Il maledetto vecchio casale
Siamo arrivati! Giù dal camion! esclamò lautista spegnendo il motore davanti a una vecchia staccionata di legno, mentre la polvere della strada si posava lentamente.
Chiara accarezzò delicatamente Martina, che dormiva appoggiata al suo braccio.
Amore, svegliati. Siamo arrivati.
Martina, ancora assopita, si strofinò gli occhi con i pugnetti e scrutò lintorno.
Mamma, è questa la nostra nuova casa?
Sì, tesoro. Su, andiamo a vedere e a scaricare le cose.
Chiara scese dal camion e sollevò Martina, stringendola forte a sé. Da dietro arrivò Matteo, seguendo con la sua auto.
Tutto bene? chiese, guardando la moglie con attenzione.
Sì. Le chiavi dove sono?
Eccole, le porse un mazzo di chiavi. I documenti della casa li ho lasciati sul tavolo. Sabato torno a prendere Martina, come abbiamo deciso.
Va bene.
Ti aiuto a portare dentro le valigie e poi vado. Ho da fare.
Chiara annuì. Sentiva ancora ribollire qualcosa dentro di lei, ma sapeva che non cera nulla da fare ormai: bisognava andare avanti. E preferiva non pensare troppo al passato.
Avevano vissuto insieme cinque anni. Solo un mese prima, Chiara aveva scoperto che Matteo aveva unaltra donna. Non solo una semplice avventura era una relazione seria: lui ormai pensava pure a rifarsi una famiglia.
Allinizio, Chiara si era sentita come sospesa in un sogno irreale, come se il mondo fosse avvolto nella nebbia. Fino al giorno prima aveva tutto: una vita stabile, un marito accanto e poi il vuoto. Le era venuta a mancare la fiducia negli altri. Se luomo più vicino era capace di tradirla così, cosa aspettarsi dagli altri? Eppure il loro matrimonio sembrava sereno, quasi senza litigi. Era per questo che Chiara non si era accorta di nulla.
La notizia le aveva tolto ogni forza. Pur continuando a gestire la casa, occuparsi di Martina, lavorare e cucinare, Chiara non riusciva a pensare al futuro.
La loro casa, in città, apparteneva ai genitori di Matteo.
Chiara, invece, aveva solo una vecchia zia, Lina, che viveva in un paese vicino. Era lunica parente rimasta. Non potendo visitarla spesso, Chiara aveva trovato una vicina che si occupava di portarle la spesa, le medicine, e le faceva compagnia. Lappartamento dei suoi genitori, ereditato anni prima, lo dava in affitto: i soldi venivano divisi tra Chiara e una parte destinata a zia Lina. Aveva spesso proposto a zia Lina di trasferirsi in città, ma la vecchia non aveva mai voluto.
Quando Matteo le confessò di avere unaltra, Chiara rimase muta, aggrappata alla tazza in cucina, cercando di non versare una lacrima davanti a lui. Sapeva che la figlia era la priorità, ora.
Forse dovremmo disdire il contratto con gli inquilini
Meglio di no. Sono io in torto, con te e con Martina. Ho parlato coi miei. Chiara, che ne penseresti di trasferirti nella vecchia casa dei miei a Montefusco? So che non è nuova, cè da rimetterci mano, ma è solida e calda. E poi tua zia Lina vive nella strada qui vicino. Mia madre vorrebbe intestare casa a te e Martina. Che ne pensi?
Una specie di risarcimento? sospirò Chiara amaramente, ma rifletté. Era davvero meglio cambiare aria: passeggiare sotto casa rischiando di incrociare Matteo e la sua nuova compagna le dava il voltastomaco. Tutto il quartiere le ricordava quello che aveva perso.
Dove va a vivere ora? Il paese era piccolo, ma la scuola era buona, il dottore a due passi, tutto era vicino. Martina era ancora piccola e aveva bisogno del suo sguardo. Non poteva contare più come prima su Matteo. Avrebbe dovuto cercare lavoro…
Chiara annuì:
Va bene. Accetto.
Matteo si alzò:
Parla domani con mia madre. Lei ti chiamerà per andare dal notaio. Ora devo scappare.
Sulluscio si fermò un attimo, senza guardarla.
Perdono, Chiara… Non lho voluto.
Chiara non rispose. Chiuse la porta alle sue spalle e scivolò a terra, stringendosi tra le braccia. Pianse in silenzio, per non svegliare Martina. Non era un pianto, ma un ululato, forte e sofferto, come di una lupa ferita.
Dopo aver pianto a lungo, Chiara sentì che tutte la rabbia che aveva provato verso Matteo si era sciolta. Era rimasto un buco vuoto, bruciante. Ma anche il desiderio di riempirlo con qualcosa di buono, di non lasciarsi schiacciare dalla disperazione.
Le settimane dopo furono difficili: Chiara pensava solo al trasloco e agli impegni quotidiani.
Ed ora eccola lì, davanti alla recinzione storta della sua nuova casa, che a malapena si vedeva fra le erbacce del giardino. Tra i rami degli alberi si intravedeva la punta del tetto e una parte della veranda.
Martina la tirò per la mano:
Mamma, andiamo! Che aspetti?
Percorsero il viottolo e, passando accanto a un vecchio melo, videro finalmente la casa.
No, pensò Chiara. Questo è proprio una casa. Un po malconcia, sì, ma solida. Aveva una piccola mansarda e una veranda spaziosa con vetrate colorate. Nel mezzo del giardino autunnale, sembrava un quadro. Chiara prese la sua macchina fotografica e scattò alcune foto. Guardando la sua nuova dimora, sentì nascere dentro una sensazione positiva, come se proprio in quel lavoro necessario per sistemare casa e giardino ci fosse la chiave della sua rinascita.
Martina, bocca aperta, ciucciava un dito. Chiara le accarezzò il cappello:
Togli quel dito, piccolina! Ti piace, eh?
Mamma, è bellissima!
Sono daccordo. Vediamo dentro e pensiamo dove farai la nanna!
Sì! Dai, entriamo!
Salirono sulla veranda e attraversarono lingresso. Il corridoio conduceva alla cucina e alle camere. Chiara fece il giro della casa, immaginando dove sistemare i mobili.
Era una casa modesta: cucina, due camere al piano terra, una mansarda e il salone con un grande tavolo rotondo, sopra cui pendeva un vecchio paralume coperto di scialle alluncinetto. Umido, certo; ma Chiara avvertiva un senso di calore nellambiente, come se la casa la accogliesse.
Chiara! Abbiamo finito, e ho pagato i facchini, Matteo si affacciò nella stanza. Vieni che ti faccio vedere caldaia e termostato.
Dopo averle mostrato tutto, Matteo si congedò.
Chiara entrò in cucina. Mise su il bollitore e tirò fuori dai contenitori la cena per Martina. Poi si mise a pulire il tavolo: la cucina era piccola ma accogliente, con due grandi finestre sul giardino. Martina, seduta, dondolava i piedi e guardava pensierosa il lampadario colorato.
Allimprovviso qualcosa colpì il vetro della finestra con un colpo secco. Martina sobbalzò, Chiara si voltò di scatto. Sul davanzale, un enorme gatto rosso la fissava.
Ma buongiorno anche a te! Che vuoi, farci prendere uno spavento? sospirò Chiara. Guarda, Martina, che bellesemplare!
Il gatto la squadrava senza scomporsi.
E allora? Se vuoi entrare, accomodati! Troverò qualcosa per te.
Il micio saltò giù dal davanzale e sparì.
Onorato dellinvito, a quanto pare, Chiara sorrideva. Martina, su, a lavare le mani! È ora di mangiare.
Nel frattempo, si sentì un miagolio dietro di lei. Sulla porta, seduto orgoglioso, cera proprio lui.
Ma come hai fatto a entrare? Avevo chiuso la porta!
Il gatto non si spaventava: da vero padrone di casa, guardava Chiara con occhi gialli e sbatteva le ciglia come se la sfottesse.
Chiara prese un pezzo di pollo lesso, lo spezzettò e lo mise su un piattino:
Vieni, accomodati.
Il gatto avanzò con dignità e iniziò a mangiare.
Controllando le porte, Chiara notò una piccola apertura in basso, forse fatta proprio per i gatti. Benone, pensò, il nostro ospite sa bene come entrare.
Quando tornò in cucina, trovò Martina seduta accanto al gatto mentre gli chiacchierava. Lui ascoltava attento. Chiara rise, per la prima volta dopo tanto tempo:
Sembriate due grandi amici!
Martina e il gatto si voltarono insieme, e a Chiara per un attimo sembrò che anche il gatto alzasse le spalle, proprio come la bimba.
Un bussare alla porta la interruppe. Chiara avvertì Martina:
Tu resta qui! e andò ad aprire.
Buongiorno! Sono la vostra vicina, Paola Grimaldi. Chiamami pure zia Paola. Tieni: le porse un barattolo di latte fresco. Dalla mia capra! Bevetelo.
Grazie tante, zia Paola! Che gentile! È ancora caldo! Chiara la invitò ad entrare.
Paola non se lo fece ripetere. Mentre Chiara poggiava il latte, Martina si girò:
Buongiorno, io mi chiamo Martina.
Piacere, tesoro. Io sono zia Paola.
Ma quel gatto di chi è?
Come di chi? È il mio mascalzone! Si chiama Filippo. Se mangia troppo spediscilo fuori, a casa lo nutro fin troppo, e poi non caccia più i topi.
Ci sono i topi? Martina spalancò gli occhi.
Certo! E anche nella vostra. Nei casali ci sono sempre, soprattutto in autunno.
Mamma, abbiamo bisogno di Filippo! Anzi, di un gatto nostro!
Chiara sorrise:
Vedremo, piccola. Zia Paola, conosce qualcuno disposto ad aiutare con il giardino? Mi servono mani forti.
Ma certo! Chiedi a Michele. Sta tre case più avanti, al portone verde. È un bravuomo, lavora bene e non chiede molto.
Grazie! Volete un tè? Ho dei biscotti, anche se abbiamo appena traslocato.
Volentieri rispose zia Paola.
Bevvero il tè e Paola raccontò del paese, della sua famiglia, poi chiese:
Senti, Chiara, come sei finita in questa casa?
Ereeditata, rispose Chiara, senza entrare nei dettagli.
Sai, sono ventanni che sta chiusa. I giovani non ricordano, ma i vecchi sanno: tutti dicono che questa è una casa maledetta.
Davvero? E cosa è successo?
Nulla di terribile, non aver paura. Ma nessuno ci è mai rimasto per molto. O si ammalavano, o perdevano i cari, o la fortuna voltava le spalle La fama è rimasta. La costruì un mercante locale per la sua promessa, ma la sposa morì di malattia prima di compiere un anno di matrimonio. Da allora andò di male in peggio. Vecchia, la casa! Ha quasi centanni. Ma nessuno ci è mai stato bene.
Chiara rigirava il cucchiaino tra le mani.
Sarà… Che importa? Questa mi è toccata! Vedremo come andrà! Siamo temerarie, vero Martina? Non ci facciamo spaventare così facilmente!
Passarono alcuni mesi.
Chiara si abituò al nuovo paese. Martina andava allasilo, e Chiara lavorava al laboratorio fotografico. Guadagnava bene fotografando le feste: la fotografia era nata come hobby, ma già in gravidanza aveva seguito dei corsi e si era messa a lavorare con i bambini, in studio e fuori. Ora quella capacità la salvava.
Martina si ambientò subito. Il casale e il giardino, con laiuto di Michele, tornarono in ordine. Michele, uomo alto e robusto, si presentò con poche parole:
Chiamami Michele, sono abituato così.
Mise a posto il giardino insieme a Chiara: piante da frutto e molti cespugli. Con qualche cura, avrebbero avuto frutta e bacche fresche. Poi aggiustarono il tetto, la veranda, il porticoun lavorone, ma ne era valsa la pena.
La casa sembrava rinata. Chiara, ogni mattina col tè fumante, accarezzava il corrimano appena verniciato e respirava la pace: sentiva di essere finalmente nel posto giusto.
Si prese cura anche di zia Lina, andando ogni sera a trovarla prima di tornare a casa con Martina. Capì daver fatto la scelta giusta. Anche la ferita con Matteo andava cicatrizzando.
Lui veniva spesso a trovare Martina, e questo aiutò Chiara a fare pace con la situazione. Aveva deciso di non scavarsi dentro: anche lei aveva le sue colpe, spesso si dedicava solo alla figlia trascurando il marito. Meglio voltare pagina: limportante era trasmettere sicurezza a Martina. La bambina aveva comunque madre e padre che le volevano bene.
Zia Lina la confortava:
Fai bene, Chiara. Non tenere rancore. Anche un piccolo dispiacere, se te lo porti troppo, diventa una montagna. Meglio dimenticare il male e pensare al bello che hai avuto. Guarda che figliola hai messo al mondo! Quello conta. E il resto via! Niente odio! Non serve a niente, solo a rovinarti il cuore. E tua figlia deve vederti serena. Ricordati, lei ti osserva in tutto. Cosa ricorderà di questi tempi? Che mamma avrà davanti agli occhi?
Chiara annuì, riconoscente.
Col tempo conobbe tutto il vicinato. Le giovani madri venivano con i bambini e Martina si fece degli amici. Anche le signore anziane venivano spesso.
Così Chiara conobbe zia Maria, poco più avanti nella via. Le insegnò a fare il pane in casa: Martina ne andava matta. Niente più capricci per il latte: con una fetta di pane caldo e profumato, la piccola finiva il bicchiere fino in fondo.
Poi Chiara fece amicizia con il vicino, il signor Giovanni, vecchio contadino dal cuore doro. Un giorno arrivò con una cesta di fragole immense:
Si chiamano Regina dInghilterra, disse. Quando ti abitui, ti insegno a coltivarle.
Dopo aver sistemato la veranda con Michele, Chiara ci mise un grande tavolo, pulì le vetrate colorate, lucidò i pavimenti. In un angolo mise una poltrona a dondolo che Martina adorava: ogni sera si rannicchiava lì assieme al rosso, arrogante Filippo, che dal primo giorno aveva deciso di vivere metà da Chiara, metà da zia Paola. Da allora, ogni mattina prima di uscire, Chiara controllava bene i gradini a causa delle offerte di topi che Filippo lasciava in fila sul portico, fedele nei suoi doveri di cacciatore. Martina stravedeva per Filippo.
Solo con una vicina Chiara ebbe poco feeling: Gina, poco più grande di lei, ma invadente e chiacchierona. E non solo: Gina era la regina dei pettegolezzi. Allinizio Chiara ci mise un po a capirlo, poi fece di tutto per evitare di ascoltare cattiverie sul prossimo. Gina, però, capì subito che Chiara era troppo educata per cacciarla via.
Zia Paola, come posso tenerla distante? si lamentava Chiara.
Niente da fare, Chiara mia. Se non la fai entrare, sparlerà ancora di più. Io lho tenuta a bada con i gatti: lei è allergica.
Devo prendere un altro gatto o magari un cane!
Chiara ci pensò su.
Gina capì subito che da Chiara aveva pubblico, e non mollava.
Chiara la riceveva, le versava il tè e si distraeva mentalmente, cantando nella testa pur di non ascoltare. Gina parlava da sola, non si curava di avere risposta.
Col tempo, però, Chiara si accorse che ogni volta che Gina metteva piede in casa, qualcosa le succedeva.
Una volta, Gina ruppe la gonna nuova, impigliata in un chiodo spuntato dal nulla. Chiara ci avrebbe messo la mano sul fuoco che quei chiodi non cerano: Michele aveva appena terminato il portico e verificato ogni cosa.
In unaltra occasione, Gina mancò la sedia e cadde nel vuoto, nonostante la stanza fosse piena.
Forse per questo, o forse perché aveva trovato orecchie migliori, Gina si fece vedere sempre meno.
Un mattino, mentre Chiara potava i cespugli, sentì Gina spettegolare con zia Paola:
Ma dai, Paola, una donna sola con la figlia, e nessun uomo? Non ci credo! Tutto perfetto, casa, giardino Di sicuro cè qualcuno. Ma chi arriverà mai qui?
Gina, piantala. Lo sanno tutti che le ha dato una mano Michele, pagato onestamente. E invece tu che insinui?
E la casa?
Che casa?
Tutto il paese sa che questa casa è maledetta! Che dovrebbe scappare e invece resta qui tranquilla. E la gente la viene a trovare Perché?
Perché Chiara è una brava persona, e la gente va dove cè il calore umano! Non è la casa che fa la persona, ma il contrario! Vai per la tua strada ora, Gina, ho da fare!
Chiara sorrise tra sé. Ci sono proprio certi tipi
Mamma! Dove sei? Martina la chiamava dal portico.
Eccomi! Ti sei svegliata? Ti sei lavata?
Ancora no! Guarda, mamma!
Chiara seguì il dito: dal fondo del giardino, Filippo avanzava portando per la collottola un micino rosso, proprio come lui. Raggiunta Chiara, il gatto la guardò con aria di rimprovero. Lei raccolse il batuffolo, subito ribelle e miagoloso.
Grazie, Filippo! Pensi che mi servisse davvero?
Il gatto fece un miao di rimprovero e sincamminò verso casa di zia Paola. Missione compiuta.
Allora Martina, come lo chiameremo?
Filippo, come il papà!
Chiara sollevò il gattino fino agli occhi:
Benvenuto, Filippo Secondo! Ora, in casa tutti: è ora di colazione!
Martina rise, aprì la porta della veranda e dalla casa uscì il tepore del mattino.


