Una volta, molti anni fa, in una Roma gelida e indifferente dinverno, pochi ricordano la storia di una cagnolona quasi senza vita che riparava con il suo corpo un minuscolo batuffolo tremante. Nessuno allora sembrava vedere loro: la gente attraversava la strada, qualcuno storceva la bocca per il disgusto, altri semplicemente distoglievano lo sguardo.
Ricordo che Giulio correva, come sempre. Era una di quelle persone cronicamente in ritardo, ogni giorno promettendosi di migliorare, senza mai cambiare davvero. Quella sera non poteva permettersi di fare tardi: Caterina lo attendeva già in trattoria e lei non sopportava le attese.
La fermata dellautobus era vicina, il tabellone segnalava che mancava poco. Giulio guardò lorologio sul telefono: altri cinque minuti di ritardo. Immaginava già lo sguardo di Caterina, quello che diceva non sono importante per te.
Una voce irritata lo scosse dai suoi pensieri:
Ma allora, che facciamo, ci muoviamo o restiamo qui impalati?
Si voltò: la fila era lunga, la gente cominciava a spazientirsi. Attenti a dove mettevano i piedi, giravano al largo lì accanto. Giulio fece qualche passo avanti e si fermò.
Proprio sotto la pensilina, stesa sullasfalto, cera una cagna grande, pelo fulvo arruffato, magrissima: le ossa sporgevano in modo straziante. Occhi chiusi. Respirava? A malapena. E sotto di lei, rannicchiato come sotto una coperta, un cucciolo piccolissimo, tremante. Le ultime forze della madre andavano al suo piccolo.
Dai, forza! gridò ancora la voce Che aspetti?
Ma Giulio restava là, guardando la cagna, il cucciolo, i romani indifferenti che passavano. Sembravano offesi più dal fastidio che dalla sofferenza di due esseri viventi.
Lautobus arrivò sbuffando.
Allora, ragazzo, sali o resti? domandò il conducente, impaziente.
Giulio guardò lautobus, poi lora, e di nuovo la cagnolona.
No rimango disse con voce bassa.
La folla salì, qualcuno lo spinse passando, le porte si richiusero, lautobus se ne andò. Giulio si accosciò vicino alla cagna.
Ehi, forza sussurrò piano.
Lei sollevò appena la testa, due occhi color miele pieni di malinconia; il cucciolo guaì piano.
Giulio deglutì, compose il numero di Caterina.
Pronto? Giulio, dove sei? Aspetto!
Cate, scusa sono bloccato. Qui cè una cagna, sta morendo. Con il suo cucciolo. Non posso lasciarla così.
Ma sei serio? Per una randagia?! Giulio, io ho già ordinato!
Lo so, però
Niente scuse! Chiama qualcuno e vieni subito! Non sto qui tutta la sera!
Click. Fine della chiamata.
Giulio ripose il telefono, prese fiato e si diresse verso il supermercato. Dopo pochi minuti tornò con una rosetta e un po di prosciutto. Porse con delicatezza del cibo alla cagna.
Mangia, serve energia mormorò.
La bestiola non riusciva nemmeno a muoversi. Il cucciolo continuava a lamentarsi, tremando. Giulio tentava di nutrirli, quando alle sue spalle una voce femminile disse:
Vuoi una mano?
Si voltò: una ragazza in un cappotto grigio semplice, volto stanco ma gentile, teneva in mano una borsa della spesa. Si inginocchiò accanto ai cani, accarezzando piano la cagna.
Poverina è in fin di vita. Bisogna portarla subito da un veterinario.
Non ne conosco nessuno… ammise Giulio. Non ho mai avuto cani.
Io sì, una mia amica abita vicino. Ma come si fa a trasportarla? E tirò fuori il telefono. Riusciremo a spostarla?
Giulio si tolse la giacca, stese a terra il capo dabbigliamento, così insieme sollevarono con delicatezza la cagna. Il cucciolo avvolto nella sciarpa della ragazza.
Io sono Lucia si presentò.
Giulio.
Come vogliamo chiamarla? chiese lei, indicando la cagna.
Fulvia disse lui, semplicemente.
Il telefono squillò di nuovo: Caterina. Giulio rifiutò la chiamata.
Arrivati a casa della veterinaria, la donna visitò Fulvia con premura: flebo, iniezione, tutto il necessario.
Grave denutrizione, disidratazione, febbre alta spiegò la veterinaria. Fossero passati ancora due giorni Avete margine, ma serve costanza.
Quando restarono soli, Giulio si accasciò vicino a Fulvia. Il cucciolo si accoccolò sul fianco della madre. Lucia propose del caffè, mentre sedevano insieme in silenzio, fissando gli animali.
La mia ragazza mi aspettava in trattoria ormai è il passato sospirò Giulio.
Sarà furibonda, vero? chiese Lucia.
Ex ormai. Dice che le ho rovinato la serata per via di una randagia. Ma io non potevo andarmene. Lei difendeva suo figlio, e tutti passavano oltre.
Lucia annuì:
Quando stavo divorziando dal mio ex marito, pensavo che il mondo fosse egoista. Tutti per sé. E mi domandavo: siamo davvero tutti così?
Il telefono squillò ancora, Caterina per la decima volta. Giulio rispose.
Sei folle? urlò Caterina. Tre ore che aspetto! O vieni, o è finita!
Giulio guardò Fulvia, Lucia e il cucciolo. E capì.
Allora è finita disse pacato. E chiuse.
Lucia lo fissò:
Sei sicuro?
Sì, sorrise Giulio. Proprio sicuro.
Lucia gli restituì un sorriso piccolo e sincero. Fulvia sospirò piano, come sollevata, e finalmente riuscì a dormire un po meglio.
La notte fu lunga. Fulvia respirava a fatica, a tratti si fermava e Giulio si preoccupava che fosse la fine. A turno con Lucia, vegliavano sui cani. Giulio si sforzava di non chiedere aiuto, ma Lucia aveva solo scosso la testa:
È meglio in due. Restiamo insieme.
Allalba Giulio raggiunse la cucina: Lucia scaldava latte per il cucciolo. Vide lespressione di Giulio.
Peggiora?
Non so… mormorò lui. Respira a fatica. Temo non arrivi a domattina.
Lucia posò la tazza:
Sai cosa penso? Lei ha già vinto.
Cosa intendi?
Lì, sul marciapiede, poteva lasciarsi morire. Invece, ha protetto il cucciolo, ha resistito, sperando che qualcuno intervenisse. E lo hai fatto tu.
Giulio ascoltava in silenzio.
Ora è qui, al caldo, con cibo, davanti a suo figlio, con te vicino. Anche se non dovesse superarla, è già più felice di prima. Non trovi?
Gli occhi di Giulio si fecero lucidi. Ma tu, come fai a saperlo?
Lucia sorrise malinconica:
Perché so cosa significa sentirsi inutili. Dopo il divorzio, sei mesi soltanto lavoro-casa, casa-lavoro. Nessuno che mi cercasse. Un giorno, tornando a casa, vidi per strada un miciolino. Mi fermai. Pensai non è affar mio, e mi allontanai. Poi tornai indietro e lo raccolsi… E per la prima volta dopo mesi, qualcuno aveva bisogno di me. Non gli importava chi o cosa fossi, ma che fossi lì con lui.
Giulio annuì. Ecco, anche io oggi ho capito. Ho sempre cercato di essere perfetto per gli altri i miei, il lavoro, Caterina. Tutto pianificato. Poi, una cagna morente. E tutto il resto non conta più. Ha dato tutto pur di salvare il suo cucciolo; e io potevo ignorare tutto, ma ho scelto di fermarmi. E tutto è cambiato.
Restarono lì, nella penombra, in silenzio.
Grazie, davvero, disse Giulio. Da solo non avrei retto.
Lucia lo toccò sulla mano:
Grazie a te. Avevo bisogno di capire che non siamo tutti indifferenti, non sono sola.
Il cucciolo pigolò. Tornarono nella stanza da Fulvia. La cagna li guardava con occhi accesi. Giulio la carezzò:
Dai, resisti ancora un po. Dai.
Fulvia mosse piano la coda. Il cucciolo si strinse a lei, e Giulio sentì improvvisamente crollare dentro tutto lantico: anni di vita preordinata, relazioni fredde, abitudine allessere conforme. Qualcosa di nuovo nasceva.
La mattina portò la luce tra le tende: Fulvia dormiva serena, respirava regolare. Ce laveva fatta.
Dopo una settimana, Caterina si presentò alla porta, il volto contrito:
Giulio, ho pensato Forse ho esagerato. Aiutare gli animali è nobile. Possiamo ricominciare?
Giulio restava alla porta. Dietro di lui, nella casa, abbaiavano Fulvia e il piccolo, ormai vivaci.
Vedi, Cate. Non sono arrabbiato. Semplicemente, siamo troppo diversi.
Per una cagna? Un anno insieme!
Non è per Fulvia. Quando ti ho chiamata, potevi dire: Vengo e ne parliamo insieme. Invece hai scelto la trattoria. È questa la differenza.
Caterina non replicò. Se ne andò in silenzio.
Giulio chiuse. Tornò in soggiorno. Lucia accarezzava Fulvia, il cucciolo dormiva in grembo a lei.
Se nè andata? chiese, senza alzare lo sguardo.
Se nè andata.
Rimpianti?
Nessuno. Se non fosse stato per Fulvia, avrei continuato così: lavoro, uscite con Caterina, fine settimana prevedibili. Ma senza accorgermi che tutto quello non aveva valore.
Fulvia sollevò la testa, guardò entrambi, poi si rannicchiò di nuovo. Il cucciolo sognava, pigolando piano. Giulio sentì che, per la prima volta da anni, era davvero a casa, con chi contava davvero.
Lucia gli strinse la mano. Sorrisero.
Fuori, il freddo, una Roma indifferente. Ma in quellappartamento minuscolo, dove una cagna in fin di vita trovò rifugio e due anime si riconobbero, era sbocciata la primavera.






