Io non voglio mica un vegetale… disse la nuora e se ne andò sbattendo la porta.
Certo che non poteva neanche immaginare cosa le avrebbe riservato il destino…
In un piccolo borgo toscano viveva un vecchio come tanti, dal nome Giancarlo. Lui, il sabato sera, ci dava dentro con un bicchierino di grappa. Ma in fondo al cuore covava una vera ossessione: voleva un cane! E non uno qualsiasi, figurarsi: un pastore maremmano, bello, candido, dal pedigree che manco i Savoia. Era così deciso che sarebbe andato fino in Abruzzo pur di portare a casa la bestia desiderata.
Tutti lo chiamavano Giancarlo, ma cera chi lo chiamava il Gianca: forse per via del nome, forse titolo onorifico che nessuno si ricordava l’origine. Lui non correggeva nessuno, accomodato comera sulla sua panchina di legno davanti allorto, rimuginando sulla sua giovinezza, e ogni tanto la gioventù si metteva attorno per sentire racconti nostalgici di Italia che non cè più.
La moglie di Giancarlo, Agnese, era mancata da un pezzo. Aveva il cuore malandato. I medici le avevano proibito di avere figli, ma Agnese era testarda come una capra: voleva essere madre a ogni costo. Così aveva dato un figlio a Giancarlo e da allora si era ammalata davvero. Giancarlo la adorava. In casa faceva tutto lui, persino portare la spesa dalla coop figurarsi, il sacchetto del latte lo portava sempre lui. Lascia fare, che i dottori lhanno detto! diceva.
Cucinava, si occupava del bambino e Agnese si lamentava:
Ma non ti vergogni? Le donne poi mi prendono in giro! Ho il marito che fa tutto, e io nulla.
Le donne, però, non ridevano:
Eh Agnese, faccelo provare il tuo Giancarlo, anche solo una giornata, giusto per vedere che effetto fa!
Lei sorrideva. E fu con il sorriso che se ne è andata.
Al mattino Giancarlo lha trovata fredda come un ghiacciolo. Ha pianto tre giorni come un vitello, poi si è tirato su e ha seguito il figlio nella crescita.
Il ragazzino, però, stava entrando nelletà scema: 14 anni. Dopo la leva militare, si è sposato giovane e ha deciso di restare a vivere dove aveva fatto servizio. Così Giancarlo si è ritrovato solo come un cane del padrone morto. Però non si abbatteva: scambiava quattro chiacchiere sulla panchina con i ragazzi, il vero punto fermo del paese.
Dal figlio era nata una nipotina, e Giancarlo li aspettava sempre per pranzo, ma niente, non venivano mai. Troppo lavoro, troppo traffico, poi cè la crisi. La nipote la vedeva solo nelle foto.
Un giorno la gente del paese si è accorta che Giancarlo era cupo come una tempesta dagosto. Niente battute, niente sorrisi. Non sedeva più sulla panchina come al solito. Hanno iniziato a indagare Ed era venuta fuori la brutta storia: telegramma, incidente stradale, la nuora che aveva scritto: Siamo in ospedale. La nipotina sta male, tuo figlio morto.
Che sfortuna. Che dolore, povero Giancarlo sospiravano le donnine, ma che parole puoi dire in questi casi?
Le condoglianze non gli facevano né caldo né freddo. Dispiaceva per il figlio, ma peggio ancora per la nipotina, 15 anni, in coma.
E dalla nuora, zero notizie. Non scriveva, non rispondeva, il telefono muto come un commento fuori stagione. Come poteva sapere se la nipotina migliorava?
La amava, nonostante non lavesse mai vista di persona: era la copia sputata di Agnese da giovane, almeno dalle foto.
Giancarlo, ormai deciso di partire per Firenze (dove stava il figlio), si ritrovò, la sera prima di mettersi sulla corriera, con una macchina che si fermava proprio fuori dal cancello. Ne scesero dei tipi con una barella. La nuora irruppe in casa, sbattendo la porta manco fosse alla finale dei mondiali. E dietro di lei, portarono la barella con sopra la nipotina. La posarono sul divano, nemmeno un ciao.
È paralizzata dalla testa ai piedi. Io mica mi metto a fare la badante! Adesso mi rifaccio una vita, mi trovo un marito sano e magari procreo un figlio formato export! sbottò la nuora.
Ma io non sono mica dottore! borbottò Giancarlo.
Che dottore, lascia stare. Tanto non cè nulla da fare. Se non la vuoi seppelliscila viva! Io non mi rovino la vita per una figlia così! e se ne andò, chiudendo la porta con un tonfo che si sentì in tutto il quartiere.
Ma tu non sei neanche madre! le gridò dietro Giancarlo.
E così capì come mai il figlio non era mai venuto a pranzo. Con una moglie così, al massimo vai a litigare al mercato, non di certo ti porti famiglia dal nonno. E come diavolo aveva fatto il figlio a incastrarsi con una tipa del genere?
Adesso non cera nemmeno più modo di chiedere.
Se avesse saputo che la nuora avrebbe abbandonato la figlia, probabilmente si sarebbe rigirato nella tomba.
Rimasero così: lui e la nipotina.
La ragazza davvero non si muoveva di un pelo: paralisi totale. Giancarlo però era il tipo abituato a non mollare, in casa sapeva fare tutto. E adesso, finalmente, la vita aveva un senso: la sua missione era guarire la nipote.
I medici ormai lavevano dimessa, lasciandola a casa come un pacco scomodo. Non capivano nemmeno come fosse sopravvissuta. Danni che neanche la Madonna di Lourdes. Restavano solo i rimedi della nonna, i vecchi stregoni (anzi, streghe: la magara locale). Ma la magara era lontana, e portare una ragazza paralizzata laggiù era impossibile. Lei neanche si spostava. Che fare?
Giancarlo ogni settimana andava dalla magara, si faceva dare erbe strane, intrugli, decotti puzzolenti. Così curava la ragazza, giorno dopo giorno.
Passò oltre un anno, tutto uguale: non si muoveva né una mano né un piede, stava lì come un ceppo sotto la coperta. Anche parlare era impossibile: solo qualche mugolio.
Talvolta il vecchio notava una lacrima sulla guancia della nipotina. E per lui era una pugnalata. Pensava piangesse la mamma, il papà. Lui tentava di parlare, le leggeva romanzi, ma lei niente. Duri, tutti e due.
Un giorno, però, successe il miracolo.
Era sera, Giancarlo stava vegliando vicino al letto quando, per un colpo di testa, dimenticò di chiudere la porta. Entrò una banda di ragazzotti ubriachi. Tornavano dalla sagra, avevano visto la luce e si ricordavano: Ehi, qui cè quella ragazza paralizzata. Forse si può divertirsi un po, tanto non si ribella…
Spalancarono la porta.
Dai, nonno! Scopri la nipote, allarga le gambe, che tanto lei non protesta! Poi tiriamo a sorte per chi tocca per primo… sbraitò il più sbronzo.
Pietà! Ha solo 15 anni! supplicò Giancarlo,
Un attimo, fammi lavare i denti! rispose il nonno e, correndo in cucina, aprì lo scantinato e urlò Prendili!.
E da lì spuntò il pastore maremmano: enorme, bianco come il latte, dritto come un vigile.
Cominciò a mordicchiare i pantaloni dei balordi; al capo della banda quasi gli staccava le olive, agli altri procurò un paio di nuovi modelli di pantaloni, in versione aria condizionata.
Scapparono con le chiappe nude per il paese, la gente rideva, il cane li inseguiva fino fuori dalle mura.
Quando tornò, Giancarlo ritrovò la nipotina seduta sul letto che urlava verso la finestra:
Arturo! Arturo! Dai, nonno, tienilo che non scappi!
E lì, il vecchio si mise a piangere come mai.
Da quel giorno la nipote cominciò a migliorare. Dopo poco camminava. Forse era merito degli intrugli della magara, forse il colpo di adrenalina, ma di certo parlava senza smettere mai! Doveva recuperare tutto quello che non aveva detto in un anno e passa.
Volete sapere la storia del cane?
Semplice: Arturo il maremmano era stato il peloso del figlio di Giancarlo. Dopo la tragedia, la nuora se ne era liberata insieme alla figlia.
Il cane lo aveva portato nel viaggio insieme alla ragazzina, senza dire nulla al povero nonno.
Quando la nuora se ne andava dal portone, Giancarlo si era accorto che davanti al cancello cera un cane smunto, triste come una mucca con la febbre, gli occhi pieni di lacrime vere.
Giancarlo nemmeno sapeva che il figlio avesse un cane!
Non ebbe il cuore di lasciarlo fuori: lo prese con sé.
Il cane da quel giorno fu il vero angelo custode del nonno e della nipotina. Quando arrivò la banda di cretini, era in cantina perché in quellestate faceva un caldo che manco in Sicilia.
Giancarlo di giorno lo teneva fresco là sotto, la sera usciva per una passeggiata, quella sera però non aveva ancora fatto in tempo.
Se Arturo fosse stato su, nessun balordo avrebbe osato entrare.
La nipotina poi raccontò che quando piangeva, non era per la mamma o il papà, ma per il cane! Lei, paralizzata, non poteva chiedere al nonno di farlo entrare.
Quando finalmente lo rivide, il cane le leccò il musetto: entrambi erano così felici.
Da allora vissero in tre: Giancarlo, la nipote e Arturo.
Della madre, non arrivarono più notizie, e sinceramente, nessuno ne sentiva la mancanza.





