Nina Rossi mise su la caffettiera. Un’abitudine, ormai. Le sei del mattino, caffè, tazza, il gradino del portico. Così, ogni giorno.
Il caffè era pronto. Nina uscì sul portico, si sedette sullo scalino. Il cortile le si presentò con la solita immagine: le aiuole di cipolle, la staccionata storta che Vittorio aveva sempre promesso di riparare, il cancello dai cardini arrugginiti. E la ciotola.
Una ciotola di plastica blu, con una crepa sul bordo. Vuota. Pulita. Proprio davanti alla porta.
Un anno che stava lì.
La vicina, Giovanna, quando veniva a chiedere un po’ di sale o semplicemente a brontolare, ogni volta si fermava con lo sguardo su quella ciotola.
– Nina, ma toglila via. Perché ti vuoi tormentare? Non c’è più il cane. Da un anno non c’è più.
E Nina non la toglieva. E non sapeva spiegare perché.
Rossa era sparita durante un temporale. Terribile, di luglio, quando il cielo si squarciava in due e il vento ululava da sembrare che portasse via il tetto. La mattina dopo Nina uscì in cortile: il cancello spalancato. Il chiavistello era stato strappato. E di Rossa nessuna traccia.
Nina la cercò. Dio, come la cercò. Attaccò volantini a ogni palo. Girò per le strade, chiamandola. Guardò in ogni vicolo, in ogni cantiere. Pregò i vicini, telefonò al veterinario, una volta si presentò persino dai carabinieri – la guardarono come se fosse matta.
Un mese. Due. Tre.
Poi smise di cercare. Ma la ciotola non la tolse.
Rossa le era stata portata da Giovanna – sei mesi dopo la morte di Vittorio. Un cucciolo, rosso, con il petto bianco, orecchie grandi. Occhi enormi – come due piattini. Giovanna lo posò sulla soglia e disse semplicemente:
– Prendilo, Nina. Da sola è dura.
La prima sera il cucciolo stava in grembo a Nina, mentre lei gli accarezzava la testa e parlava a voce alta:
– Ecco… Adesso scompariamo in due.
L’abitudine di parlare a voce alta le era rimasta. Anche dopo Rossa. Solo che non c’era più nessuno ad ascoltare.
Nina finì il caffè. Si alzò, si massaggiò la schiena. Al cancello qualcosa strideva piano. Nina tese l’orecchio.
Silenzio.
«Gatti», pensò. E rientrò in casa.
La sera stava davanti alla televisione. Passava una di quelle soap – dove tutti urlano, sbattono porte e scoprono chi tradisce chi. La televisione riempiva di voci una casa dove da tempo nessuno parlava.
Qualcosa balenò fuori dalla finestra.
Nina scostò la tenda.
Vicino alla staccionata, nel tramonto, c’era un cane. Immobile. Se ne stava lì a guardare la casa. E accanto, proprio alla sua zampa, si stringeva un piccolo batuffolo.
Nina si infilò un maglione e uscì sul portico.
Il cane non scappò.
I randagi sussultano, saltano indietro, mettono la coda tra le gambe. Invece quello restava lì. Solo che inclinò la testa – di lato, come fanno i cani quando ascoltano.
Nina fece un passo. Un altro.
Cane rosso. Con una macchia bianca sul petto.
Nina si aggrappò alla ringhiera del portico.
– Rossa?
La voce le uscì rotta. Sottile, rauca – quasi un sussurro. Ma il cane sentì. Scodinzolò.
E da dietro di lei, muovendo le zampe in modo goffo, uscì un cucciolo. Piccolo. Rosso. Con il petto bianco.
Identico a lei.
Rossa si avvicinò, infilò il naso umido tra le ginocchia di Nina. Come se l’avesse fatto fino al giorno prima. Il cucciolo restava indietro, nascosto dietro la madre, sbirciava con un occhio.
Nina accarezzava la testa di Rossa e piangeva. In silenzio, senza un suono. Le lacrime scorrevano da sole – non le asciugava nemmeno. Sotto le dita sentiva il pelo caldo, arruffato. E le costole. Si contavano tutte. E sul fianco una cicatrice. Lunga, rosea, rimarginata.
– Rossa… Da dove arrivi? Dove sei stata?
Rossa non rispose. Si strinse più forte e chiuse gli occhi.
Quella notte Rossa stava al suo vecchio posto – davanti alla porta, sul tappetino. Come se non fosse mai andata via. Come se quei tre anni fossero solo un sogno. Il cucciolo si era rannicchiato accanto, con il naso infilato nel fianco di lei.
Nina sedeva al tavolo della cucina, con la guancia appoggiata alla mano.
Guardava i cani e non riusciva a staccare gli occhi.
Prese il telefono. Le due di notte. Andrea l’avrebbe rimproverata. Ma non poteva aspettare fino al mattino. Non poteva.
– Mamma? – voce assonnata, preoccupata. – Che è successo?
– Rossa è tornata.
Silenzio in linea.
– Mamma… Quale Rossa? Era sparita.
– È tornata, Andrea. E con un cucciolo. Identico a lei.
– Sei sicura? Magari è un cane simile.
– Andrea. Io il mio cane lo riconosco.
Lui tacque. Poi disse cauto:
– Va bene, mamma. Parliamo domattina, d’accordo?
Nina riagganciò. Guardò Rossa. Quella non dormiva – la guardava. Con occhi scuri, stanchi, che capivano tutto.
La mattina dopo Nina portò Rossa e il cucciolo dal veterinario. Un ragazzo giovane, li visitò a lungo, in silenzio. Tastò le zampe, guardò la bocca, toccò la cicatrice sul fianco.
– La cicatrice è vecchia. Rimarginata, ma grave – sembra una ferita lacera. Denti consumati, manca un canino. I cuscinetti delle zampe sono abrasi, induriti.
Si tolse i guanti e guardò Nina.
– Dove sia stata non posso dirlo, signora Nina. Ma ha camminato molto. Zampe così non vengono da vita domestica. Il cucciolo ha circa tre mesi. Sano, robusto.
Nina annuiva e pensava per conto suo. Un anno intero. Da qualche parte era vissuta, aveva avuto paura di qualcuno, era scappata da qualcuno. Forse qualcuno l’aveva raccolta – e poi di nuovo abbandonata. Forse si era aggregata a branchi. E poi era tornata indietro.
Il pomeriggio chiamò Chiara. Per la prima volta dopo due mesi. Voce misurata, diffidente. Come sempre negli ultimi due anni.
– Mamma, è vero? Andrea me l’ha detto.
– Vero.
– E il cucciolo è proprio come lei?
– Spiccicato.
Pausa. Nina sentiva la figlia respirare nel telefono. Poi Chiara disse piano, quasi timida:
– Vengo nel fine settimana. Li vedo.
Nina riagganciò e restò a lungo con il telefono in mano. Immobile. In mezzo alla cucina. E Rossa era distesa davanti alla porta, e la guardava – calma, paziente. Come se sapesse che sarebbe andata così.
Chiara arrivò sabato, verso l’ora di pranzo. Scese dalla macchina, si fermò al cancello – come per prendere fiato. O per ricordare quand’era stata l’ultima volta. Spinse il cancello, entrò in cortile e subito vide Rossa.
Quella era sdraiata sul portico, con le zampe anteriori allungate. Il cucciolo si agitava accanto, rosicchiava un pezzo di legno, ringhiando buffamente, scuotendo la testa. Sentendo i passi, Rossa alzò la testa. Non abbaiò. La guardò e basta.
Chiara si accovacciò lentamente, allungò la mano. Rossa annusò le dita – a lungo, attentamente. E appoggiò la testa alla mano, come faceva una volta. L’aveva riconosciuta.
Il cucciolo subito balzò, infilò il naso umido nel palmo, leccò. Chiara rise – breve, stupita. E subito tacque.
– Mamma…
Nina stava sulla porta. Annuì.
Chiara alzò lo sguardo. Occhi lucidi.
– Ti ha trovato. Dopo un anno.
Nina non disse nulla.
La sera erano sedute in cucina. Parlavano di Rossa. Non dei rancori, non di Andrea, non di quelle parole dette due anni prima e che da allora erano rimaste tra di loro come un muro. Del cane. Di com’era sparita, come Nina l’aveva cercata, come aveva smesso. Di come la ciotola era rimasta fuori per tutto l’anno.
– Davvero non l’hai tolta? – chiese Chiara.
– Perché?
Nina scrollò le spalle.
– Non lo so. Non ci riuscivo.
Chiara tacque. Posò il cucchiaio.
– Poteva restare dovunque, mamma. Un anno non è una settimana. Viveva da qualche parte, aveva un cucciolo. Eppure è tornata qui.
– È tornata, – annuì Nina.
Chiara disse piano, senza guardarla:
– Mamma, pensavo che qui da sola ti perdessi. Andrea è lontano, io… – si fermò. – È stupido. Due anni a tenere il muso. Stupido e…
Non finì. Nina non chiese. Si alzò e versò il tè.
Quella notte dormivano tutti. Tranne Nina.
Uscì sul portico. Maggio, caldo, umido. Odore di gelsomino e terra bagnata. Rossa alzò la testa – la guardò, scodinzolò e riappoggiò il muso sulle zampe. Il cucciolo dormiva accanto, raggomitolato. Un piccolo batuffolo caldo e rosso.
Nina si sedette sullo scalino. Mise una mano sulla testa di Rossa. Quella premette l’orecchio contro il palmo.
Un anno, Rossa. Un anno che non c’eri. Dove sei andata? Chi ti ha fatto male – guarda che cicatrice… Forse qualcuno ti ha preso. Forse ti hanno cacciato. Eppure sei tornata a casa. Con le zampe consumate, il fianco dolente.
Rossa sospirò – profondo, da cane, con tutto il corpo. E appoggiò la testa sulle ginocchia di Nina.
Il giorno dopo Chiara aiutava nell’orto. Nina le mostrava dov’era piantato cosa, e Chiara ascoltava distratta, annuiva. Il cucciolo si intralciava – ora infilava il naso in un’aiuola, ora rubava la vanga, ora afferrava il tubo dell’acqua e tirava, puntando le quattro zampe. Piccolo, ma testardo. Tutta sua madre.
Chiara rise. Nina restò immobile, con la zappa in mano. In quel cortile non si sentiva ridere così da tanto. Forse da quando Vittorio non c’era più.
– Mamma, – disse Chiara asciugandosi gli occhi. – Come lo chiamiamo?
– Chi?
– Il cucciolo. Mica può restare senza nome.
Nina guardò il batuffolo rosso che rosicchiava concentrato il tubo e ringhiava – serio, feroce, come una vera bestia.
– Che ne dici di Raggio? Rosso com’è.
Chiara annuì.
– Raggio. Bello.
La sera Chiara si preparava a partire. Mise in ordine la borsa, uscì verso la macchina. Rossa sedeva accanto a Nina sul portico. Raggio – accanto a lei, come sempre.
Chiara abbracciò la madre. A lungo, stretto. Tanto che Nina sentì la figlia tremare appena.
– Verrò a trovarti, mamma.
Nina annuì. Non disse «vedremo» o «certo, tesoro». Annuì e basta. Perché ci credette.
Passò un mese.
Raggio era cresciuto, si era irrobustito, allargato nelle zampe – e sfrecciava per il cortile facendo tremare le aiuole. Nina aveva già trapiantato due volte le cipolle, perché quel tornado rosso considerava le aiuole il posto ideale per scavare. Lo sgridava senza cattiveria, per dovere. E lui stava lì, con la testa inclinata, e la guardava con un’aria così innocente che Nina agitava la mano:
– Va bene, scava. Tanto non ti tengo dietro.
Rossa seguiva il cucciolo calma, senza fretta.
La mattina Nina uscì sul portico con una tazza di tè. Lo sguardo abituale – aiuole, staccionata, cancello. Sulla soglia due ciotole: una blu con una crepa sul bordo e una nuova verde.
Suonò il telefono. Chiara.
– Mamma, sabato vengo. Porto a Raggio un osso grande, di quelli da brodo. Qui al mercato c’è un macellaio che conosco, già mi sono accordata.
– Vieni, – disse Nina. – Faccio una torta. Di mele, come piace a te.
– Di mele va benissimo, – la voce di Chiara era calda, casalinga. Com’era tanto tempo fa. Tanto, tanto tempo fa.
Nina riagganciò. Rossa era distesa ai suoi piedi – calda, tranquilla. Raggio combatteva con un bastone in mezzo al cortile. Lei si accorse che per la prima volta dopo un anno non contava i giorni, non contava i mesi, non contava quanto tempo era passato da quando tutto era diventato silenzio. Perché il silenzio era finito.
Due ciotole sulla soglia. E una figlia che sarebbe venuta sabato.






