Un Accordo Equo

**Un Accordo Giusto**

Francesca se ne andava lentamente, con dolore. Il suo corpo sfinito dalle infinite chemioterapie non lottava più contro la malattia. E lei stessa desiderava solo liberarsi dal tormento che la attanagliava da mesi. I farmaci antidolorifici la tenevano in uno stato di semi-incoscienza, emergendo a volte come da un abisso, per poi riaffondare nella nebbia che le offriva riposo.

Caterina tornava da scuola, entrava nella stanza piena dell’odore caratteristico dei malati gravi e fissava a lungo la mamma. Ormai non assomigliava più a quella mamma allegra e sorridente di un tempo. Stava lì con gli occhi chiusi, e Caterina controllava ansiosamente il movimento del petto sotto le coperte, per capire se respirava ancora.

“Mamma. Mamma, mi senti?” chiamava Caterina.

Le palpebre di Francesca tremavano, ma non aveva la forza di aprirle. Arrivava la nonna e la portava via.

“Andiamo, stellina, ti preparo qualcosa da mangiare, poi facciamo i compiti. Lascia che la mamma riposi.”

“Nonna, dorme sempre. Quando guarirà? Voglio che torni tutto come prima.”

“Amore mio, lo vorrei anch’io. Il riposo è la prima medicina per guarire.” La nonna le mise davanti un piatto di pasta al sugo e si sedette di fronte a lei, trattenendo le lacrime.

*Che ingiustizia, che io sia ancora qui e mia figlia se ne stia andando. E non posso fare nulla. Ho pregato tanto, sono andata in chiesa… Perché Dio mi punisce? Che ho fatto di male?* pensava, sospirando.

Francesca morì all’alba. Maria si alzò alle tre per andare in bagno e sbirciò nella stanza. La figlia giaceva immobile, ma ancora viva. Maria ne era certa. Poi tornò a letto e si rigirò a lungo. Quando finalmente si addormentò, sognò la piccola Francesca che rideva, le agitava la mano e scappava, voltandosi di tanto in tanto. “Aspetta, dove vai? Torna indietro!” gridò Maria nel sonno, e si svegliò di colpo.

Si alzò e corse nella stanza della figlia. Era lì, immobile e stranamente serena. Maria chiuse la porta piano. In cucina mise a scaldare l’acqua per il tè, preparò dei biscotti per Caterina e solo allora la svegliò.

Caterina fece colazione, indossò l’uniforme scolastica e andò da sua mamma. Prima di uscire, voleva sempre salutarla.

“Non entrare, lasciala riposare,” la richiamò Maria. “Ecco, prendi una mela per merenda.” Le porse una mela rossa e lucida.

Camminarono verso scuola, e Maria ascoltava distrattamente i racconti di Caterina.

“Che hai oggi?” chiese la bambina.

“Non ho dormito bene, sono stanca,” spiegò la nonna.

Tornata a casa, chiamò subito l’ambulanza.

“Quando è morta? Perché ha aspettato così tanto?” chiese seccamente il medico.

“Dovevo portare mia nipote a scuola. Non doveva vedere…”

Poi aspettò il furgone funebre, per fortuna non dovette aspettare a lungo. Riuscirono a portare via Francesca prima che Caterina tornasse. Per tutto il tragitto, Maria cercava di capire come dirglielo, ma non trovò le parole. E a casa, distratta, non fece in tempo a fermarla: Caterina corse nella stanza della mamma.

“Dov’è la mamma?” si girò verso la nonna.

Maria, stanca di domande e preoccupazioni, disse la prima cosa che le venne in mente:

“L’hanno portata in ospedale.” E distolse lo sguardo.

Forse la bambina intuì qualcosa, o si offese perché la nonna non l’aveva avvertita. Rifiutò di mangiare, si rannicchiò in un angolo del divano e si girò verso la finestra. Maria non aveva nemmeno la forza di consolarla. Chi avrebbe consolato lei? Si chiuse in bagno, aprì l’acqua e chiamò Marco, l’ex marito di Francesca. Aveva trovato il suo numero nel telefono della figlia quella mattina.

“Che vuoi?” rispose Marco irritato, pensando che fosse Francesca a chiamare.

“Sono Maria, la madre di Francesca. È morta stanotte. Potresti prendere Caterina per qualche giorno? Le ho detto che sua mamma è in ospedale. Ho troppe cose da fare, non ho la forza di dirle la verità.”

“Sì, arrivo subito,” rispose Marco, più calmo.

Mezz’ora dopo bussò alla porta. Caterina lo vide e si illuminò, anche se era ancora arrabbiata con la nonna.

“Come va?” le chiese, sedendosi accanto a lei sul divano. “La scuola ti piace?”

“Sì,” rispose Caterina. “La mamma è in ospedale. E la nonna non vuole andare a trovarla,” si lamentò.

“Allora per ora non possiamo vederla. Ma io ti propongo di uscire. Andiamo al parco, prendiamo un gelato, magari al cinema…”

“Davvero?” si illuminò Caterina.

Intanto Maria preparava la borsa di Caterina. Prima che partissero, la diede a Marco. Se ne andarono, e lei corse all’ospedale. C’era così tanto da fare, doveva ricordarsi tutto.

I preparativi del funerale la sfiancarono. Alla sera era esausta. Non aveva nemmeno la forza di piangere. E il dolore al petto non le dava tregua. *Devo resistere. Non posso crollare*, si ripeteva, prendendo una pastiglia dopo l’altra.

Dopo il funerale, Marco chiamò per chiedere quando riportare Caterina.

“Ti sei già stancato?” avrebbe voluto rispondergli con sarcasmo, ma le uscì solo un tono triste.

“Vuole tornare a casa. Arriviamo tra poco. Dobbiamo parlare.”

Un’onda di ansia la travolse. *Cos’altro succederà? Quale disgrazia mi aspetta?* Si costrinse ad alzarsi. Mise l’acqua a bollire, tirò fuori dal frigo gli avanzi della veglia funebre – affettati, pane, dolci – e posò sul tavolo una bottiglia di vino mezzo vuota. Tanto per fargli fare un brindisi, era pur sempre il padre, anche se ex.

Quando vide Caterina, scoppiò in lacrime. Si era dimenticata quanto le mancasse. Caterina si strinse a lei.

“Andiamo, ho preparato dei biscotti e della cioccolata calda.”

Si sedettero a tavola. Marco afferrò subito la bottiglia e riempì il bicchiere fino all’orlo. Stava per fare un brindisi, ma lo sguardo di Maria lo fermò. Bevve tutto d’un fiato, senza versarne una goccia. Poi Maria chiese a Caterina di andare in camera sua: doveva parlare con suo padre. La bambina uscì a malincuore, e Maria chiuse bene la porta.

“Allora, cosa volevi dirmi?” chiese stanca.

“Non guardarmi così, Maria. Voglio solo il bene di tutti.”

“Già ne hai fatto tanto bene a una di noi, e non ce l’ha fatta,” rispose Maria con rabbia.

“Non scaricare su di me tutta la colpa! Tua figlia non era proprio un angelo,” alzò la voce Marco.

“Zitto!” sibilò Maria. “Vieni al punto. E non osare nemmeno pronunciare il nome di mia figlia.”

“Va bene.” Marco bevve di nuovo, senza battere ciglio. “Ecco cosa volevo dirti. Caterina è piccola, e tu sei in pensione. Basta una segnalazione alle autorità, e te la portano via.”

“E sei tu a volerlo segnalare?” esplose Maria.

“TuE quel giorno, mentre il sole tramontava dorato sulla piazza del paese, Maria sorrise dolcemente a Caterina, stringendole la mano e sussurrando: “Andrà tutto bene, amore mio, perché insieme siamo più forti di qualsiasi tempesta.”

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

twelve + six =

Un Accordo Equo