Se pensi che non faccio niente per te, prova a vivere senza di me!” — la moglie esplode

“Se pensi che non faccia niente per te, prova a vivere senza di me!” sbottò la moglie.

Quella sera, il silenzio in casa sembrava più pesante del solito. Alessandra mescolava lentamente la minestra, ascoltando il ticchettio monotono dellorologio a muro. Una volta quel suono la infastidiva, quando la casa era piena delle voci dei figli, delle risate e del trambusto quotidiano. Ora, invece, era lunica compagnia in quello spazio vuoto che un tempo brulicava di vita.

Lanciò unocchiata rapida al marito. Lorenzo, come al solito, era immerso nel telefono. La luce dello schermo si rifletteva sugli occhiali, creando strani bagliori. Prima, quella scena le dava un senso di intimità eccolo, suo marito, a casa, con lei. Ora, invece, le provocava solo un fastidio sordo.

“La cena è pronta,” disse Alessandra, cercando di mantenere un tono normale.

Lui annuì senza alzare lo sguardo. Lei mise in tavola i piatti quelli belli, del servizio buono che teneva per le occasioni speciali. Ma quali occasioni speciali, ormai? I figli passavano di rado, i nipoti ancora non cerano. Erano rimasti solo loro due, in quella grande casa dove ogni angolo custodiva ricordi di tempi migliori.

Versò la minestra, aggiunse un tocco di prezzemolo e basilico fresco coltivati sul davanzale proprio per lui, per i suoi piatti preferiti. Accanto al piatto, sistemò il pane appena affettato.

Finalmente Lorenzo posò il telefono e prese il cucchiaio. Alessandra trattenne il fiato, aspettando la sua reazione. Un cucchiaio. Due. Al terzo, fece una smorfia.

“Di nuovo senza sapore,” borbottò, allontanando il piatto.

Qualcosa dentro di lei si spezzò. Alessandra guardò le sue mani arrossate dallacqua calda, ruvide. Aveva passato lintera giornata in piedi: a lavare le sue camicie, a stirare i pantaloni, a preparare quella dannata minestra. Sul fornello bolliva ancora il suo tè preferito quello che preparava sempre in un modo specifico, perché “altrimenti non è buono”.

Spostò lo sguardo sulla pila di biancheria stirata ogni capo piegato perfettamente, come piaceva a lui. Venticinque anni. Venticinque anni che ripiegava quelle dannate camicie in un certo modo, perché “altrimenti si sgualciscono”.

“Sai cosa” la sua voce tremò, ma non per le lacrime per la rabbia. “Se pensi che non faccia niente per te, prova a vivere senza di me!”

Lui alzò lo sguardo per la prima volta quella sera, la guardò davvero. Nei suoi occhi cera incredulità, come se non potesse credere che quella donna tranquilla e remissiva avesse alzato la voce.

Alessandra si alzò di scatto. La sedia cigolò, ma non le importava. Afferrò il cappotto vecchio, comprato tre anni prima, perché “a che ti serve uno nuovo, questo è ancora buono”.

“Dove vai?” nella sua voce cera preoccupazione, ma lei ormai non ascoltava più.

La porta dingresso sbatté alle sue spalle. Laria fresca della sera le colpì il viso, e per la prima volta dopo anni, Alessandra sentì di poter respirare a pieni polmoni. Non sapeva dove stesse andando. Non sapeva cosa avrebbe fatto dopo. Ma per la prima volta in tanto tempo, non provava paura per lignoto. Sentiva solo una strana, ubriacante sensazione di libertà.

Il piccolo appartamento al terzo piano la accolse con un silenzio diverso. Non quello opprimente di casa sua, ma qualcosa di leggero, arioso. Qui non cerano orologi a segnare i minuti della sua vita, né sguardi di disapprovazione né i soliti “perché non”.

Si svegliò presto labitudine di alzarsi alle sei per preparare la colazione, stirare la camicia, sistemare la borsa Ma oggi era diverso. Alessandra rimase sdraiata nel letto sconosciuto, osservando i raggi del sole che lentamente si allungavano sul muro. Nessuno la svegliava, nessuno chiedeva la sua attenzione, nessuno si aspettava che si occupasse di loro.

“Posso semplicemente stare qui,” sussurrò, ridacchiando allidea.

Ma le vecchie abitudini non sparivano così facilmente. Le sue mani volevano automaticamente rifare il letto, spolverare, iniziare la solita routine. Alessandra si fermò:

“No. Oggi faccio quello che voglio io.”

Stette a lungo davanti allo specchio del bagno, osservando il suo riflesso. Quandera lultima volta che si era guardata davvero? Non di sfuggita, non per controllare che tutto fosse a posto prima di uscire, ma per vedersi? Le rughe attorno agli occhi erano più profonde, i capelli più grigi. Ma gli occhi gli occhi sembravano vivi.

Fuori, laria era fresca. La mattina di ottobre profumava di foglie cadute e del caffè della caffetteria lì vicino. Prima, era passata davanti a quel posto centinaia di volte, di fretta, per la spesa. “Spreco di soldi,” diceva sempre Lorenzo. E lei annuiva, convincendosi che il caffè a casa fosse meglio.

Il campanello sopra la porta tintinnò. Dentro, laria era dolce di cornetti appena sfornati e cannella. Alessandra esitò sulluscio, sentendosi unintrusa in quel luogo accogliente.

“Buongiorno!” sorrise la giovane barista. “Cosa le posso portare?”

“Io” Alessandra esitò. Per anni aveva preparato il caffè agli altri, ma non aveva mai pensato a quello che piaceva a lei. “Cosa mi consiglia?”

“Potrei suggerirle il nostro latte macchiato con caramello e cannella. E i nostri cornetti alle mandorle sono appena usciti dal forno.”

Prima avrebbe scosso la testa troppo caro, troppo calorico, cosa dirà mio marito Ma oggi era diverso.

“Sì, grazie. E anche un cornetto.”

Si sedette vicino alla finestra, osservando i passanti. Al tavolo accanto, un gruppo di ragazze rideva, coinvolta in una discussione animata. Alessandra si chiese: quandera lultima volta che aveva riso così? Non per cortesia, non a metà, ma con tutto il cuore?

Il primo sorso di caffè le riempì la bocca di dolcezza. Chiuse gli occhi, assaporandolo. Dio, la vita poteva essere così buona?

Il telefono nella borsa era silenzioso. Forse, per la prima volta in venticinque anni, Lorenzo si era svegliato senza la colazione pronta, senza la camicia stirata, senza il pranzo preparato. Cosa stava facendo ora? Era arrabbiato? Confuso? O non si era nemmeno accorto della sua assenza, perso nel telefono?

“Altro caffè?” passò la barista.

Alessandra guardò lorologio unabitudine radicata. A quellora, di solito, era già tornata dalla spesa e stava iniziando a preparare il pranzo. Ma oggi

“Sì, grazie. E sa cosa? Un altro cornetto.”

Il telefono squillò mentre sistemava le poche cose nellarmadio del monolocale. Sullo schermo, “Matteo” il figlio maggiore. La mano le tremò. Per la prima volta in vita sua, non voleva rispondere alla chiamata di suo figlio.

“Pronto,” la sua voce era più flebile del solito.

“Mamma, ma che stai facendo?” Matteo sembrava irrit

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