— O quella donna lascia subito casa mia, o le butto io le valigie sul pianerottolo. E dietro a lei vola anche tua madre! — disse Caterina a denti stretti.
Stringeva le chiavi in tasca così forte che le nocche erano bianche.
Suo marito, Marco, stava nell’ingresso stretto del loro appartamento a Bologna.
Guardava lei, poi guardava le valigie enormi che bloccavano il passaggio verso il salotto.
Dalla cucina arrivava un tintinnio di tazzine e una risata sconosciuta, troppo forte.
Era proprio quella risata a far perdere la pazienza a Caterina.
Mezz’ora prima era tornata a casa dopo dodici ore di turno in ospedale.
Sognava solo una doccia calda, silenzio, un attimo di pace.
Invece l’avevano accolta odore di cipolla fritta, scarpe estranee nell’ingresso, e sua suocera Rosanna, sorridente fino alle orecchie.
Sul divano, vicino a lei, sedeva una donna che non aveva mai visto, comoda come se vivesse lì da anni.
— Oh, è arrivata Caterina! — esclamò Rosanna tutta contenta. — Ti presento la mia cara amica, Gianna, di Lecce. Deve fare delle visite qui a Bologna. Gli hotel costano un occhio della testa, così le ho detto subito: “Ma che hotel, i miei figli hanno un appartamento grande. Stai da loro una settimana, anche due.”
Caterina rimase senza parole.
Marco sapeva bene che sua moglie non sopportava estranei in casa.
Soprattutto adesso, che lavoravano entrambi senza sosta per pagare il mutuo.
Ma invece di schierarsi con la moglie, abbassò solo lo sguardo.
— Caterina… deve curarsi, capisci…
In quel momento Caterina si sentì tradita.
Suo marito aveva scelto ancora sua madre.
Non la propria famiglia.
La prima lite scoppiò poche ore dopo.
Gianna, senza chiedere, aveva spostato i mobili nella stanza del loro figlio di otto anni, Tommaso.
— Un bambino non deve dormire vicino alla finestra. Le correnti d’aria sono pericolose — disse con sicurezza.
Caterina chiese con calma di non toccare più nulla.
L’ospite sbuffò.
— Marco, che nervosa è tua moglie. Si vede che chi vive in città ha dimenticato come si accolgono gli ospiti.
Rosanna si schierò subito con l’amica.
— Caterina, non fare brutta figura davanti a tutti.
Quella notte Caterina si chiuse in camera.
Ma non riuscì a dormire.
Fino alle due il televisore andava acceso nel salotto, e Gianna parlava al telefono ad alta voce dei suoi problemi di salute.
Marco non provò nemmeno a intervenire.
La mattina fu ancora peggio.
Il suo shampoo professionale, quello costoso, era già a metà.
In cucina Gianna friggeva le uova nella padella preferita di Caterina, rovinando il rivestimento con una spatola di metallo.
— Caterina, ho preparato la colazione — sorrise. — I piatti li lavi tu, però. I vostri detersivi mi seccano la pelle. E compra una maionese decente, perché in frigo avete solo insalata e yogurt.
Caterina respirò piano.
— Signora Gianna, lei qui è un’ospite. E nessuno l’ha invitata. O rispetta le regole di questa casa, o fa le valigie.
In quel momento Rosanna entrò di corsa in cucina.
— Come parli agli anziani? Noi vi abbiamo aiutato a comprare questa casa! Ci sono anche i nostri tremila euro! Ho tutto il diritto di portare qui chi voglio!
Caterina si bloccò.
Marco le aveva sempre assicurato che dalla madre non avevano preso un euro.
Lo guardò dritto negli occhi.
— È vero?
L’uomo sbiancò.
Per un attimo rimase in silenzio.
Poi rispose piano:
— Mamma ha davvero dato tremila euro… Ma non per la casa. Avevo vecchi debiti. Li ho pagati con quei soldi, e a te non ho detto niente. A mamma ho mentito, le ho detto che erano serviti per comprare l’appartamento…
Caterina sentì la terra mancarle sotto i piedi.
Per anni le aveva nascosto i debiti.
E intanto aveva lasciato credere a sua madre di avere diritto di decidere su casa loro.
Per tutto il giorno Caterina non rispose al telefono.
Marco chiamava in continuazione.
Rosanna scriveva messaggi, diceva che “le mogli normali non lasciano il marito per sciocchezze simili”.
La sera Caterina tornò a casa.
L’appartamento era silenzioso.
In cucina c’era solo Marco.
— Devo dirti un’altra cosa… — iniziò incerto.
Caterina rimase in silenzio.
— Gianna non è venuta per fare visite mediche. Ha venduto casa a Lecce. Ha dato tutti i soldi al figlio per la sua attività. Lui poi l’ha cacciata di casa. Mamma ha deciso che venisse a stare da noi… per tre mesi. Forse anche sei…
Fu il colpo finale.
Caterina capì che tutto era stato deciso senza di lei.
Nessuno aveva mai pensato di chiederle un’opinione.
— E tu non mi hai detto niente?
— Mamma piangeva… Non sono riuscito a dirle di no…
Caterina non discusse più.
Andò in camera.
Fece le valigie, sue e del figlio.
Prese i documenti.
— Vado da mia sorella. Hai esattamente tre giorni. O in questa casa viviamo io e Tommaso, o resti qui con tua madre, Gianna e i tuoi debiti. La casa è mia, l’ho comprata prima del matrimonio. Se serve, gli avvocati sistemano in fretta la tua uscita.
E se ne andò.
Per tre giorni rimase da sua sorella.
Alla fine del terzo giorno, inaspettatamente, chiamò proprio Gianna.
La sua voce era completamente diversa.
— Caterina… Scusami. Non conoscevo la verità. Rosanna mi aveva detto che la casa era sua, e che voi ci vivevate solo per un periodo. Non voglio essere la causa del vostro divorzio. Ho già fatto le valigie. Vado da mia nipote, in campagna.
La sorpresa più grande arrivò al ritorno a casa.
Non c’era più né Gianna né Rosanna.
Al tavolo della cucina sedeva solo Marco.
Completamente distrutto.
Raccontò che finalmente aveva avuto il coraggio di dire alla madre e alla sua amica di andarsene.
Rosanna era andata in escandescenza.
Gli aveva strappato la carta d’identità dalle mani e l’aveva fatta a pezzi.
Gridava che era un traditore.
Che era diventato un uomo senza spina dorsale.
Uscendo aveva portato via tutti i suoi regali.
Il forno a microonde.
Il frullatore.
Anche le tende nuove, quelle che lei stessa aveva appeso in salotto.
Marco guardò sua moglie.
Per la prima volta dopo anni, nei suoi occhi non c’era paura.
C’era solo rimpianto, e la consapevolezza dei propri errori.
— Caterina… Ho capito tutto. Restituirò a mamma quei tremila euro, fino all’ultimo centesimo. Lavorerò quanto serve. E non le permetterò mai più di intromettersi nella nostra vita. Se solo riuscissi a perdonarmi…
Caterina guardò le finestre spoglie.
Il vuoto dove c’era il frullatore.
E capì una cosa, all’improvviso.
Era stata proprio quella visita inaspettata di un’estranea a far emergere il problema che per anni aveva rovinato il loro matrimonio.
A volte basta un momento doloroso per aprire gli occhi su una verità che non si voleva vedere.
Solo allora si scopre se un rapporto si può ancora salvare.
O se è già troppo tardi.