La Scatola delle Promesse Dimenticate Da un po’ di tempo, Vera ha iniziato a sospettare che in casa…

LA SCATOLA DELLE PROMESSE DIMENTICATE

Da un po di tempo, Elisa aveva iniziato a sospettare che, oltre a lei e a suo marito, in casa vivesse qualcun altro. E no non uno spirito. Gli spiriti, almeno secondo lei, erano esseri importanti: se mai si fossero fatti vedere, non certo si sarebbero messi a perder tempo con sciocchezze.

Qui invece era una faccenda tutta casalinga. Una specie di folletto burlone.

Tutto iniziò quando sparirono le sue calze sportive. Una alla volta, ovviamente. In lavatrice sarebbe stato comprensibile ogni casalinga sa che può capitare. Ma queste, bianche con la righina rossa, che indossava per andare in palestra, le trovava sempre nello stesso cassetto. Sembravano volerle ricordare: allora, quando ti sei degnata di usarci lultima volta?

E poi, improvvisamente, puff, svanite. Prima una, il giorno dopo laltra.

Una settimana dopo, ricomparvero. Sullo stesso posto. Ripiegate a chiocciola. E sopra un pezzetto di carta grigia, con delle lettere stampate, un po storte:

«Ci hai dimenticato per 127 giorni. Abbiamo contato.»

È opera tua? sbottò lei contro il marito, Andrea, che stava tranquillamente sfogliando il Corriere online. Cercavi di dirmi che sono ingrassata e che è ora di tornare in palestra?

Lui la guardò stranito, negando con decisione.

Ma va, figurati… Elisa sollevò le spalle, anche se non era convinta. Andrea era noto per il suo spirito giocoso.

Poi svanì la sua forcina preferita quella che teneva sempre davanti allo specchio allingresso. E il rossetto elegante per le grandi occasioni, che portava in borsa.

Li ritrovò nel mobiletto della cucina, tra i sacchetti di riso e la pasta. Anche quelli con i loro piccoli biglietti.

Sulla forcina:

«Deciditi: li vuoi lunghi o corti, questi capelli? Sono stanca di essere dimenticata e poi rimpianta.»

Sul rossetto:

«E lultima volta che cè stata una grande occasione, quandera? Rischio di seccarmi»

Non è più divertente sibilò Elisa, scuotendo Andrea che, esausto, faceva un pisolino mentre il pranzo cuoceva.

Ma sei fuori? lui sbottò, infastidito. Perché dovrei farmi del male da solo con scherzi del genere?

Aveva ragione. Di certo Andrea non era scemo, e in Elisa iniziò a insinuarsi una certa inquietudine.

Da quel momento, cercò di tenere sotto controllo dove metteva ogni cosa, tornando spesso a controllare, talvolta nel dubbio andò anche da un dottore. Dopo alcuni test, il medico di famiglia un uomo anziano le disse che aveva una memoria dacciaio, migliore della sua.

Eppure, le cose sparivano lo stesso.

Le sue penne preferite. La camicetta a righe. La crema per le mani.

E, come capitolo finale, il mazzo di chiavi della casa al lago. A causa di quel fatto, Andrea sbuffò per tutta la settimana.

Elisa diventò nervosa: dormiva male, sobbalzava per ogni rumore, continuava a spostare telefono, chiavi e portafoglio da una stanza allaltra.

Finché, quel sabato, accadde qualcosa di ancora più strano.

Aveva deciso di dedicare il giorno al cambio di stagione nella cabina armadio una necessità rimandata da mesi. E, allimprovviso, in una scatola vuota di stivali, trovò tutti gli oggetti scomparsi. Sistemati con ordine, come in una vetrina di seconda mano.

La camicetta, abbracciata alla minigonna a pieghe. Un biglietto:

«Ti ricordi ancora come si balla?»

Le penne, separate per colore:

«Ci mordi quando sei nervosa. Non è vita facile, per noi.»

Le chiavi, annodate al portachiavi, come due che si tengono per mano:

«Ci eravamo solo annoiate. Alla casa al lago non ci va più nessuno. Ma, a differenza di certi altri, siamo tornate indietro da sole.»

Elisa rimase confusa.

In quei biglietti cera qualcosa di pungente, eppure saggio, e onestamente un po malinconico scritti come da una Elisa alternativa, in una vita dove ci fosse tempo persino per parlare agli oggetti.

Stava per richiudere la scatola, quando notò, in fondo, un piccolo quadrato di carta grigia. Senza alcun oggetto attaccato. Solo un messaggio.

Le lettere tremavano e parevano sfocate, come se lacrime vi avessero lasciato segni:

«Avevi promesso a quella bambina nello specchio che saresti diventata una pittrice.
Io sono quella bambina.
E qui, nella scatola delle promesse dimenticate e delle speranze perdute, io mi sento sola.»

Elisa rimase a lungo, seduta sul pavimento della cabina armadio, con la schiena contro gli scaffali colmi, assorta tra i ricordi.

Si rivide allasilo, lingua sporgente per la concentrazione, intenta a disegnare con i pennarelli una casa, un sole, papà e mamma con la sorellina.

Una lezione di disegno alle medie la meraviglia di vedere lacquarello che si espande dolcemente sul foglio bagnato.

Lodore forte dei colori ad olio nellatelier. Il silenzio del museo. Ogni pennellata come una melodia magica. La spiegazione appassionata della guida.

Allinizio pensava che quella sarebbe stata la sua vita.

Poi, un hobby. Una valvola di sfogo.

Poi
Nulla.

Non per mancanza di tempo. Ogni volta rimandava, trovando sempre qualcosa di più urgente, finché quella sensazione calda di aspettativa si era dissolta proprio come calze, penne, chiavi.

Sfiorò con le dita lultimo biglietto.

Le sembrò che la carta fosse viva più calda delle altre, con un tremolio leggero. O forse erano le sue mani a tremare.

Davvero unora in più al centro commerciale o un altro romanzo poliziesco valgono più di un sogno?

Quella notte Elisa si rigirò a lungo nel letto. Il sonno non arrivava. Alle due, sospirando, si alzò dal calduccio delle coperte.

Dove vai? borbottò assonnato Andrea.

Dormi sussurrò lei.

Da qualche parte nella cabina armadio, ricordava di aver visto i vecchi colori, pensò Elisa e, passando davanti allo specchio nellingresso, incrociò lo sguardo di quella bambina. Spaventato, sì. Ma pieno di speranza.

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