I miei compagni di classe ridevano di me perché sono la figlia del bidello ma la notte del ballo, sei mie parole li hanno fatti piangere
A scuola mi chiamavano Principessa dello Straccio, perché mio padre lavora come bidello proprio nel nostro liceo. Ma prima del ballo tutti sono venuti da me in fila, cercando di scusarsi.
Mi prendevano in giro. Io sono Marta, ho diciottanni.
Mio padre si chiama Alfredo. Lucida i pavimenti, svuota i cestini, rimane fino a tardi dopo le partite di pallavolo, sistema tutto ciò che la gente rompe senza chiedere mai scusa. Ed è mio padre.
Ridevano del fatto che sono sua figlia.
La seconda settimana di scuola, mentre stavo aprendo larmadietto, Filippo si è sporto dal corridoio e ha urlato: Ehi Marta! Tu puoi buttare la carta per terra senza problemi?. Tutti ridevano.
Ragazza dello straccio.
Anchio ridevo, perché se ridi, non possono farti male vero?
Dopo qualche settimana, non ero più Marta; ero la figlia del bidello.
Principessa dello Straccio.
Spazzina.
Figlia del Pattume.
Niente più selfie con lui nella sua maglietta blu di lavoro.
Un giorno, in mensa, uno ha urlato: Tuo padre porterà lo sturalavandino al ballo, così non roviniamo i bagni nuovi?. Tutti giù a sghignazzare.
Io fissavo il mio vassoio come se avessi freddo alle orecchie.
Quella sera ho passato in rassegna tutte le foto con papà sul mio Instagram e le ho cancellate.
Mai più selfie insieme nella sua polo da lavoro. Bastava post con scritto Fiera del mio papi.
Se lo vedevo spingere il carrellino in corridoio, io rallentavo, lasciando spazio fra noi. Tutto bene, Marti? domandava lui. Mi odiavo per questo.
A quattordici anni, già mi vergognavo che ridessero di noi.
Lui non diceva niente. I ragazzi passavano, rovesciavano i cartelli Attenzione pavimento bagnato, gridavano Alfredo, ti sei dimenticato una macchia lì!. Lui solo sorrideva, raccoglieva il cartello e continuava.
Va tutto bene, Marti?, mi chiedeva poi a casa.
Dopo che mamma è mancata in un incidente dauto, quando avevo nove anni, papà ha preso tutti i turni che poteva. Notte, weekend, sempre. Mi svegliavo nel buio e lo vedevo ancora al tavolo, con la vecchia calcolatrice e una pila di bollette.
Poi è arrivata la stagione del ballo e la gente impazziva per le limousine e i vestiti.
Lultimo anno la voce era meno alta, ma le battute circolavano lo stesso.
Attenta, che ti butta nellimmondizia!.
Non fare arrabbiare Marta, che suo padre ti chiude lacqua.
Sempre con un sorrisetto, scherzavamo.
In classe le mie amiche mi hanno chiesto se andavo al ballo. Ho detto no, che noia il ballo, e loro hanno fatto spallucce. Ho finto che non mi facesse male.
Un pomeriggio mi ha chiamata la prof di orientamento, la signora Teresa.
Nellaria vociare di vestiti, limoni, case al lago.
Mi sono seduta, pronta alla solita predica sul futuro, e lei ha unito le mani.
Tuo papà è sempre qui fino a tardi ha iniziato.
Ho fatto una smorfia. Perché?.
Aiuta a preparare la palestra per il ballo. Ha sistemato le luci, le ghirlande, sistemato tutto… volontario, solo per aiutarvi.
Ho sentito qualcosa schiacciarmi il petto.
Quella sera, lui era al tavolo, calcolatrice stanca, taccuino.
Non mi ha vista entrare.
Ok, biglietti del ballo magari riesco a prenderti un vestito, se risparmio qua. Borbottava.
Ho spostato il quaderno.
Cosa fai, papà?
Sussultò, coprendo il quaderno come se fosse uninterrogazione.
Nulla, volevo vedere se riuscivo a prenderti il vestito per il ballo. Però nessuna pressione.
Sul foglio aveva scritto:
Affitto Spesa Luce Biglietto ballo? Vestito Marta?
La voce mi tremava: Papà.
Non serve che tu vada si affrettò, Non devi sentirti obbligata, ci penso io se serve, faccio straordinari, non preoccuparti.
Ci andrò, ho detto piano. Lui si è fermato.
Vuoi davvero andare al ballo?
Sì.
Mi guardava fisso, e poi, a poco a poco, ha sorriso.
Ci penseremo noi, disse.
Siamo andati in un negozietto di vestiti di seconda mano. Ho trovato un vestito blu semplice, niente lustrini. Infilato, neanche mi stava male.
Beh?, chiesi.
Lui mi guardò e la voce sembrava venuta dal fondo di una grotta: Sembri tua madre.
Strinsi la gola.
Andiamo, disse subito alla commessa.
Il giorno del ballo è arrivato in un lampo. Picchiò sulla porta.
Pronta, Marti?
Lui aveva un vecchio abito nero che sembrava grande sulle spalle.
Sì, papà.
Si è fermato nello stipite, mi ha guardata: Guarda come sei bella.
Risi: Devi dirlo per contratto.
Lo direi anche se avessi un sacco dellimmondizia addosso. Però quel vestito aiuta.
Siamo saliti sulla Panda scassata.
Nessuna limousine, papà?
Lui scherzando: La Panda è la limousine della gente testarda.
Percuotendo le dita sul volante, mi ha sorriso dallo specchietto.
Arrivate le prime ragazze con lustrini e ragazzi in giacca che scendevano dai SUV.
Sento subito le voci: Ma non è la figlia del bidello? Che ci fa qui?
E mio padre, con il suo vecchio abito, vicino allingresso della palestra con un sacco nero e una scopa, ora con guanti blu.
Qualcosa mi si è spezzato. Una ragazza mi passa davanti stringendo il naso: Ma perché è qui? Che imbarazzo.
Lui mi fa un piccolo sorriso furtivo, tipo non ti preoccupare, sparisco. Ma non volevo che sparisse.
Sono entrata nella palestra, luci, palloncini e stelle filanti tutte cose che sapevo chi aveva appeso, lucido, e accatastato.
Senza andare al mio tavolo, sono corsa dal DJ.
Posso dire una cosa? ho chiesto.
Ehm, gli annunci li fa la preside
Riguarda la serata, per favore.
Il DJ mi ha dato il microfono, la musica si è sfumata.
Avevo le mani che tremavano.
Il più di voi mi conosce come la figlia del bidello.
Sala muta, cento occhi addosso.
Mi chiamo Marta. Sei parole e voglio che ascoltiate.
Mi sono girata guardando la porta:
Quelluomo lì, ho indicato mio padre, è stato qui ogni sera di questa settimana a preparare tutto per voi.
Ogni testa si è girata.
Ha fatto tutto gratis. Lucida i nostri pavimenti, sistema dopo che noi distruggiamo e, dopo che è morta mia madre, ha lavorato il doppio per non farmi mancare nulla.
Ognuno di voi ha riso di me, della principessa dello straccio. Ma senza di lui, stasera non ci sarebbe niente.
Mi sono vergognata per anni, non pubblicavo più niente con lui, mi giravo dallaltra parte nei corridoi. Ma basta, sono fiera di essere sua figlia.
Silenzio di tomba.
Poi una voce.
Ehm signore? Era Luca, il re degli scherzi odiosi, che si avvicinava a mio padre spostando il nodo della cravatta.
Ho fatto il cretino scusa. Scusa di tutto. Marta è sempre stata una brava persona.
Unaltra voce dal fondo: Anche io. Ho riso, ma non dovevo.
Unaltra e unaltra ancora: Sì, perdonaci signore.
Mio padre aveva gli occhi lucidi.
La preside si avvicinò: Alfredo, disse dolcemente, venga, si riposi. Ci penso io.
Devo buttare via ancora questa immondizia, rispose.
La preside prese il sacco e sorrise: Non oggi.
Mio padre pareva volesse dissolversi.
La professoressa Teresa prese la scopa: Pensiamo noi, questa notte.
E loro tutti iniziarono ad applaudire. Veri applausi, forti, veri, che rimbombano fra i muri.
Gli sono corso incontro.
Sono fiera di te.
Non dovevi farlo, sussurrò lui.
Volevo.
Non abbiamo ballato un lento. Siamo rimasti di lato a vedere la gente passare.
Chi veniva a lui stringeva la mano o abbracciava: Grazie per tutto.
Questa palestra è magica.
Lui rideva, arrossiva, diceva sempre: È solo lavoro, non preoccupatevi.
Ogni tanto mi guardava. Io Sì papà, succede davvero.
Poi, fuori, la notte era surreale, come zucchero filato che galleggia, Panda che ci attende nel gelo.
A metà strada lui si ferma: Alla mamma sarebbe piaciuta questa serata.
Mi sono venute addosso le lacrime. Scusa papà.
Scrolla le spalle: Di cosa?
Per tutte le volte che mi sono vergognata, per aver fatto finta che il tuo lavoro fosse qualcosa da nascondere.
Lui mi prese il volto tra le mani: Non volevo che fossi fiera di quello che faccio io. Volevo che fossi sempre fiera di te.
Il mattino dopo, cellulare impazzito. Messaggi, WhatsApp, chiamate perse.
Scusa davvero per come ti abbiamo trattata. Discorso pazzesco ieri, tua papà è un mito.
Qualcuno aveva pubblicato la foto di lui in palestra, ancora col sacco. Didascalia: Vero MVP.
Lo guardai mentre fischiettava facendo il caffè, con la tazza sbeccata e la polo da lavoro.
Gli corsi addosso e lo abbracciai.
Lui mi sorrideva: Che cè?
Niente Solo che, sei famoso ora, papà.
Lui scrollò le spalle, ridendo: Famoso? Rimango sempre luomo che chiamano quando qualcuno vomita nel corridoio.
Ci siamo messi a ridere.
Qualcuno deve pur tener pulito, ho detto.
Mi ha battuta sulla spalla: Per fortuna sono testardo.
E stavolta, avevo io lultima parola.
Per anni hanno riso.
Ma la notte del ballo, con il microfono in mano tremolante e mio padre lì, ho capito qualcosa.
Lultima parola era la mia.





