Ma sei matta? Ho detto a Gina che venivi! Mi sono accordata con lei apposta per tenerti da parte il pezzo migliore!
Irene si era fermata sulluscio della cucina, tenendo il sacchetto tra le mani. La suocera, Laura, era piantata in mezzo alla stanza, braccia conserte e uno sguardo che le trapassava lanima. Sembrava che Irene avesse appena svaligiato una banca, non fatto la spesa dal macellaio.
Signora Laura, sono tornata troppo tardi per andare al mercato provò Irene, cercando di non perdere la calma. Dopo il lavoro sono passata in lavanderia per il suo vestito, poi in farmacia…
E chiamare? Era troppo difficile? Gina ti ha aspettata fino alla chiusura! Poi ha pianto al telefono per unora, dicendo che lho tradita!
Irene appoggiò pian piano il sacchetto sul tavolo. Sentiva un groppo fastidioso allo stomaco.
Guardi, è carne fresca, proprio buona disse, tirando fuori il pacco. Vede, manzo italiano, di quello allevato bene…
Laura non degnò nemmeno di uno sguardo il sacchetto. Si avvicinò al tavolo e lo allontanò con due dita, come se fosse radioattivo.
Roba da supermercato, piena di schifezze. Marco non la mangia nemmeno, ha lo stomaco debole.
Marco prende spesso questa carne, la settimana scorsa lha comprata lui sbottò Irene.
E aveva sbagliato a parlare. Laura diventò paonazza.
Ecco! Il mio figlio costretto ad andare a fare la spesa perché la moglie ha altro da fare! Tre anni, Irene. Tre anni che sei qui, e non sei mai stata di nessuna utilità. Non sai cucinare, non aiuti in casa, figli neanche a parlarne…
Signora Laura, adesso sta esagerando.
Esagerando? la suocera sbuffò. Io baciavo i piedi alla mia suocera, e guai a parlare fuori posto. Tu invece… ti credi chissà chi, non ascolti, fai quello che ti pare…
Laura andò verso lingresso, staccò la borsa dal portabiti con gesti secchi e nervosi.
Lo dico da tempo a Marco: lasciala finché sei in tempo. Trova una donna perbene, che ti sappia rispettare…
Non finì nemmeno la frase, infilandosi le scarpe senza neanche sistemare il tallone.
Irene rimase ferma, appoggiata con le mani allo stipite della porta.
Arrivederci, Signora Laura.
La suocera non rispose, uscì sbattendo la porta. In casa calò un silenzio che quasi faceva male.
Irene scivolò lentamente lungo la parete, sedendosi sul freddo pavimento della cucina. Il pezzo di manzo era rimasto solo sul tavolo, non le andava nemmeno di guardarlo. Né lui, né la cucina immacolata, né quelle foto appese alle pareti del matrimonio, dove la suocera sorrideva tirandosi il viso come se avesse una puntina nelle scarpe.
Tre anni. Tre. Ci aveva messo tutta sé stessa. Aveva studiato le ricette che Marco amava fin da bambino, sopportato i pranzi domenicali a casa della suocera, ogni piatto accompagnato dai suoi commenti: Marco vuole le patate a cubetti, non a bastoncini. Sempre gentile, sempre a chiedere scusa, anche quando non era colpa sua.
E comunque non bastava. Sempre era meglio se ti lasciava.
Irene buttò la testa allindietro, poggiandola contro il muro. Il soffitto aveva bisogno di una mano di tinta. Avrebbe dovuto dirlo a Marco.
Anche se, ormai, che importava?
Per due settimane Irene si sentì come una partigiana dietro le linee nemiche. Marco rispondeva al telefono quando chiamava la suocera, i pranzi domenicali aboliti con la scusa di troppi impegni, e lunico incontro era stato un ciao detto al volo, scappando via.
Poi arrivò la chiamata dal notaio.
Il nonno di Irene, che aveva visto appena cinque volte in vita sua, era morto. Le aveva lasciato una piccola casa di campagna, a una quarantina di chilometri da Firenze. Un appezzamento nel consorzio Aurora, piccolino ma tutto suo.
Dobbiamo andare a vedere, no? Marco rigirava tra le dita le chiavi con il portachiavi a forma di fragolina rovinata. Andiamo sabato?
Irene annuì. Che sarebbe stato sabato, amen.
E non aveva considerato una cosa.
Marco caro, vengo con voi! Laura era spuntata sulluscio alle sette e mezza di mattina, con stivali di gomma e un cestino. Dicono che lì i funghi crescono che è una meraviglia, me lo ha raccontato Gina.
Irene raccolse il thermos in silenzio. Prevedeva una giornata meravigliosa, sì, ma ovviamente solo ironicamente.
La casa di campagna era proprio come Irene se laspettava.
Un casottino malmesso, il terreno infestato dalle erbacce, la recinzione che si reggeva a malapena su due chiodi arrugginiti e buona volontà. Dentro, odore di umido e carta vecchia.
Marco Irene abbassò la voce, tirandolo per il braccio. Perché non la vendiamo? Che ci facciamo qui? Dovremmo venire ogni weekend, sistemare lorto… Non è la nostra vita.
Marco stava per rispondere, ma non ne ebbe il tempo.
Vendere?! Ma siete impazziti? È terra vostra, un angolo di paradiso! Io darei qualsiasi cosa per averne uno…
Laura mise le mani sul petto, con gli occhi che brillavano di lacrime.
Datemi le chiavi. Qua sistemo tutto, metto giù i fiori, rimetto in sesto la casa. Vedrete che tra un anno mi ringraziate!
Irene guardò la suocera: era lì, sprofondata tra le foglie secche, ma sembrava raggiante.
Signora Laura, cè da lavorare qui che…
Irene intervenne Marco, stringendole piano il gomito Lascia fare a mamma. Le fa felice. Ti dispiace?
No, non dispiaceva. Era solo strano. Ma non voleva discutere, non più.
Irene le allungò le chiavi con la fragolina scheggiata.
…Due mesi passarono in sordina. Unatmosfera surreale, in cui Laura chiamava solo per cose pratiche, non si presentava mai senza avviso e incredibile a dirsi non accennava più né alla carne del supermercato né alla mancanza di nipoti né alle patate tagliate male. Al telefono sembrava unaltra: Marco, tutto bene! Sono indaffaratissima, ci sentiamo!
Irene proprio non capiva. Dove stava la fregatura? La quiete prima della tempesta? Che Laura fosse malata e nascondesse tutto?
Marco gli chiese una sera, stanchissima Sei sicuro che tua mamma stia bene?
Perfettamente lui scrollò le spalle. Ormai pensa solo alla casa di campagna. Dice che non ha nemmeno il tempo di dormire da quante cose fa.
Venerdì chiamò proprio Laura.
Domani vi aspetto in campagna! Facciamo la grigliata, vi mostro il terreno. Ho fatto miracoli! Venite e vedrete!
Marco, non ho voglia disse Irene, scuotendo la testa quando lui le riferì linvito. Due mesi di silenzio e adesso di nuovo…
Irene, mamma si è fatta in quattro. Si offenderebbe se non veniamo.
Si offende sempre.
Dai… Marco aveva quella faccia da cucciolo che Irene proprio non sapeva ignorare.
Sabato, allora…
E quando arrivarono, Irene ebbe difficoltà a riconoscere Laura.
La suocera li aspettava al cancello, col vestito di lino, le mani abbronzate e le guance rossicce. Non era la solita smorfia tirata, ma un sorriso vero, caloroso, che le aveva addolcito pure le rughe e tolto dieci anni.
Finalmente, siete qui! Laura spalancò le braccia e Irene, colta di sorpresa, labbracciò senza pensarci.
Da Laura arrivava odore di terra, di finocchietto e sorprendentemente di miele.
Il terreno era irriconoscibile. Lorto tracciato con cura, la recinzione ben salda, i cespugli di ribes con foglioline nuove e sotto alle finestre un mare di tagete colorati.
Venite, vi faccio vedere tutto! Laura li trascinò dentro, senza dar loro il tempo di reagire. Qui cè la fragola, varietà ottima passata dalla vicina. A giugno i primi frutti. Qua metto i pomodori, poi cetrioli. A settembre preparo le conserve ve le do tutte, ne tengo solo un paio per me.
Irene scambiò uno sguardo con Marco, scoprendolo altrettanto sbigottito.
Ma mamma, hai fatto tutto da sola? lui spalancò le braccia, indicando lorto.
E chi sennò? Laura rispose ridendo, con un tono giovane e allegro. Ho le mani, ho la testa, e le signore qui sono di una cordialità… Niente a che vedere con la città!
Li portò dentro la casa. Tutto rinnovato: tende nuove, finestre splendenti, tovaglia ricamata sul tavolo. Lumido sparito, sostituito da un aroma di crostata e erbe fresche.
Ecco Laura posò sul tavolo una bottiglia di latte e un pacchettino avvolto nella carta. Presi da Zina, la signora che sta due case più in là. Latte fresco di capra, carne genuina, e cè anche ricotta e panna fresca. Portateli con voi!
Irene fissò il pacchetto. Carne fatta in casa, nessuna predica su Gina, il mercato e le cose di sempre.
Signora Laura le scappò Ma… qui si trova bene?
La suocera si sedette sullo sgabello e nei suoi occhi era passata unemozione tenera, mai vista prima.
Irene cara la chiamò così per la prima volta Ho sempre sognato questo. Una casa mia, il terreno mio, le mani nella terra, la testa libera. In città soffocavo e nemmeno sapevo perché. Ma qui…
Fece cenno verso la finestra.
Qui vivo.
Al ritorno viaggiavano in silenzio. Marco guidava, i barattoli di latte e ricotta tintinnavano sul sedile dietro.
Senti fu lui a rompere il silenzio magari adesso possiamo pensare anche ai bambini. Abbiamo un posto dove mandarli destate.
Irene sbuffò appena, ma sorrise.
Sai, io allinizio volevo venderla, questa casa. Il primo giorno. Pensavo: cosa ce ne facciamo di un rudere?
Me lo ricordo.
E questa casa… Irene si fermò, cercando le parole adatte. Ha sistemato tutto. Tra me e tua mamma. In due mesi ha fatto quello che in tre anni non sono mai riuscita.
Marco rallentò col semaforo, poi la guardò.
Mamma era solo infelice. Adesso non lo è più.
Irene annuì. Fuori le luci di Firenze si accendevano una a una, la loro casa li aspettava con le foto di matrimonio, e per la prima volta in tre anni, tornare era quasi piacevole.
Bisognerà venire a trovarla un po più spesso disse piano.
E si sorprese, perché lo pensava davvero. E davvero lo voleva.



