Vagava per le strade di una città italiana, barcollando vistosamente dopo aver alzato un po’ troppo il gomito. Dove sarebbe finito? Non gli importava: era la sua città, i piedi l’avrebbero riportato a casa da soli. Era impegnato in qualcosa di più importante – filosofeggiava ad alta voce.

Vagava per le strade di Bologna in piena notte, barcollando vistosamente dopo aver alzato un po troppo il gomito. Dove fosse arrivato? Non se lo chiedeva nemmenola città era la sua, e prima o poi i piedi lo avrebbero riportato a casa. In quel momento aveva cose più serie cui pensare: la sua personale sessione di filosofia, rigorosamente ad alta voce.

Ma perché, ma perché la mia vita fa così schifo? Ventisette annigli amici con i figli già alle elementari, e io… le ragazze, al massimo, mi resistono un mese e poi scappano. Se va bene! Sono rozzo? Ma no, sono uno schianto di gentilezza. O forse sì, abbastanza rozzo. Così devessere un vero uomo, si lasciò sfuggire una smorfia ironica, Lorenzo. Lunica cosa che mi è riuscita è il lavoro. Alla vita da miliardario sono lontano un bel po, però per vivere bene basta e avanza.

Allimprovviso si fermò di botto, si prese la testa tra le mani, e due lacrimoni gli scesero dagli occhi:

Tanti di quei soldi dati a quel luminare, e mi sono sentito dire: «Non posso farci niente, caro. Le lascio lindirizzo di uno famoso a Milano, magari lui… Ma non ci scommetterei». E se invece domani ci vado, va!

Arrivò al Ponte della Certosa. Guardò giù: la superficie scura del Reno, calma e minacciosa.

E se mi buttassi? Una bella nuotata fino al fondo e pace. Sospirò guardando ancora la corrente, poi rabbrividì. No, troppo freddo. E poi Socrate deve ancora mangiare. Meglio tornare a casa.

Stava attraversando il ponte quando vide, proprio al centro, una ragazza. Giovane, giovanissima. Addosso un marsupio con un bimbetto dentro. Fissava lacqua. In un attimo fu sulle ringhiere, gambe ben piantate in cima, braccia aperte, pronta al tuffo… Lorenzo fece appena in tempo a raggiungerla, la prese per la vita, la strinse a sé, e insieme finirono distesi sul selciato, coperti di polvere. Il bambino piangeva.

Ma sei fuori? urlò Lorenzo, la sbornia sparita in un istante.

Ma che vuoi da me? Perché devi sempre impicciarti? la ragazza scoppiò in lacrime.

Boh, mi è sembrato che per te e per il piccolo sia un po presto per lasciarci. fece un cenno verso il bambino. Quindi, su, alzati e vai a casa, da tuo marito, da tua mamma, chi cè a casa tua?

Non ho né casa, né marito, né mamma. Non ho nessuno!

Ma guarda te, proprio stasera dovevi capitarmi! brontolò rimettendola in piedi con il marmocchio in braccio. Andiamo.

Col cavolo che vengo con te! Magari sei pure uno psicopatico!

Affogarti puoi farlo quando vuoi, eh. Ma lo psicopatico ti spaventa? e le tirò il braccio. Su, forza!

***
Procedevano per la città, sotto il pianto straziante del bambino, finché Lorenzo, esasperato, sbottò:

Ma che ha, questo, che piange sempre?

Fame, poverino disse la ragazza stringendolo a sé.

Dagli una poppata, no?

Non ho né latte, né un euro in tasca.

Né cervello, aggiungerei replicò lui dando unocchiata in giro. Dai, là cè una drogheria aperta. Andiamo a prendere sto latte!

***

La cassiera e la guardia li squadrettavano come due alieni, ma Lorenzo, imperterrito, afferrò un cestino e fece cenno alla compagna di sventura:

Forza, si rivolse alla cassiera, dove tenete il latte?

In fondo, a destra rispose.

Arrivarono nella corsia.

Prendine quanto vuoi! ordinò Lorenzo.

Prendo questo afferrò il più piccolo.

Prendine altri! Finché ne serve, facciamo scorta! Aspettò che caricassero i cartoni. Che altro ti serve?

Pannolini.

Che roba sono?

Eccoli, e le sfuggì quasi un sorriso.

Metti pure nel carrello.

E delle salviette, magari?

Vai tranquilla, metti anche quelle.

Arrivarono in cassa. Lorenzo porse il bancomat.

Solo contanti ribatté la cassiera.

Tirò fuori una stropicciata banconota da cinquanta euro.

Niente resto, eh!

Allora dammi una cioccolata di quelle! indicò, spazientito.

***
Entrarono nellappartamento. La ragazza si guardò intorno, sbigottita. Lorenzo tolse le scarpe, corse dal frigo e tirò fuori una trota, che lanciò a Socrate, il gatto, poi si attaccò al succo di frutta come se non ci fosse un domani. Solo dopo si ricordò della nuova ospite:

Dormirai qui, le indicò la stanza con un dito. Cucina, bagno, doccia, tutto lì. Io vado a letto.

Si fermò sulla soglia e si girò:

Tu come ti chiami?

Ilaria.

Io sono Lorenzo.

***
«Forse non è uno psicopatico, va, pensò entrando in cucina, accendendo il gas e mettendo su lacqua. Ma sono proprio idiota! A momenti volavo dal ponte. Se non fosse stato per questesaurito… E io e Riccardo in mezzo alla strada questa notte? A questora eravamo dei ghiaccioli. Domani mi caccia di sicuro. Stamattina almeno stiamo al caldo.»

Il bollitore fischiò. Corse a sistemare Riccardo nella camera. Prese dal taschino uno dei biberon salvati, tornò in cucina, lo lavò e ci fece il latte, aggiungendo un po’ dacqua bollente.

Il piccolo bevve tutto dun fiato e si addormentò subito. Gli cambiò il pannolino, lo pulì, poi finalmente si lavò anche lei. In cucina, la fame le tornò a bussare allo stomaco. Aprì il frigo, afferrò un pezzo di salame e se lo ficcò in bocca. Mentre masticava, preparò un panino al volo con pane, salame e un po di formaggio.

Quando finalmente la fame si calmò, si rese conto di aver fatto la figura della cafona. Scrollò le spalle e si sdraiò vicino al suo bimbo. Dormì subito.

***
Al mattino. Di notte si era svegliata almeno due volte per dare da mangiare al piccolootto mesi, la fame a questetà è un lavoro a tempo pieno. Aveva sentito Lorenzo muoversi per casa. E ora era sveglio di nuovo.

«È il momento, scivolò giù dal letto senza svegliare Riccardo. Le cose belle durano poco.»

Lorenzo trafficava ai fornelli. Lei si lavò e si presentò in cucina.

Siediti! disse lui indicando una sedia. Ti preparo una frittata.

Ma va, siediti tu! gli si mise davanti, gli levò la padella di mano con fermezza.

Prese un mazzetto di prezzemolo, lo tritò finemente e guarnì la frittata. Diede unocchiata ossessiva ai bicchieri, li lavò, preparò pure il caffè.

Lorenzo intanto stava già litigando al telefono con mezzo ufficio, per lei era come essere trasparente. Mangiarono e bevvero il caffè. Poi si alzò.

Ilaria si irrigidì, sentiva la cacciata nellaria.

«Eccoci qua, la fine della pacchia!»

Ilaria, ascoltami bene, disse lui, serio. Io devo stare via una settimana. Lunica cosa importante: dai da mangiare a Socrate, il gatto! Non azzardarti a portargli quelle schifezze industriali: solo pesce fresco, carne fresca. Nello studio mio non entrarci mai! Il resto fallo come vuoi.

Dalla camera arrivò il pianto di Riccardo. Ilaria si precipitò, poi tornò con il bambino in braccio.

Sul tavolo cerano diverse banconote da cinquanta euro:

Penso che ti bastino per la settimana, disse lui indicando i soldi. Vado.

Aveva quasi girato la maniglia quando Riccardo allungò le manine verso di lui e qualcosa che forse, nella testa di Lorenzo, suonava come «pa-pa». Gli si strinse un nodo.

Ilaria, posso prenderlo in braccio? chiese, spiazzando anche se stesso.

Certo! glielo porse con un sorriso mai visto prima. Non hai mai tenuto un bambino?

Mai.

Così si fa!

Il piccolo rideva, agitando le mani. Lorenzo lo guardava stregato.

«Un figlio mio non lo avrò mai», pensò sconsolato, restituendo Riccardo alla madre.

E poi se ne andò.

***
Tornava a casa, lo specialista milanese gli aveva confermato: niente figli, mai. Lumore era sotto le scarpe.

«A che mi serve tutta sta grana, il quadrilocale, il SUV? Un uomo dovrebbe guadagnare per la famiglia. La mia casa è sempre un casino. E sette posti sul SUV a chi li do?»

Entrò, cupo… e trovò la casa uno specchio: ogni cosa al suo posto. Ilaria gli sorrise, un po colpevole.

Pa-pa! le mani di Riccardo sventolarono davanti ai suoi occhi.

La borsa cadde dalle mani. Le braccia di Lorenzo si allungarono da sole verso il piccolo.

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Vagava per le strade di una città italiana, barcollando vistosamente dopo aver alzato un po’ troppo il gomito. Dove sarebbe finito? Non gli importava: era la sua città, i piedi l’avrebbero riportato a casa da soli. Era impegnato in qualcosa di più importante – filosofeggiava ad alta voce.