I parenti di mio marito si sono offesi perché non li ho fatti pernottare nel mio monolocale

I ricordo ancora quel giorno, come se fosse passato secoli fa, quando i parenti di mio marito vennero a chiedere di pernottare nella mia monolocale di via dei Sapori, a Napoli.

Luca, stai scherzando, vero? Dimmi che è solo uno scherzo stupido e che riderai subito. Ti prego.

Ginevra rimase immobile con il mestolo in mano, dimenticandosi che stava per servire la minestra. Il vapore della pentola salì verso lalto, depositandosi sul lucido frontale del mobile della cucina, ma lei non lo notò. Tutta la sua attenzione era fissata su Luca, che era seduto al minuscolo tavolino della cucina, forchettando linsalata con aria colpevole, evitando di alzare gli occhi.

Ginevra, che potevo fare? balbettò Luca, appoggiando la testa sulle spalle. È la zia Valeria. Ha chiamato: «Abbiamo già i biglietti, veniamo a Roma, a far vedere il nipote al dottore e a fare un po di turismo». Non potevo dire alla zia Non venite. Sarebbe stato poco umano.

Poco umano? Ginevra posò lentamente il mestolo nella pentola. Il clangore del metallo riecheggiò nel silenzio come un gong prima della battaglia. E umano sarebbe far entrare tre persone nella nostra casa? Luca, abbiamo solo trentatrè metri quadrati! Trentatre! Con il balcone dove ci sono le scarpe da corsa e le lattine di vernice!

Fece un gesto ampio verso lappartamento. Era il classico monolocale che Ginevra aveva acquistato prima del matrimonio, investendo tutti i suoi risparmi e cinque anni di vita in stretta economia. Amava quellabitazione con una passione folle. Ogni centimetro era stato ottimizzato: un letto trasformabile, armadi a muro fino al soffitto, una cucina piccola ma accogliente che si fondeva con il soggiorno. Era il nido perfetto per una sola, al massimo per due, se questi due vivessero in totale armonia e non sparpagliassero calzini ovunque.

Stanno solo per tre giorni tentò timidamente di difendersi Luca. Sopportiamo, sarà una stretta, ma non una ferita.

Chi sono loro? Facciamo lelenco degli ospiti incrociò le braccia Ginevra, sentendo il suo occhio sinistro vibrare.

Beh la zia Valeria, lo zio Piero e Cinzia con il suo piccolo.

Il cuore di Ginevra sembrò saltare fuori dal petto. Si sprofondò sulla sedia di fronte a Luca, senza curarsi neanche del grembiule che si era aperto.

Quattro persone? Luca, sei impazzito? La zia Valeria è una donna, per usare un eufemismo, corpulenta. Lo zio Piero fuma come un camino e russa così forte che le pareti tremano. Cinzia è la loro figlia trentenne, il piccolo ha già cinque anni e, secondo i tuoi racconti, rompe tutto ciò che tocca. E vuoi far stare questo branco qui? Dove dormiremo? Sul lampadario?

Ma perché sei così si offese Luca. Possiamo mettere un materasso gonfiabile in cucina. E dare loro la stanza. Sono ospiti, hanno viaggiato. Il bambino ha bisogno di una routine.

In cucina? Ginevra scoppiò in una risata isterica, guardando lo spazio di cinque metri quadrati dove a malapena entravano tavolo e due sedie. Sotto il tavolo, forse? O devo infilare i piedi nel forno?

Ginevra, non cominciare. Sono parenti. Mia madre si offenderebbe se sapesse che non li accogliamo. Vengono con cuori pieni, portano salumi, cetrioli

Non mangio salumi, Luca! E i cetrioli li compriamo al mercato in offerta! Ginevra si alzò, camminando nervosamente dalla finestra alla porta, tre passi avanti, tre indietro. No. Non li farò pernottare. Un tè, per favore. Cena, la sopporterò. Ma il pernottamento, no. Che cerchino un albergo.

Non hanno soldi per lalbergo, Ginevra! Sono gente di paese, per loro i nostri prezzi sono una galassia. Mettiamoci nei loro panni!

E chi si metterà nei miei panni? Lavoro tutta la settimana. Domani ho lunico giorno libero, volevo solo dormire e rilassarmi in bagno. Invece devo farli dormire sul pavimento della cucina e ascoltare il russare dello zio Piero? No, Luca. Chiama e dì che cè una perdita di acqua, che siamo malati di peste, che siamo stati sfrattati qualsiasi scusa, ma perché non vengano qui a dormire.

Luca sospirò pesantemente, spostò il piatto e guardò Ginevra con gli occhi di un cane sfinito.

Non posso. Sono già sul treno. Domani mattina saranno in stazione. Ho promesso di incontrarli.

Ginevra lo fissò, sapendo che non avrebbe chiamato. Per lui era più facile sopportare linconveniente, farla soffrire, che dire un netto no ai parenti arroganti. Era il suo eterno dilemma: voler essere buono con tutti, tranne che con la propria famiglia.

Va bene disse Ginevra con tono gelido. Li incontrerai. Ma avviso subito: non muoverò un dito per sistemare posti letto. Se pensano che starò tre giorni accanto alla stufa a servire una massa, si sbagliano.

La notte fu agitata. Ginevra si rigirava nel letto, immaginando come sarebbe diventato il suo pulitissimo appartamento dopo linvasione dei parenti. La mattina Luca partì per la stazione, Ginevra rimase a casa, pronta alla battaglia. Decise di non preparare lennesimo tiramisù o le lasagne tradizionali, ma solo caffè, toast e un libro, dimostrando che la giornata procedeva secondo il suo piano.

Il campanello suonò come unaria di allarme. Ginevra si avvicinò lentamente al citofono.

Ginevra, siamo noi! Apri! la voce di Luca suonò come se avesse portato un milione di euro.

Pochi minuti dopo, sul piano sentì rumori di passi, risate, clangori. La porta si spalancò e unonda di gente inondò lingresso.

La prima ad entrare fu la zia Valeria, una donna enorme in un vestito a fiori, con una valigia a rotelle che lasciò subito una traccia di sporco sul marmo lucido.

Oh, Ginevrinella! Che piacere! esclamò, spalancando le braccia per un abbraccio. Odorava di treno, di salsiccia bollita e di profumo economico Gelsomino. Che magra, cara! Ti ha prosciugato la città! Ma non importa, siamo qui, ti nutriremo!

Seguito da zio Piero, che portava una valigia enorme da cui spuntava una cosa che somigliava a una gamba di maiale.

Salve, padrona! Dove mettiamo il mammut? sbuffò, scrollando la cenere dalla sigaretta appena spenta, il profumo di tabacco impregnava i suoi vestiti.

Arrivò poi Cinzia, donna dal volto stanco e labbra serrate, trascinando per mano il ragazzino di circa cinque anni. Il bimbo, appena entrato, urlò: «Dove sono i cartoni animati?!» e corse verso la stanza, senza togliersi le scarpe.

Fermatevi! gridò Ginevra, ma era troppo tardi. Le scarpe sporche calpestavano il suo tappeto soffice.

Dai, è solo un bambino sbruffò Cinzia, gettando le scarpe al centro del corridoio. Non avete cuscini? Dobbiamo cambiare i vestiti, siamo sudati dal viaggio.

Il corridoio, progettato per due persone, divenne subito una metropolitana in ora di punta. Borse, zaini, gente tutto si mescolò in un unico caos. Ginevra sentì un attacco di claustrofobia, una sensazione che non aveva mai provato.

Entrate pure estrasse, cercando di mantenere una cortesia residua. Ma le scarpe, per favore, suonatele nello scaffale. Giacche nellarmadio.

Basta con le cerimonie! sbottò zia Valeria, correndo verso la cucina. Oh, che cucina piccolina! Come fai a cucinare, povera? Non cè spazio neanche per girare!

Gettò la sua valigia sul tavolo.

Zia Valeria, togli la valigia dal tavolo, per favore la fermò con decisione Ginevra. È un tavolo da pranzo.

È pulita, lho messa sul treno! Cera un giornale sotto! sbuffò, ma spostò la valigia su una sedia. Allora, cosa cuciniamo! I ragazzi hanno fame, abbiamo solo bevuto tè. Luca ha detto che ci aspettavate.

Ginevra guardò Luca, fermo nella porta, cercando di diventare invisibile.

Ho messo il bollitore, disse. Ci sono dei panini. Non ho preparato il pranzo, pensavo che, appena arrivati, vorreste rilassarvi, fare una doccia, poi decidere dove mangiare.

Un silenzio pesante cadde nella stanza. Zia Valeria incrociò le braccia.

Come dove mangiare? Non siamo a casa nostra? Siamo parenti! Tu, Ginevra, accogli gli ospiti con una tavola vuota? Nelle nostre campagne non è così! Se un ospite varca la soglia, tutto il meglio va in tavola!

A Roma avvisiamo in anticipo e chiediamo se è comodo per gli ospiti ribatté Ginevra. E noi non dobbiamo cambiare i nostri piani.

Ma lo abbiamo avvisati! Luca lo sa! intervenne zio Piero, aprendo il frigo e osservando il contenuto. Oh, una birra fredda! Tua, Luca?

Mia gracchiò Luca.

Allora, beviamo! esclamò, aprendo la lattina con un forte pff.

Ginevra chiuse gli occhi, contò fino a dieci. Non servì.

Dunque, cari ospiti annunciò a gran voce. Facciamo chiarezza. Lappartamento è piccolo. Un solo divano come letto. Siamo due, voi quattro. Non cè posto per dormire tutti qui.

Come così? chiese incredula Cinzia, scrutando la stanza. Il divano è grande, io, mia mamma e Matteo ci mettiamo. Papà può stare su una sedia pieghevole, ho visto sul balcone. E voi giovani potete stare sul pavimento con un materasso gonfiabile. O chiedete ai vicini, qui cè gente, forse qualcuno conosce?

Lidea così audace lasciò Ginevra senza parole. Non solo volevano spostare gli ospiti, volevano assegnare loro i posti. La proposta era di dormire sul pavimento del proprio monolocale, comprato con i propri risparmi, o andare a chiedere ai vicini.

No, disse Ginevra. Non accetto. Il divano è il nostro posto per dormire. Non lo sacrificherò.

Guardala! esclamò zia Valeria, agitandosi. Che rottura! I parenti viaggiano da terre lontane e ti preoccupi del divano! Abbiamo cambiato pannolini a tuo figlio! Ti abbiamo mandato pacchi in guerra! E non ti apri la porta?

Zia Valeria, nessuno vi sta scacciando intervenne Luca, cercando di calmare. È solo che Ginevra è stanca, e il posto è davvero poco

Taci, sottomesso! urlò la zia. La tua moglie non ci rispetta, e tu piangi! Siamo venuti da te, non da lei! Lappartamento è nostro, quindi abbiamo diritto!

Lappartamento è mio affermò Ginevra, con voce ferma. Lho comprato prima del matrimonio, è a mio nome. Ho pagato lipoteca. Luca vive qui perché è mio marito. Ma non ho il diritto di trasformare la mia casa in un dormitorio.

Il silenzio avvolse la stanza. Zio Piero smise di bere, Cinzia smise di muovere la gamba. Zia Valeria si colorò di rosso.

Ah, così sibilò. Ti credi più alta di noi? Dici quadrati e metri? Hai dimenticato le radici?

Di che radici parli? scoppiò Ginevra. Stiamo parlando di rispetto elementare e spazio personale. Siete arrivati quattro in un monolocale. Non avete chiesto se ce lo fosse comodo. Avete semplicemente imposto.

Che dobbiamo chiedere? Siamo parenti! ribatté zia Valeria. Pensavamo di sederci, chiacchierare, come una famiglia. E tu

A quel punto si sentì un rumore di vetri rotti. Tutti corsero verso il soggiorno. Il piccolo Matteo, curioso, aveva rovesciato una preziosa vasi di cristallo, spargendo frammenti sul pavimento. Stava in mezzo ai pezzi, piangendo disperato.

Oh, Dio! Matteo, non ti sei tagliato? si lanciò Cinzia, afferrandolo. Che cosa hai fatto?! Perché mettere vasi dove corre il bambino?

Ginevra guardò i resti della sua vasi, importata da Venezia, lultima goccia.

Basta disse, la voce tremante per la rabbia. Il concerto è finito. Raccoltete le cose.

Cosa? sbuffò zia Valeria, raddrizzandosi. Vuoi cacciarci? Con il bambino?

Non in strada. È giorno, il sole è fuori. Avete tempo per trovare un albergo o un ostello. Posso darvi gli indirizzi di opzioni economiche, li ho cercati ieri.

Ginevra tirò fuori dalla tasca dei jeans una lista piegata e la porse a Luca.

Luca, ecco. Cè un ostello a due isolati da qui, buona sistemazione per famiglie. E lalbergo Alba non è lontano. Prezzi accettabili.

Hai perso la bussola morale? sibilò Cinzia. Abbiamo messo da parte i soldi per i dottori, non per gli alberghi! Vuoi strappare il bambino dalla bocca?

Voglio ordine e tranquillità nella mia casa rispose Ginevra. Siete venuti a Roma per cure mediche, dovevate prevedere lalloggio. O contare sul fatto che io vi sostenessi?

Luca! urlò zia Valeria. Sei un uomo o una spugna? Dì a tua moglie di stare zitta! Non andremo via! Restiamo!

Luca rimaneva fra la moglie risoluta e la zia furiosa, rosso come un pomodoro. Il suo sguardo passava da Ginevra, che non cedeva, ai parenti pronti a lottare.

Zia Valeria iniziLuca, con il cuore pesante, accettò di accompagnare la zia Valeria e la sua famiglia verso lalbergo Alba, lasciando Ginevra sola nella sua casa, finalmente riconquistata, a guardare il tramonto che filtrava dalle finestre del suo monolocale.

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