Francesca sentì l’ululato per la prima volta sabato sera, mentre tornava dal turno di notte. Un lamento lungo, straziante – le fece correre un brivido lungo la schiena. Fermò la macchina davanti al cancello di casa e tese l’orecchio. L’ululato veniva da qualche parte oltre la siepe del loro giardino.
Scese dalla macchina e lo vide. Seduto proprio sotto il vecchio olivo, accanto al muretto di confine, c’era un cane. Piccolo, fulvo, così magro che le costole si intravedevano sotto il pelo. Teneva il muso alzato verso il cielo e ululava, ululava senza sosta.
– Ehi, tu! – gridò Francesca. – Vattene! Svegli tutto il quartiere!
Il cane tacque, abbassò la testa. La guardò – e in quello sguardo c’era qualcosa che fece indietreggiare Francesca, suo malgrado.
– Va’ via, – fece con un cenno stanco della mano. – Non ho tempo per queste storie.
Andò a letto all’alba, ma quell’ululato le continuava a ronzare in testa.
– Hai sentito il cane stanotte? – chiese la suocera Rosaria la mattina dopo, mentre Francesca entrava in cucina. – Ha ululato tutta la notte, maledizione! Pensavo fosse il Rex dei vicini. Si dice che quando i cani ululano così, portano sfiga.
– Non era Rex, – rispose Francesca. – Un randagio. Stava accanto al nostro muro.
– Ma guarda! – si allarmò la suocera. – Cacciarlo via subito! Un cane sconosciuto che ulula davanti a casa porta iettatura. Stasera spargo un po’ di sale in giardino, quello lo allontana.
Francesca non rispose. Non credeva a queste superstizioni. Anche se sua madre, che Dio l’abbia in gloria, diceva sempre: un cane non ulula mai per niente. O sente la morte, o sente la disgrazia.
La sera, il marito Paolo tornò dal lavoro tardissimo, nervoso come una biscia.
– Ancora tagli, – sbatté la cartella in un angolo. – Terza volta in sei mesi! A quest’ora metà dell’officina è per strada.
– Speriamo che ti risparmino, – cercò di tranquillizzarlo Francesca. – Sei il loro miglior meccanico.
– Già, il migliore, – borbottò Paolo. – Tutti migliori. Ma ai capi non importa un fico secco. Loro vogliono solo belle carte da presentare e intascarsi i bonus.
Cenarono in silenzio, ognuno perso nei propri pensieri. Il piccolo Matteo, sei anni, ciondolava la testa sul piatto – si era sfiancato all’asilo. Rosaria lavorava a maglia con le labbra strette: segnale che non era il caso di parlare.
La notte l’ululato ricominciò. Lungo, lugubre. Francesca balzò su e andò alla finestra. Il cane era lì, sotto l’olivo. Paolo si svegliò e brontolò assonnato:
– Ma che diavolo! Devo cacciare via quel maledetto!
Uscì in cortile in mutande e ciabatte, urlando e agitando le braccia. Il cane arretrò di una decina di metri e si sedette. Paolo gli tirò un bastone – ma non lo colpì. Rientrò in casa sbattendo la porta tanto forte che i vetri tintinnarono.
– Domani gli metto del veleno, – promise. – Non se ne può più!
– Paolo, non si fa così, – provò a dire Francesca.
– Si fa eccome! – ringhiò lui. – Dobbiamo svegliarci tutti per colpa di un cane randagio?
Francesca si sdraiò, ma non riuscì a prendere sonno. Fissava il soffitto, e in testa le girava un unico pensiero: e se mia madre avesse avuto ragione? E se fosse davvero un segno di sventura?
La mattina seguente andò al muretto. Il cane era acciambellato sotto l’olivo. Alzò la testa e la guardò. Non scappava, non ringhiava: la fissava e basta.
– Che ci fai qui? – chiese Francesca a bassa voce. – Hai una casa? Dei padroni?
Il cane guaì piano. Si alzò, si avvicinò al muro, e cominciò a grattare la terra con le zampe. Francesca si chinò per vedere meglio. Sotto il muro c’era già un buchino: il cane stava cercando di scavare una galleria.
– Perché vuoi venire da noi? – mormorò Francesca, perplessa. – Che vuoi?
Il cane smise di scavare e la fissò.
– Va bene, – sospirò lei. – Aspetta qui.
Tornò con una ciotola d’acqua e gli avanzi della minestra del giorno prima. La infilò sotto il muro.
– Tieni, mangia. Ma smettila di ululare, se no mio marito ti avvelena davvero.
Passò una settimana. Ogni notte – l’ululato. Paolo diventava sempre più arrabbiato, Rosaria si lamentava dei cattivi presagi. Ma Francesca continuava a portare da mangiare al cane. Che però continuava a deperire a vista d’occhio.
– Senti, Francy, – disse un giorno la vicina Giulia da sopra la siepe, – lo sai di chi è quel cane?
– Un randagio, immagino.
– Ma certo, randagio, – sbuffò Giulia. – Ieri ho parlato con la signora Elena, quella che abita due case più in là. Lei dice che questo cane apparteneva ai Marchetti. Ti ricordi i Marchetti?
Francesca ci pensò. Una coppia anziana, tranquilla, distinta. Se n’erano andati via un bel po’ di tempo fa. La casa l’aveva comprata una famiglia giovane.
– E allora?
– Allora sappi che avevano un figlio. Si chiamava Luca, mi pare, o forse Marco. Non ricordo bene. Fatto sta che è morto un anno fa. Investito da un ubriaco sulla statale.
A Francesca venne la pelle d’oca.
– E quindi?
– Dicono che questo cane era del figlio. Dopo il funerale scappò di casa, lo cercarono per un mese ma niente. Adesso è tornato. Ma la casa non c’è più, ci sono estranei. Allora ulula. Perché gli manca il suo padrone.
– Storie da vecchie, – tagliò corto Francesca, ma il cuore le batteva forte.
La sera raccontò la storia a cena. Paolo sbuffò:
– Sciocchezze. I cani non hanno una memoria così lunga.
– Invece sì, – intervenne all’improvviso Rosaria. – Ce l’hanno, eccome. Quando ero in campagna, c’era una vicina che aveva un cane. Aspettò il figlio dalla guerra per quattro anni. Ogni giorno usciva sulla strada. Quando lui morì, ululò per una settimana, poi crepò sull’uscio di casa.
Calò il silenzio. Matteo guardò la nonna spaventato.
– Mamma, anche il nostro cane morirà? – chiese il bambino a bassa voce.
– Non è il nostro cane, – brontolò Paolo. – E piantiamola lì!
Quella notte Francesca non resse più. Quando l’ululato ricominciò, si infilò la vestaglia e uscì in giardino. Si fermò al muretto. Il cane stava seduto, muso all’insù. Ululava come se volesse svuotarsi l’anima.
– Che vuoi? – sussurrò Francesca. – Che vuoi da noi?
Il cane tacque. Girò la testa verso la casa dei Marchetti. O meglio, verso quella che un tempo era stata la loro casa. Poi guaì, come se chiamasse qualcuno.
– Il tuo padrone non c’è più, – disse Francesca. – Capisci? Non c’è. È andato via tanto tempo fa.
Allungò la mano e accarezzò la testa del cane. Lui non si ritrasse. Chiuse gli occhi.
Rimasero così. La donna e il cane. Sotto il cielo stellato, nel silenzio della notte di paese.
– Vieni, – disse Francesca. – Vieni a casa. Lui non tornerà. Ma tu puoi stare con noi. Vuoi?
Il cane aprì gli occhi. La guardò a lungo, scrutandola, come per decidere se fidarsi.
– Vieni, – ripeté Francesca. – Prometto che non ti faremo del male.
Si alzò e tornò verso casa. Il cane si sollevò e la seguì. Camminava lento, stanco. Francesca si voltò: lui la seguiva ancora.
Aprì il cancelletto.
– Entra.
Il cane si fermò sulla soglia. Poi fece un passo. Un altro. Varcò l’ingresso.
Quella notte non ci furono ululati.
La mattina dopo, Paolo scese in cucina e rimase di sasso. Sul vecchio tappeto davanti alla stufa dormiva un cane fulvo. Francesca stava preparando la polenta.
– Hai portato in casa quella bestiola?! – esplose il marito.
– Zitto! – lo zittì Francesca. – Sveglierai Matteo.
– Ho detto niente cani in casa!
– E io ho detto che lo teniamo, – rispose lei calma. – Punto e basta.
Paolo guardò la moglie a bocca aperta. Non l’aveva mai contraddetta. Mai.
– Francesca, tu…
– Ho deciso, Paolo. Il cane resta. Se non ti sta bene, la porta è là.
Silenzio. Il cane sollevò la testa e li guardò. Calmo, senza paura.
– E va bene, – Paolo alzò le mani. – Fai come ti pare!
Sbatté la porta e se ne andò al lavoro. Rosaria, che aveva assistito alla scena dal corridoio, scosse la testa:
– Oh, Francesca mia, ma guarda cosa hai combinato. Per colpa di un cane.
– Non è un cane, mamma, – rispose Francesca sottovoce. – Non è un cane.
Lo chiamarono Fulvo, per il colore del mantello. Matteo fu il primo a farci amicizia. Il cane conosceva i comandi, sapeva riportare la palla, non abbaiava mai senza motivo. Educato, insomma.
Fulvo si ambientò in fretta. Dormiva nell’ingresso, mangiava poco, chiedeva di uscire con discrezione. Un cane perfetto. Ma aveva qualcosa di strano. Come se aspettasse qualcosa. Spesso la notte si alzava, andava verso la porta e annusava l’aria.
Due settimane dopo accadde.
Paolo tornò dal lavoro nero come un carbone.
– È fatta, – disse sedendosi a tavola. – Mi hanno licenziato. Da domani sono disoccupato.
Francesca sentì un nodo allo stomaco.
– Come licenziato?
– Così! Taglio del personale. Hanno buttato fuori metà dei meccanici. Io compreso.
– Ma tu eri…
– Cosa?! – esplose lui. – Il migliore? Un esperto? A loro non frega niente! Vogliono giovani da pagare due lire!
Sbatté il pugno sul tavolo. Matteo sobbalzò e si strinse a Francesca. Fulvo, che sonnecchiava in un angolo, alzò la testa.
– E adesso cosa facciamo? – mormorò Francesca. – Col mio solo stipendio non ce la facciamo.
– Appunto! – Paolo si alzò e cominciò a camminare per la cucina. – Il mutuo da pagare, la macchina che sta morendo, il bambino da mantenere. E io senza lavoro e senza speranze!
– Troverai qualcosa, – tentò di calmarlo Francesca, anche se sapeva che in paese era dura.
– Già, troverò! Ho quarantacinque anni, chi mi vuole?
I giorni seguenti furono un incubo. Paolo beveva. Non troppo, ma spesso. S’innervosiva per ogni sciocchezza. Litigava con la madre, urlava a Matteo. Francesca andava al lavoro come al patibolo: tornare a casa significava trovare un nuovo putiferio.
Fulvo, intanto, aveva un comportamento strano. Seguiva Paolo dappertutto. Lo guardava senza staccargli gli occhi di dosso. Quando il marito beveva, il cane si sdraiava ai suoi piedi e guaiva piano.
– Levalo di torno, quel cane! – ringhiava Paolo. – Non lo sopporto più!
Ma Fulvo non demordeva.
Giovedì sera Francesca fece tardi al lavoro. Inventario di magazzino, i capi l’avevano costretta a rimanere. Tornò a casa alle undici. La casa era buia, il giardino silenzioso. Strano: di solito il marito guardava la televisione fino a mezzanotte.
Aprì la porta – e lo vide.
Paolo era steso per terra nell’ingresso. Svenuto. Accanto, una bottiglia vuota. E sopra di lui c’era Fulvo, che abbaiava, graffiava con le zampe, tirava la manica della camicia.
– Paolo! – gridò Francesca gettandosi sul marito.
Gli tastò il polso – debole, ma c’era. Il respiro era affannoso. C’era un tanfo di alcol da mozzare il fiato.
– Mamma! – urlò Francesca. – Mamma, chiama un’ambulanza, svelta!
Rosaria uscì dalla camera e rimase di sasso.
– Madonna, cosa gli è successo?!
– Non lo so! Chiama, presto!
Fulvo non si allontanava da Paolo. Guaiva, gli leccava il viso. A un tratto Francesca capì: se non fosse stato per il cane, avrebbe trovato il marito troppo tardi. Intossicazione da alcol, dissero poi i dottori. Ancora un po’ e non lo rianimavano.
Paolo rimase in ospedale tre giorni. Tornò a casa smagrito, invecchiato.
– Perdonami, – disse a Francesca quando rimasero soli. – Non so cosa mi sia preso.
– Zitto, – gli mise una mano sulla spalla. – L’importante è che sia finita bene.
– Il cane mi ha salvato, vero? – Paolo guardò Fulvo, accucciato sulla porta. – Ricordo vagamente che abbaiava, non mi lasciava addormentare. Cercavo di cacciarlo via, ma lui graffiava, ululava.
Francesca annuì, senza fiato per parlare.
– È strano, – continuò Paolo. – Come se lo sapesse. Come se non volesse farmi perdere i sensi.
– Forse lo sapeva davvero.
Paolo rimase un attimo in silenzio, poi chiamò:
– Fulvo, vieni qua.
Il cane si avvicinò cauto. Paolo allungò la mano e gli accarezzò la testa.
Fulvo gli leccò la mano. E nei suoi occhi, qualcosa cambiò.
Passarono sei mesi.
Paolo trovò un altro lavoro – meno prestigioso di prima, ma stabile. Smise di bere. In famiglia diventò più morbido. Fulvo era ormai un membro a tutti gli effetti: Rosaria gli dava sempre qualche bocconcino, e persino Paolo la sera lo portava a passeggio.
Francesca stava alla finestra e osservava marito e cane tornare dalla loro camminata. Paolo raccontava qualcosa a Fulvo, che lo ascoltava attento.
– Mamma, da dove è arrivato Fulvo? – chiese un giorno Matteo.
– Non lo so, tesoro, – rispose Francesca con onestà. – È arrivato e basta. Quando stavamo male, è arrivato.
– E ci ha aiutato?
– Sì, ci ha aiutato.
– Allora forse è un mago buono, – decise il bambino. – Travestito da cane.
Francesca sorrise. Forse Matteo aveva ragione. Chi può dirlo?
Quella notte sognò un ragazzo giovane in piedi lungo una strada, che accarezzava un cane fulvo.
Il cane guaiva, si strofinava contro le gambe del padrone.
– Vai, – diceva il ragazzo. – Non preoccuparti per me.
E scompariva nella nebbia del mattino.
Francesca si svegliò in lacrime. Si alzò e andò nell’ingresso. Fulvo dormiva sul suo tappeto. Respirando lento e regolare.
Il cane aprì un occhio, la guardò. Poi si riaddormentò.
E la mattina dopo, mentre tutti facevano colazione, Matteo disse all’improvviso:
– Mamma, Fulvo sorride. Guarda!
Ed era vero: il muso del cane aveva un’espressione soddisfatta. Come se avesse compiuto la sua missione.
Francesca si avvicinò, si accovacciò e abbracciò il cane. Lui le appoggiò la testa sulle ginocchia.
– Ti vogliamo bene, – mormorò Francesca.
Fulvo sospirò piano. E chiuse gli occhi, fiducioso, abbandonato a quell’affetto.
Lontano, oltre i confini di questo mondo, un ragazzo stava in riva a un fiume di luce e sorrideva. Il suo amico aveva trovato una nuova casa. E un nuovo amore. Allora tutto era a posto. Tutto era come doveva essere.






