**Diario di Lupo** 12 aprile
Le persone mi hanno appena sorpassato: qualcuno correva, qualcun altro trascinava i passi, ma quasi nessuno si è fermato. Non più conto i giorni. Se tutti sono uguali, se ogni mattina inizia e finisce nello stesso modo, i numeri perdono il loro senso. Qui, accanto a quella staccionata arrugginita, la mattina si differenzia dalla sera solo per il modo in cui la luce cade. Pioggia e vento sono ormai familiari, come la fame e il silenzio. Eppure non me ne vado. Quella staccionata è lunico luogo che non mi respinge. A volte mi sento legato a lei come una volta lo ero alla vecchia casa di campagna. Ma forse aspetto ancora aspettando cosa? Non lo so.
Sul ciglio strettissimo di terra, fra la staccionata traballante e il marciapiede di Torino, il mio pelo è impastato, opaco; sotto le zampe il fango si mescola allacqua, e la pioggia gocciola lentamente sui ferri arrugginiti. Le persone mi hanno appena superato: chi di fretta, chi con lentezza, ma quasi nessuno si è fermato a guardarmi. Se lo hanno fatto, è stato solo per un attimo, con uno sguardo stanco o indifferente. Per loro sono solo un altro cane abbandonato per le vie della città.
Io, invece, ricordo un altro mondo. Un mondo in cui la mattina iniziava con lodore del pane fresco dal forno di una piccola cucina di via Garibaldi. I miei muscoli tremavano sotto le gambe dei bambini, tentando di raggiungere il tavolo dove la mamma, Maria, mescolava la minestra. Il fuoco del fornello riscaldava linverno e la risata di Margherita, la padrona, riempiva laria quando inciampava nei propri stivali. Una mano morbida sfiorava il mio capo, accarezzandomi con tenerezza.
Piano piano tutto è cambiato. Prima, sguardi freddi e distanti; poi, una ciotola che rimaneva vuota sempre più spesso. Urla, parole dure, spinte. E un giorno mi sono ritrovato fuori dalla soglia, senza addio, senza spiegazioni. La porta si è chiusa dietro di me e sono rimasto al freddo del corridoio.
Pensavo fosse un errore. Pensavo presto avrebbero chiamato. Ma la porta non si è più aperta, mi ripetevo.
Le strade sono diventate la mia scuola, dove le lezioni venivano impartite con colpi e graffi. Ho imparato a schivare i bastoni dei venditori ambulanti, a evitare le pietre, a cercare briciole davanti alle osterie. A volte rubavo una fetta di focaccia o chiedei un osso a qualche bonaccione. Ma ogni volta che incrociavo lo sguardo di un passante, speravo: Forse è lui che dirà Andiamo a casa?
Quella mattina era gelida e umida. Pioveva dal primo sorgere del sole, il vento scompigliava le foglie dagli alberi. Seduto, raggrinzito, sentivo il freddo penetrare le ossa. Allora ho udito dei passi. Una donna con un vecchio cappotto avanzava lentamente, come se non sapesse dove andare. Quando mi ha visto, si è fermata.
Signore piccolino, chi ti ha fatto questo? sussurrò.
Mi guardò con occhi diversi, non come gli altri che mi passavano accanto. I tuoi occhi sono caldi, come quelli della donna che un tempo chiamavo padrona.
Si avvicinò, ma non mi toccò subito. Tirò fuori da una borsa un pezzo di pane casereccio e un pezzo di salsiccia.
Prendi, mangia.
Ho avanzato timoroso, come se il suolo potesse scomparire sotto i miei piedi. Presi il cibo, lo masticai lentamente, assaporando ogni boccone, temendo che potesse svanire. Lei non si affrettò; rimase accanto a me, osservandomi.
Andiamo mormorò, quasi un bisbiglio. Dentro è caldo, e nessuno ti farà più del male.
Mi chiami Ma è possibile credere? E se domani la porta si chiude di nuovo?
Nonostante il dubbio, lho seguito. Il cancelletto cigolò mentre entravamo nel piccolo cortile di un palazzo di Via Po. La vecchia staccionata, ormai sfaldata, lalbero di mele con rami spogli, il profumo di zuppa e pane appena sfornato che riempiva laria. Lodore mi colpì così forte da farmi fermare sulla soglia, quasi paralizzato. La donna stese una coperta logora sul pavimento, versò acqua limpida e preparò una ciotola di polenta calda.
Questo è il tuo nuovo nido disse, accarezzandomi delicatamente la testa.
La notte è quasi passata così. Mi sono sdraiato, ascoltando i passi nella casa, il cigolio dei pavimenti, il tintinnio delle pentole in cucina. Ogni tanto lei si avvicinava, sistemava la coperta e sussurrava:
Sei a casa, lo senti?
Casa Quanto ho temuto di non sentire più questa parola.
I giorni sono trascorsi diversamente. Ora mi aspetta alla porta, con la vecchia palla sgonfia che usava a lanciare. Si siede accanto a me quando beve il tè, ascoltando la mia respirazione, anche se non capisce le mie parole. Il mio pelo è di nuovo morbido, i miei occhi chiari.
A volte, quando passo accanto a quella stessa staccionata, mi fermo. Guardo nel vuoto, come se il vecchio me stesso fosse ancora lì bagnato, affamato, perso. Lei si avvicina, posa la mano sul mio collo e dice:
Andiamo a casa.
Sì ora so dove è.
Con il cuore leggero, scrivo queste righe, ricordando il freddo di quel mattino e il calore che ora mi avvolge. Grazie, Maria, per aver trasformato il mio inverno in primavera.
Lupo, 12 aprile, 0,00.






