Nel villino si sentiva odore di profumo francese e di assenza d’amore. La piccola Lisa conosceva sol…

Nel vecchio palazzo di famiglia aleggiavano lodore intenso di profumo francese e quello più sottile della freddezza. Da bambina, la piccola Benedetta aveva conosciuto un solo vero abbraccio: quello saldo delle mani della governante, Nonna Rina. Ma un giorno, dal cassetto blindato scomparvero dei soldi, e quelle mani calde svanirono per sempre.

Son passati ventanni. Benedetta ora stringe al petto la sua bimba, Chiara, e si presenta davanti a quella stessa porta, la gola bruciata da una verità finalmente pronta a emergere

***
Il profumo dellimpasto fresco era quello di casa.

Non la villa dai marmi lucidi e i lampadari di cristallo che avevano segnato la sua infanzia: unaltra casa, quella che aveva imparato a sognare osservando, seduta su uno sgabello in cucina, le mani forti e arrossate della Rina mentre impastava con energia.

Perché limpasto è vivo, Nonna? domandava Benedetta quando aveva appena cinque anni.

Perché respira, rispondeva Rina, senza mai fermarsi. Lo vedi come fa le bolle? È felice, perché fra poco andrà in forno. Curioso, vero? Essere felici di finire fra le fiamme

Allora, Benedetta non capiva. Solo adesso ne coglieva il senso.

Ferma lungo una stradina di campagna dissestata, Benedetta stringeva a sé la piccola Chiara, quattro anni appena. Lautobus aveva già ripreso la sua corsa, abbandonandole nel silenzio ovattato del febbraio piemontese, dove ognuno può sentire il crepitio della neve sotto i passi a tre case di distanza.

Chiara non piangeva. Ormai aveva imparato a non farlo negli ultimi mesi. Gli occhi scuri e seri guardavano il mondo, e ogni volta a Benedetta mancava un battito: aveva gli stessi occhi di Giulio, lo stesso mento, la stessa silenziosa ostinazione dietro cui si nascondevano segreti grandi.

Non pensarci adesso. Non qui.

Mamma, ho freddo.

Lo so, piccolina. Cerchiamo subito.

Non sapeva lindirizzo. Non sapeva nemmeno se Rina fosse ancora viva, dopo ventanni. Tutto ciò che le era rimasto era un nome Borgo dei Pini, provincia di Cuneo il ricordo di quellimpasto e il tepore semplice delle uniche mani che labbiano mai accarezzata senza motivo.

Il sentiero la conduceva tra recinti sbilenchi. Qua e là, qualche finestra si illuminava di una luce gialla, fioca ma viva. Benedetta si fermò davanti allultima casa, quando le gambe non reggevano più e la bimba pesava ormai troppo.

Il cancello cigolò, i gradini del portico erano sepolti dalla neve. La porta, antica, scrostata, portava i segni del tempo.

Benedetta bussò.

Nessun suono.

Poi, passi trascinati e il rumore di un chiavistello: una voce roca, antica ma per Benedetta più familiare che mai.

Chi viene in giro con questo buio?

La porta si aprì.

Sul limitare, una donnina minuta avvolta in una maglia sopra la vestaglia. Il volto rugoso e consumato, gli occhi azzurri, chiari e vivi come allora.

Rina

Per un istante la vecchia restò immobile. Poi sollevò una mano quella mano nodosa e saggia e la poggiò sulla guancia di Benedetta.

Santissima Madonna Benedettina, sei tu?

Le gambe di Benedetta tremarono. Restò in piedi solo grazie alle braccia che tenevano forte la figlia. Non riusciva a dire una parola: solo le lacrime scorrevano, calde, sulle guance gelate.

Rina non fece domande. Nessun da dove?, perché?, cosa è successo?. Scostò solo un vecchio scialle dal gancio accanto alla porta e lo posò sulle spalle di Benedetta. Poi prese in braccio Chiara la bimba rimase immobile, occhi scuri puntati su quella donna e la strinse forte.

Ecco, siete arrivate a casa, piccolina mormorò Rina. Entra, entra, figliola mia.

***
Venti anni.

Tanto basta per costruire e poi perdere unimperoinfamiglia. Per dimenticare la lingua materna. Per seppellire i genitori anche se i suoi erano ancora vivi, semplicemente lontani e freddi come i mobili di una casa in affitto.

Da bambina, Benedetta credeva che la loro villa racchiudesse il mondo intero. Quattro piani di felicità: il salotto col camino, lo studio del padre impregnato dellodore di sigaro e di severità, la camera della madre sempre decorata di velluti. E, in fondo, sotto tutto, la cucina: il regno di Rina.

Benedettina, qui non si deve stare, le dicevano tate e governanti. Tu devi andare su, dalla mamma.

Ma la mamma era sempre al telefono. Sempre. Con le amiche, i soci, gli amanti questo Benedetta non lo capiva allora, ma sentiva che cera qualcosa di stonato. Quando entrava il padre, il sorriso della madre si spegneva come una candela.

In cucina, invece, era tutto giusto. Lì, Rina le insegnava a fare i ravioli storti, con bordi pizzicati male. Aspettavano che limpasto lievitasse Zitta, Benedettina, sennò si offende e si affloscia. E quando sopra iniziavano i litigi, Rina la prendeva in braccio e canticchiava nenie antiche, senza parole.

Rina, ma tu sei la mia mamma? le chiese una volta, a sei anni.

Ma va, signorina! Io sono solo la domestica.

Ma perché io ti voglio più bene che alla mamma?

Ci fu un lungo silenzio. Rina le accarezzò i capelli, poi, piano, sussurrò:

Lamore non chiede il permesso. Arriva e basta. Anche tua mamma la vuoi bene, solo che in modo diverso.

Benedetta sapeva che non era vero. Sua madre era bella, importante, la riempiva di regali e la portava a Parigi. Ma non restava con lei quando stava male. Quello lo faceva Rina, notte dopo notte, con il palmo fresco sulla fronte bollente.

Poi, venne quel giorno…

***
Centocinquantamila euro, sentì Benedetta dalla porta socchiusa. Dal cassetto della cassaforte. Ricordo di averli messi io stessa.

Magari te li sei scordata, disse il padre.

Francesco!

La voce del padre, stanca, smorta come tutto in lui negli ultimi tempi:

Daccordo. Chi aveva accesso?

Rina. È stata lei a pulire lo studio. Conosceva il codice, glielavevo detto io stessa.

Silenzio. Benedetta, allora nove anni, restava nascosta, sentendo che qualcosa dentro di lei si spezzava.

Sua madre è malata di tumore, disse il padre. Cura costosa. Chiese un anticipo, il mese scorso.

Io non lho dato.

Perché?

Perché è la domestica, Francesco. Dovremmo dare soldi a tutti i servitori per mamma, papà, sorella?

Giulia.

Che cè, Giulia? Lo vedi bene da solo. Aveva bisogno di soldi, aveva accesso

Non abbiamo la certezza.

Vuoi chiamare i carabinieri? Far sapere a tutti che in casa nostra si ruba?

Ancora silenzio. Benedetta chiuse gli occhi. Era troppo piccola per difendere, abbastanza grande per capire.

Il mattino dopo, Rina stava raccogliendo le sue cose.

Benedetta la spiava dalla porta, in pigiama, scalza sul pavimento freddo, mentre la donna sistemava qualche capo, le sue pantofole, la statuina di San Nicola sempre sulla mensolina.

Rina

Quella si voltò, il viso sereno, ma gli occhi rossi e gonfi.

Benedettina, non dormi?

Vai via?

Sì, tesoro. Da mia madre, sta molto male.

E io?

Rina si inginocchiò pian piano, facendosi minuscola davanti agli occhi della bambina. Profumava dimpasto, come sempre.

Crescerai, Benedettina. Diventerai una brava donna. E magari, un giorno, verrai a trovarmi. Ricordati: Borgo dei Pini.

Borgo dei Pini.

Brava.

Un bacio rapido sulla fronte, furtivo. Poi se ne andò.

La porta si chiuse. Il chiavistello scattò. E quellodore di impasto, di tepore, di casa svanì.

***
La casa era piccolissima.

Una stanza, la stufa allangolo, il tavolo con la cerata, due letti divisi da una tenda a fiori. Sulla parete, la statuina di San Nicola, più nera e segnata dal tempo e dalle fiammelle delle lampade.

Rina indaffarata: metteva il bollitore, tirava fuori la marmellata, preparava la culla per Chiara.

Siediti, siediti, Benedettina mia. Ora ti scaldi e poi parliamo.

Ma Benedetta non riusciva a stare seduta. Era lì, figlia di chi un tempo aveva posseduto una villa di quattro piani, in una stanza poverissima e avvertiva, paradossalmente, una sensazione nuova.

Pace.

Per la prima volta, dopo anni, pace autentica. Come se qualcosa dentro, teso da troppo tempo, si stesse rilassando.

Rina, la voce le tremò. Rina, perdonami.

Perché mai, bambina?

Per non averti difesa, allora. Per aver taciuto ventanni. Per

Si interruppe. Come spiegarsi?

Chiara dormiva già, profondamente. Rina sedeva di fronte, la tazza di té in mano, e aspettava.

E Benedetta raccontò.

La casa che, dopo Rina, era divenuta fredda. I genitori che si erano separati, quando la società del padre era crollata e aveva trascinato via tutto: casa, auto, persino la casa al lago. La madre partita col nuovo marito in Svizzera, il padre morto dalcol tre anni dopo, lasciandola sola.

E poi è arrivato Giulio, sussurrò, occhi bassi. Lo conoscevi, veniva sempre a casa, lo ricordi? Magro, spettinato, sempre a rubare caramelle.

Rina assentì.

Ricordo il ragazzino.

Avevo pensato: questa è famiglia. La mia, finalmente. Ma lui Giulio era un giocatore, Rina. Carte, slot, tutto. Io non lo sapevo. Lho scoperto troppo tardi. Debiti, creditori Chiara.

Si fermò. La stufa ardeva, proiettando ombre tremolanti.

Quando ho chiesto la separazione, lui mi ha confessato tutto, convinto che io lavrei perdonato.

Cosa ha confessato?

Benedetta la guardò.

Fu lui a rubare i soldi. Quei soldi, dalla cassaforte. Sapeva il codice, lha visto una volta da noi. Gli servivano non ricordo più per cosa. Gioco, suppongo. E la colpa cadde su di te.

Silenzio.

Rina rimase immobile. Solo le mani sulla tazza si fecero bianche.

Rina, perdonami, se puoi. Lho saputo solo da poco. Io davvero non non lo sapevo.

Ssst.

Rina si alzò, si avvicinò a Benedetta e, con fatica, si inginocchiò, come una volta, occhi negli occhi.

Bambina mia, tu che colpa hai?

Ma tua madre ti servivano veramente quei soldi.

Mia madre se nè andata dopo un anno. Rina si segnò la fronte. E io? Io son qui. Lorto cè, una capretta e i vicini gentili. Mi basta.

Ma ti hanno mandata via come una ladra!

Non succede forse che, a volte, la via della verità passi per sentieri storti? sussurrò. Se non mi avessero cacciata, magari non sarei stata accanto a mamma quellultimo anno. Quello era il dono, credimi.

Benedetta non parlava. Tornati, in gola, vergogna, dolore, amore e gratitudine mescolate insieme.

Mi sono arrabbiata? Ovviamente, eccome! Mai preso un soldo, nemmeno una moneta. Ma poi col tempo, lasci andare. Perché la rabbia ti consuma. E io volevo vivere.

Prese le mani di Benedetta nelle sue, dure e screpolate.

Tu sei qui, con la bimba. Da me, vecchia in una casa che cade a pezzi. Quante valgono queste cose? Più di ogni cassaforte, credimi.

Benedetta pianse. Non da adulta, ma come allora, dirottando il pianto sulla spalla magra di Rina.

***

La mattina dopo, Benedetta si svegliò col profumo. Limpasto.

A fianco dormiva Chiara, la bocca socchiusa. Oltre la tenda, Rina trafficava, frusciava fra carta e pentole.

Rina?

Svegliata? Forza, vieni che i panzerotti si freddano!

Panzerotti.

Benedetta si sollevò, quasi in trance. Sul tavolo, su una vecchia Gazzetta, cerano i panzerotti: gonfi, dorati, chiusi male proprio come da bambina. E profumavano di casa.

Pensavo, disse Rina riempiendo una tazza, che potresti cercare lavoro in biblioteca al paese. Non pagano tanto, ma qui si spende poco. Chiara la portiamo allasilo: la maestra, signora Teresa, è una brava donna. Poi vediamo.

Diceva tutto con una naturalezza che sconvolgeva.

Rina, Benedetta balbettò, io io non sono nessuno per te. Dopo tanti anni. Perché mi hai accolta così?

Perché? Rina le sorrise con quello sguardo trasparente e saggio. Ricordi quando mi chiedevi perché limpasto è vivo?

Perché respira.

Appunto. Lamore fa lo stesso. Respira, anche se non lo vedi. Non lo licenzi, non lo mandi via. Rimane dove si è posato, anche per ventanni.

Mise un panzerotto davanti a lei, caldo, soffice, con la mela dentro.

Mangia, sei tutta pelle e ossa, signorina.

Benedetta ne addentò uno. E, per la prima volta dopo anni, sorrise.

Fuori, il sole faceva brillare la neve, e il mondo così grande e ingiusto sembrava in quellistante semplice e gentile. Come le mani di Rina, le sue mani, come lamore che nessuno può licenziare.

Chiara si affacciò, occhi assonnati.

Mamma, che profumo buono.

È stata Nonna Rina a cucinare.

Non-na? la bambina soppesò la parola e guardò Rina. Lei sorrise, con gli occhi che silluminarono fra le rughe.

Sì, nonna. Vieni a sederti, gioia mia.

Chiara si mise al tavolo. E per la prima volta dopo mesi, rise, impastando con la nonna piccoli omini di pasta.

Benedetta osservava la scena, la figlia e quella donna che aveva sentito madre, e capiva: questa era la casa. Non le mura, né i marmi, né i lampadari. Solo mani calde, il profumo del pane, lamore quello semplice, quello che nessuno compra ma che resta.

Lamore che non si paga, che nessuno può rubare.

Chissà comè strana la memoria del cuore. Dimentichiamo date, volti, anni interi ma il profumo dei panzerotti di mamma resta sempre, finché un alito di vita ci accompagna.

Forse, perché lamore, quello vero, non abita la mente, ma un posto più profondo, dove i torti e il tempo non arrivano. E, talvolta, dobbiamo perdere tutto casa, denaro, orgoglio per ritrovare la strada verso chi, da sempre, ci aspetta a braccia aperte.

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