**Diario di un Padre**
Non c’è niente di più spaventoso al mondo…
“Allora, per Luca va tutto bene. Lo dimetto all’asilo.” La dottoressa consegnò a Giulia il certificato. “Non ammalarti più, Luca.”
Il bambino annuì e guardò sua madre.
“Andiamo.” Giulia prese il figlio per mano e prima di uscire si voltò. “Arrivederci.”
“Arrivederci,” ripeté timidamente Luca.
Nel corridoio, Giulia lo fece sedere su una sedia e andò a prendere i cappotti. Luca dondolava allegramente le gambine e osservava con curiosità gli altri bambini. Una volta pronti, Giulia gli annodò la sciarpa.
“Domani torni all’asilo. Ti sei divertito?” chiese.
“Certo!” rispose lui con entusiasmo.
Uscirono dall’ambulatorio pediatrico e si avviarono verso la fermata dell’autobus, camminando sulla neve fresca.
“Mamma! Mamma…” Luca strattonò la mano di Giulia, che era persa nei suoi pensieri.
“Cosa?” chiese lei, distratta dalle riflessioni sul fatto che domani sarebbe tornata al lavoro e la vita sarebbe ripresa il suo corso.
Seguì lo sguardo del bambino e vide una donna con un passeggino aperto. Dentro c’era un bambino dell’età di Luca, con la bocca semiaperta da cui colava saliva e lo sguardo vuoto. Giulia distolse subito gli occhi.
“Mamma, perché quel bambino è nel passeggino? È grande come me,” domandò Luca a voce bassa.
“È malato,” rispose lei.
“Ma tu non mi hai messo nel passeggino quando stavo male!” insistette lui.
“Andiamo, presto. Ha una malattia diversa.” Giulia gettò un’occhiata alla donna che si allontanava e trascinò Luca verso la fermata.
Da quando era nato Luca, non riusciva a guardare i bambini malati senza sentire un nodo alla gola. Quella pietà la travolgeva. Osservava quelle madri con compassione. Erano sole, spesso abbandonate dai mariti, costrette a farsi carico di quella sofferenza infinita.
Lei sarebbe stata capace? Avrebbe accettato quel fardello? O avrebbe lasciato il bambino all’ospedale? Mai. Nemmeno pensarci era terribile.
Mentre tornavano a casa in autobus, Giulia ripensò al passato…
***
Era una donna allegra e affascinante. Aveva avuto relazioni, ma non si era mai affrettata a sposarsi, figuriamoci a pensare ai figli. Con il tempo, però, le amiche si erano sistemate, alcune anche più volte, e qualcuna aveva già figli alle elementari. I parenti, a ogni incontro, le chiedevano perché non si fosse ancora sposata e scuotevano la testa, stupiti, alla sua risposta.
Alla fine, anche lei iniziò a desiderare una famiglia. Si immaginava a cucinare per il marito, a occuparsi di un bambino, a spingere il passeggino insieme alle altre mamme. Ma gli uomini che le piacevano erano già sposati o, feriti da matrimoni falliti, non cercavano altro. Quelli che la corteggiavano, invece, non la interessavano. La solita storia.
Poi un giorno incontrò lui. Non era il suo tipo, ma le amiche e sua madre le dicevano che era ora, che se non si fosse sposata allora, non l’avrebbe mai fatto. “Il tempo passa, devi avere figli!” Le parole la perseguitavano.
Lui parlava d’amore, di bambini, di un futuro insieme. Fece una proposta romantica e lei accettò. Dopo un matrimonio sontuoso, rimase subito incinta. Ormai aveva trentatré anni: non c’era più tempo da perdere.
Camminava per strada sorridendo, si fermava davanti alle vetrine dei negozi per bambini, ammirando i vestitini e le scarpine minuscole. Accarezzava il pancione come per proteggere la vita che cresceva dentro di sé. Lo amava già, il suo bambino. Per qualche motivo, sperava fosse una femmina.
Passata la nausea, iniziarono gli incubi. Sognava di perdere il bambino per strada o di trovare un passeggino vuoto. Era lì, e poi spariva. Si svegliava in preda al panico, cercando disperatamente il pancione, terrorizzata all’idea di averlo già perso.
“È normale. Le ansie in gravidanza sono comuni,” la rassicurava la ginecologa.
Un giorno si accorse che il bambino non si muoveva. Aspettò tutta la notte, poi corse in ospedale.
“Perché non mi dite nulla?” chiese, quasi piangendo, notando l’espressione seria del dottore davanti allo schermo dell’ecografia.
“Tranquilla, il battito c’è. Ascolta.” Il medico accese l’audio e Giulia sentì il cuoricino del suo bambino. “Dorme profondamente. Non riesco a svegliarlo.”
“Lui? Un maschio?” chiese stupita.
“Sì, non lo sapeva?”
Quando finalmente sentì un debole calcetto, sospirò di sollievo.
“È vivo! Si è svegliato!” rise tra sé.
Più si avvicinava il parto, più aveva paura. Camminava lentamente, appesantita, con la schiena che scoppiava.
“È un bel bambino, nascerà un gigante,” dicevano i medici.
“Riuscirò a partorirlo?” si preoccupava.
“E dove vuoi che vada?” sorrideva l’ostetrica.
“Ma sono una primipara attempata, no?” insisteva.
“Donne di quarant’anni partoriscono benissimo. Non ti preoccupare.”
“Potrei fare un cesareo?” chiese timidamente.
“Perché? Non ci sono motivi. Ce la farai da sola.”
“Ma ho brutti presentimenti… Ho paura che succeda qualcosa…”
“Non farti paranoie. Tutto andrà bene.”
Giulia non si arrese. Andò dalla direttrice del reparto, ma la risposta fu la stessa: nessun cesareo senza motivo.
“Posso pagare,” propose.
“Non si fa così. È rischioso per il bambino,” sbuffò la donna.
Alla fine, esausta, chiese aiuto a un’amica il cui ex marito era ginecologo. Per miracolo, lui accettò di visitarla. Era calmo, professionale. Nessuna lezione, nessun giudizio. La programmò per un cesareo.
Arrivò il giorno. In sala operatoria, sentì i medici parlare a bassa voce.
“Dio… il cordone è avvolto tre volte… Per fortuna l’abbiamo operata…”
Quando sentì il primo pianto di Luca, scoppiò in lacrime.
“Ecco il tuo gigante!” disse il dottore, sollevandolo per farglielo vedere.
***
Ora quel bambino vivace le chiedeva una macchinina mentre tornavano a casa.
“Sì, te la compriamo,” rispose Giulia sorridendo.
Pensò al ragazzino nel passeggino. Quanta tristezza. Quanto coraggio aveva quella madre.
La chiamarono pazza, isterica, paranoica. Ma lei aveva fatto di tutto perché Luca nascesse sano.
Prima pensava che la felicità fossero soldi, carriera, una bella casa. Ora sapeva che non importava nulla. La vera felicità era sentire la manina di suo figlio nella sua, ascoltare le sue chiacchiere e vedere il suo sorriso.
I medici salvano vite, sì. Ma a volte non ascoltano le paure delle donne. Eppure, in loro c’è un’intuizione antica, una forza che sa proteggere la vita che portano dentro.





