Parla con me, Bombolone

Parlami, Bombolone

Non avere paura, Bombolone! Va tutto bene! Adesso urleranno ancora un po, poi si calmano… Forse

Violante strinse ancora più forte Bombolone, il suo orso, e chiuse gli occhi. Non doveva avere paura. Ormai era grande. Così diceva la nonna Ninetta: Cinque anni sono già tanti, Violante, sei proprio una signorina. Per tutti era diventata grande. Non piangeva neanche più quando le facevano le punture. Vergogna! Solo con Bombolone poteva ancora essere piccola, come sempre. Lui la vedeva in tutti i modi. Bombolone, il suo buffo amico un po stortarello, glielo aveva regalato la mamma appena nata, ed era lunico a cui poteva raccontare qualsiasi cosa. Lui non correva, come Agnées, la sua compagna dasilo, a spifferare tutto alla maestra Sofia. Restava lì, a fissarla coi suoi occhi tondi e silenziosi, ma capiva ogni cosa. E se aveva paura, come ora, lui la tranquillizzava. Il suo pelo profumava di casa, il suo cuore era morbido come la focaccia calda. Mamma e papà, pure, erano di famiglia, ma quando si mettevano a urlare, diventavano spinosi, come le rose nei giardini di Villa Borghese. Violante sentiva che i rovi crescevano tra le stanze della casa di Roma, come nella favola della Bella Addormentata, e nessuno poteva più avvicinarsi: urlare non serviva a nulla. Perché litigavano? Da grandi, le offese non dovrebbero finire…? Devono dialogare! così dice la nonna Ninetta. Ma magari non sono solo offese, magari sono ferite vere, come le chiama la nonna: Quelle che fanno male dentro…. Violante, di offese grandi non ne aveva mai viste finora, ora si rendeva conto che esistono. Sapevano farle paura, tanto quanto le litigate con Agnées, dopo le quali nemmeno il gelato al pistacchio riusciva a consolarla, ma solo le lacrime.

Aprì gli occhi e ascoltò. Pareva tutto finito. Silenzio. Ora la mamma stava sicuramente pianificando in bagno, e il papà era lì in cucina a borbottare con il caffè. Era il suo momento. Violante si alzò dal tappeto dietro la testata del letto, sospirando. Che bella camera aveva! La mamma aveva scelto tutto: carta da parati rosa come i tramonti di Capri, mobili bianchi come le meringhe, chiedendole persino quale voleva. I vestiti stavano perfetti nellarmadio lucido. Aveva così tanti giocattoli che a volte nemmeno si ricordava i nomi. Non sarebbe andata via da lì. Era bello. Quasi silenzioso ora. Bombolone la fissò, e ella fece un piccolo singhiozzo:

Lo so, lo so Ci penso io, tu resta qua, va bene?

Adagiando lorsetto sul cuscino, Violante uscì dalla stanza. Prima la mamma. Lei, la più complicata. La porta del bagno era chiusa, come sempre. Violante bussò timidamente:

Mamma?

Che cè?

Posso entrare da te?

La porta si socchiuse, svelando la mamma seduta sul bordo della vasca, come sempre.

Ci dovevi andare in bagno?

No, volevo solo stare con te. Violante si riempì i polmoni e oltrepassò la soglia. Non le piaceva per niente quello che stava per succedere. La mamma avrebbe pianto ancora, lavrebbe abbracciata forte promettendo che tutto sarebbe andato bene. E pure Violante avrebbe pianto, non tanto per pena, quanto perché sapeva già che il bene non sarebbe tornato troppo presto. Perché è così, il bene non dura, come dice Agnées. Nei giorni belli sembrava stare tutto apposto, poi zac! di nuovo quei rovi pieni di spine dappertutto.

Violante si asciugò gli occhi guardando la mamma.

Ma perché?

Cosa perché, tesoro?

Perché urlate sempre? Magari se non vi volete bene, dovreste stare lontani, come dice la nonna Ninetta. Si dice, quando litighi, è meglio stare lontani. Così non si litiga più.

Francesca rimase in silenzio. Violante non aveva mai parlato prima di quello che succedeva in casa. Francesca pensava che le litigate con Giovanni passassero sopra la testa della bambina, che fosse ancora troppo piccola. Cosa poteva capire lei?

Violante Perché dici così? Io voglio bene a papà

Non è vero, mamma.

Ma Violante!

Se gli volevi bene, non gli avresti urlato così. Con me non urli mai, no?

Francesca esitò. Come spiegare che lamore è un fatto complicato? Che gridare non significa sempre odiare… o forse sì? Domanda semplice perché? Quale risposta, davvero?

Bisogna riflettere sul proprio comportamento. Ecco. Violante accarezzò le guance della mamma, asciugandole le lacrime salate.

Anche questa è di nonna Ninetta? Francesca sorrise tra le lacrime.

Sì! Ha ragione. Ho fatto pace con Agnées. Ora litighiamo meno, solo se va a spifferare tutto alla maestra Sofia.

Sei diventata proprio grande Francesca strinse la figlia.

No, mamma, sono ancora piccola. Se fossi grande Violante si spostò e, sottovoce, aggiunse non avrei tutta questa paura.

E cosa ti fa paura? chiese la mamma preoccupata.

E se la prossima volta urlate così tanto e andate via?

Via dove?

Dove è tutto silenzio. Non si può stare dove si sta male, vero? Anche tu sei triste, mamma?

Sì, tesoro Ma vuoi dire che hai paura che ti lasciamo?

Sì ora Violante non resistette, e piangeva sul serio Rimarrebbe solo Bombolone. E se si perdesse, come quella volta in taxi? E io sarei proprio da sola? Ho chiesto alla nonna Ninetta, ma dice che è troppo vecchia per fare da mamma!

Violante! Bambina mia! Non pensarci nemmeno! Mai ti lascerei! Sei la mia vita!

Ma quando urlate, vi ricordate almeno di me?

Certo che ci ricordiamo Francesca si fermò a metà frase. In verità, no. In quei momenti non ricordava nessuno, neanche se stessa. Loffesa accecava, la rabbia scorticava lanima. E da dove saltavano fuori quelle parole pesanti, come pietre? Quando era diventata così?

Lei e Giovanni si erano conosciuti al secondo anno di università. Francesca correva nei lunghi corridoi della Sapienza, in ritardo allesame di Diritto Romano, e travolse un ragazzo alto e ossuto. Gli occhiali volarono in mille pezzi, lei riuscì solo a sussurrare qualcosa e sparì. Poi, la chiamava sempre il mio Frecciarossa. Quando faceva i capricci, lui rideva:

Sbuffi così buffa che non riesco nemmeno a prendermela!

E tutte le ostetriche giù a ridere, in sala parto:

Non sbuffare, trenino mio! Spingi!

Quando aveva smesso di chiamarla così? E da quando, discutendo, si arrabbiava davvero? E quando avevano iniziato a litigare?

Mamma?

Sì, tesoro?

Vi volete così male?

Francesca sfiorava i ricci di Violante, così come aveva sempre sognato: raccolti, doro, identici a quelli di Giovanni, non come i suoi. Limportante è che non abbia tre capelli in testa come me, pensava in gravidanza.

Stai tranquilla, con i tuoi capelli e i miei occhi farà cadere tutti i maschietti ai suoi piedi!

Ed era vero: capelli di grano e occhi chiari come il mare di Ischia. Violante sarebbe stata bellissima da grande, ma già lo era. Francesca si scoprì a sorridere. Sua madre diceva sempre: Conta luomo giusto, Francy!. Giovanni era un padre perfetto, premuroso, lasciando la moglie spesso da parte. Ecco il punto. Violante per lui era diventata il centro del mondo. Lei, Francesca, non cera quasi più in quelluniverso. Era gelosa di sua figlia? Che pensiero assurdo però, era vero. Le dispiaceva tremendamente. Violante aveva ragione.

Francesca ricordò Giovanni che entrando in casa spingeva via lei per andare a cercare Violante:

Dovè la mia principessa? Ecco qui! Ti ho portato una cioccolata!

Poi, con la figlia a giocare, mentre iniziava un film coi suoi auricolari. Francesca puliva la cucina, metteva a letto la bambina senza che lui se ne accorgesse. Oppure, in macchina, cantava con Violante e non sentiva nemmeno quello che diceva Francesca. Poi domandava Cosa hai detto?, costringendola a ricominciare da zero.

E quando Violante si ammalò? Due anni prima, la febbre altissima che non scendeva, Francesca vegliò una notte intera, provando a fare tutto il possibile. Alla fine, scoppiò a piangere di stanchezza e paura. Giovanni, invece, le urlò:

Perchè piangi? La aiuti così, piangendo? Fatti forza! Che madre sei?

Quella volta, Francesca aveva smesso di piangere, non per essersi calmata, ma per un filo che dentro si era spezzato di netto. Da allora si era sentita vuota. La bambina guarì, ma Francesca non riusciva più a dimenticare quel dolore.

Violante osservava silenziosa la mamma. Ora non piangeva più. Era tempo di andare dal papà.

Torno presto.

Con un gesto veloce la bimba scivolò fuori dal bagno.

Non piangere più, daccordo?

Francesca restò muta, mentre passava in rassegna mentalmente anni di vita con Giovanni. Così tanto male cera stato davvero? E i momenti belli? Sì, anche quelli.

I primi appuntamenti prima delle nozze. Ricordava bene: quando Giovanni la guardava, accucciato dietro gli occhiali, gli occhi si facevano scuri come la cioccolata, quando gli incontrava lo sguardo.

Mi guardi così strano

Sei bellissima. E io non capisco

Cosa?

Perché proprio io?

E tu perché me lo chiedi? Sei il migliore

Allora capiva subito cosa rispondere. Ora, invece, non ne aveva idea.

La nascita di Violante, i primi passi, la prima vacanza insieme. La prima promozione di Francesca. Giovanni impastò una torta, dolcissima, quasi immangiabile, ma gli restò impressa. Te la preparo meglio la prossima volta! O la mettiamo in una scatoletta, tipo le torte delle nozze reali e la teniamo centanni?

Lacquisto della casa a Trastevere, seduti sul pavimento, niente mobili, a festeggiare guardando la bimba dormire su un materassino gonfiabile.

Ci toccherà una seconda femmina, lo capisci? Giovanni rideva.

Un secondo figlio non arriva mai. I medici dicevano che andava tutto bene, Francesca ci rimaneva male, poi lasciò stare. Se doveva essere, sarebbe stato. Le incomprensioni si erano accumulate. Prime liti stupide, poi parole pesanti come piombo tra le mura della casa. Francesca avrebbe riso se Violante le avesse detto che non erano palle di piombo, ma spine, lunghe fino al cuore.

Aprì il rubinetto e si diede una sciacquata con acqua gelida. Bastava! Lei aveva ragione: se uno rimane ferito dentro, niente può funzionare. Bisognava scegliere: o si faceva la pace davvero, o ognuno per la sua strada. Si immaginò senza Giovanni. Niente abbracci la sera, niente figlia in braccio si raggelò.

Intanto Violante entrò in cucina. Papà era seduto, girato verso la finestra.

Papà?

Violantina! Non dormi ancora?

È presto! La bimba gli si arrampicò sulle ginocchia. Avete urlato

Scusami.

Perché?

Perché abbiamo urlato?

Sì.

Non lo so. È successo così.

Anche tu sei arrabbiato con la mamma?

Con attenzione lo scrutava. Avrebbe dovuto parlare loro prima, invece era rimasta per mano a Bombolone senza fare nulla. Con Agnées, invece, la maestra Sofia le aveva messe su due mini sedie e aveva fatto parlare tutto! E dopo aveva chiesto: Davvero preferite non essere più amiche?

Te lha detto la mamma che è arrabbiata con me? Giovanni annusò i ricci della figlia, quel profumo che conosceva da sempre.

No, lho capito io.

Come?

Quando vi volete bene, ti abbracci. Lei sorride. Se siete arrabbiati, urlate. Non è così?

Giovanni la scostò un attimo per guardarla meglio.

Sei proprio cresciuta!

Così ha detto anche la mamma.

E cosaltro ti ha detto?

Che ti vuole bene. E a me.

Violantina vedeva il volto del padre cambiare, come cancellato con una gomma: erano sparite le rughe dure della fronte. Annì, soddisfatta, e scese.

Torno da Bombolone, che ha paura da solo.

Vai pure. Giovanni la seguì con lo sguardo, pensieroso. Quando era cominciato, tutto questo? La routine, la distanza? Forse con la nascita di Violante E le attenzioni tutte spostate. O forse nulla era cambiato veramente, solo che ora non si sorrideva più come prima. Francesca era stata sempre il sole, tiepido e docile, che batteva sui vetri senza bruciare. Ma adesso? Anche per le piccole faccende era diventata irritabile. Giovanni si sentiva sempre colpevole, sbagliato. Non cera più il sorriso che lo accoglieva ogni sera. Saliva in camera con la figlia alla minima tensione, riducendo ogni contatto con Francesca. Sbagliava, ma non riusciva a farne a meno. Lei era ferita, non riusciva o non voleva rispondere più. Ricordava perfettamente quando lei si era messa a piangere, con la bimba in braccio e la febbre alta. Aveva urlato senza nemmeno capire, e vedere gli occhi di Francesca che diventavano di vetro lo aveva sconvolto. Una volta, durante una lite bruttissima, aveva addirittura detto:

Lunica cosa che ci tiene uniti è Violante. Se non ci fosse lei

Ricordava benissimo come si era irrigidita Francesca; un attimo prima gridava, ora in silenzio, svuotata. Da allora, solo frasi di cortesia. Non parlavano più. Vivevano come coinquilini. Solo Violante li univa. Era rimasto un macigno. Da allora, ogni tentativo falliva.

Pensò a quel che sua madre gli diceva da ragazzino:

La responsabilità, Giovanni. Ogni donna la riconosce.

In che senso, mamma?

Anche se sbaglia lei, pensa sempre: cosa avresti potuto fare tu? Magari in famiglia la colpa è divisa, ma luomo deve pesare di più le sue azioni.

Perché?

Perché di solito è la donna a seguire il passo. Serve sicurezza, pace. E non dare mai tutto per scontato, anche se tira avanti silenziosa. Solo chi si aiuta, sopravvive. Ricordatelo, quando sarai marito. E se la tratti bene come i primi tempi, non ti batte nessuno.

Certo, mamma, basta consigli. Parli sempre di mogli e famiglia, io mica penso a sposarmi adesso!

Ma tanto un giorno mi ringrazierai

Giovanni sorrise al ricordo.

Grazie, mamma

Restò lì un attimo, poi aprì il frigo. Fuori, tutto era silenzio. Lacqua in bagno fermata: Francesca stava mettendo a letto Violante. Le finestre delle case accendevano luci e ombre. Dietro ognuna cera una storia, pensò, diversa dalla sua, ma anchessa da raccontare. Se Francesca lo avesse lasciato, portando via Violante, cosa sarebbe rimasto? Una grotta vuota, senza più anima. Perché tutto era lì, negli occhi verdi di sua moglie e sua figlia.

Violante non riusciva a dormire. Una mano su Bombolone, e laltra intorno al collo della mamma addormentata. Sul viso di Francesca, una nuova piega tra le sopracciglia che, pensava, prima non esisteva. Lei la sfiorò piano, la piega sparì un attimo. Sarebbe stato bello, domani, avere una giornata davvero buona. Pensò forte, stringendo gli occhi e desiderando qualcosa.

Francesca non aveva sentito la sveglia, ovviamente. Si alzò di scatto; corse a guardare lorologio a forma di gattino che Violante aveva in cameretta. Erano in ritardo. Avrebbe tardato pure a lavoro. Si rassicurò, ricordando che non cerano urgenze. In cucina tintinnava qualcosa. Giovanni era ancora a casa? Che strano. Sperò che andasse via prima di lei, per non dover parlare. Invece, dovette affrontare la realtà: lui era là, ai fornelli, con la moka sul fuoco.

Buongiorno Lui si voltò, pallido con gli occhi rossi e occhiaie scure.

Francesca, senza riuscire a parlare subito, notò una torta grande, bruttina, con rosette di cioccolato improvvisate. Era evidentemente fatta da Giovanni: ci aveva messo tutta la notte. E aveva anche trovato le bocchette della sacca da pasticcere, perse da settimane.

Alzò lo sguardo su di lui, che le venne incontro.

Perdonami. Francesca, ti chiedo scusa per tutto. Sono stato un pessimo marito, colpevole di ogni dolore e di tante dimenticanze. Ma tu e Violante siete tutto. Senza di te, neppure Violante sarebbe esistita. Lo so che molto non si può cambiare, però potresti pensare di restare ancora con me?

Francesca lo guardò intensamente, cercando il perché di quella scena surreale. Poi gli tappò la bocca con una mano:

La colpa è di tutti e due. Devo pensarci anchio. Seriamente, su tante cose.

Ci vorrà molto?

Boh, sette mesi direi.

Giovanni la fissò, incredulo.

Perché mi guardi così? Sì, hai capito bene.

Cercò di elaborare quellinformazione, ma la porta si spalancò: Violante, con Bombolone stretto, apparve assonnata:

Avete fatto pace?

Giovanni e Francesca si scambiarono uno sguardo.

Ooooh! E la torta? Si può mangiare a colazione?

Oggi tutto è possibile! Giovanni abbracciò Francesca e sussurrò: Ti amo, dammi una possibilità.

E tu a me! rispose sottovoce la moglie, poi si voltò verso Violante Ma ai bambini col musetto sporco di sonno, niente torta!

Arrivo! Violante posò Bombolone sulla sedia. Due fette. Una per me, una per Bombolone!

Ma gli orsi non mangiano dolci!

E io allora? Gli serve aiuto.

Anni dopo, Francesca avrebbe camminato nel parco con il passeggino, in fretta verso la scuola di Violante. Il piccolo Valerio si sarebbe svegliato, pigolando, richiamando la mamma. Francesca si piegava per calmarlo, ma due mani forti e amate la cingevano:

Ci penso io, Giovanni prendeva in braccio Valerio, guardando Francesca Vi aspettiamo qui.

Francesca sorrideva e si avviava verso la scuola. Da domani Violante era in vacanza. I biglietti erano pronti, le valigie quasi fatte. Valerio avrebbe visto il mare per la prima volta. In cuor suo, ricordava gli ultimi tre anni: tutto quello che era trascorso, le difficoltà, la lontananza e la riappacificazione, aiutata da nonna Ninetta, la perdita della suocera dopo un periodo difficile, la nascita di Valerio, il suo primo dente, la prima parola Che non era mamma, ma papà. Giovanni, gonfio dorgoglio, la prendeva in giro:

Bravo figlio, rispetto!

Violante, al suo primo giorno di scuola, seria e spaventata, sembrava un nastro rosa su due grandi codini. Aveva perfino fatto preoccupare i genitori col suo pallore, ma alla fine aveva affrontato tutto, senza neppure voltarsi, camminando risoluta nella sua nuova età.

Mamma!

Violantina! Francesca la strinse forte. Comè andata?

Benissimo! La maestra Ilaria ha detto che io e Agnées siamo le più brave.

Brave! Mamma la strinse ancora.

Papà? E Valerio?

Nel parco, ti aspettano.

Che bello. E Bombolone?

Come potremmo mai dimenticare Bombolone? rise la mamma. È seduto nel passeggino.

Violante sospirò. Aveva regalato al fratellino la sua cosa più cara, come si fa con chi si ama. Certo, Bombolone le mancava, anche se faceva finta di nulla. Alla mamma si poteva dire tutto.

Guardando i genitori camminare avanti a lei tra i viali del parco, scambiandosi Valerio e litigando allegri, Violante si chinò sul passeggino e sussurrò:

Bombolone, secondo te ora va tutto bene?

Bombolone la fissava con i suoi occhioni tondi e restava zitto. Ma Violante sentiva, nel suo cuore, che la risposta la conosceva davvero.

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