Chiara entrò e fece una smorfia. Puzzava di alcol e sigarette scadenti, il che peggiorò il suo umore. “Tutti uguali, tra alcol e donne. Li odio.”

L’ascensore si fermò al suo piano. Chiara cercò a lungo le chiavi nel cappotto, che si erano impigliate nei guanti. Alla fine riuscì ad aprire la porta…

Martina era seduta al tavolo a fare i compiti. Alzò lo sguardo e la fissò, con un’espressione tra il disprezzo e l’irritazione.

“Mamma, mi servono soldi per il teatro. Sabato andiamo con la classe,” annunciò con tono perentorio.

“Adesso preparo la cena,” rispose Chiara, andando in cucina.

“Ancora soldi. E io non li stampo, sai. Adesso c’è solo il mio stipendio. Affitto, spesa… Ogni centesimo conta.” Mise l’acqua a bollire, lamentandosi mentalmente dell’ingiustizia della vita.

“Mamma, allora per il teatro?” Martina era sulla soglia con un libro in mano.

“Domani prelevo,” sospirò Chiara, senza girarsi.

Soddisfatta, Martina sparì.

“Vediamo quanto durerà. La sua ragazzina non resterà giovane e bella per sempre. Dopo il parto, cambierà tutto. Niente tempo per sé, notti insonni… E lui, tra l’altro, non è più un ragazzo, ha superato i quaranta. Gli sta bene. Dovrebbe pensare ai nipoti, invece vuole altri figli. Dio, perché continuo a pensare a lui? Troppo onore.”

Dopo cena, accese la lampada da tavolo. Qualcosa cigolò, ci fu un click, e la luce si spense. “Ecco, tutto insieme. L’ho comprata una settimana fa! Che giornata!” Provò a cambiare la lampadina, ma senza successo. “Domani la porto al negozio. Spero di trovare lo scontrino.” Ma non lo trovò. Probabilmente l’aveva buttato con la scatola.

Il giorno dopo, dopo il lavoro, Chiara prese la lampada e andò nel negozio di elettronica dall’altra parte della strada. La lampada era pesante. Almeno il negozio era vicino.

Sul gradino d’ingresso c’era “Il Berretto”, che fumava. Chiara gli lanciò un’occhiata di disprezzo ed entrò.

Lui la seguì e si mise dietro al bancone. Vedendo la sua espressione stupida, sorrise.

“Ecco. L’ho comprata qui la scorsa settimana,” disse Chiara seccata, poggiano la lampada sul bancone.

“Ha lo scontrino?” chiese lui, impassibile. “Non mi stupisce che sia single. Con quel carattere…”

“Chi le ha detto che sono single?” ribatté Chiara, indignata.

“Se avesse un marito, sarebbe lui a portare la lampada o ad aggiustarla,” rispose con fare sicuro.

“È occupato. Sta scrivendo la tesi,” mentì Chiara. “Non posso cambiarla, allora? Non mi serve rotta.” Si voltò per andarsene.

“Mi dica l’indirizzo, la riparo e gliela riporto. O può passare domani,” la fermò lui.

“Non ho voglia di portarmela avanti e indietro. Abito di fronte, palazzo accanto, numero 96.” Chiara spinse la porta con rabbia.

“Figuriamoci. Allora è lui il negoziante. Non l’avevo riconosciuto, senza quel berretto. Ha degli occhi intelligenti… E sembra a posto.” Camminando verso casa, si rallegrò all’idea che l’avrebbe riparata. Gratis.

Nell’ingresso, si osservò allo specchio. Il cappello le copriva gli occhi, lo sguardo era spento, le labbra serrate. Sembrava grigia, insignE mentre Chiara sorrideva davanti allo specchio, sentì che forse, dopo tanto tempo, valeva la pena ricominciare a fidarsi.

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