A 51 anni sono andata a vivere con un vedovo di 55 anni. Sembrava tutto perfetto, finché un giorno mio nipote non si è ammalato

A 51 anni sono andata a convivere con un vedovo di 55. Tutto sembrava perfetto, almeno finché mio nipote non si è ammalato allimprovviso.

Franco è entrato nella mia vita a marzo, proprio quel periodo antipatico tra inverno e primavera: pioggia, neve bagnata che diventa fango sotto i piedi, cielo grigio che sembra non volersene mai andare. Ero in fila alla cassa della Coop e, mentre rovistavo disperatamente in borsa in cerca della tessera punti, sentivo gli sguardi e i sospironi pesanti della gente alle mie spalle. Qualcuno scuoteva la testa, qualcun altro guardava lorologio come se il tempo si fosse fermato per colpa mia.

Lui era il secondo in fila, e a un certo punto mi ha detto con calma:
Non si preoccupi, vada con comodo.

Così, semplicemente. Niente irritazione, nessuna punta di fastidio nella voce, come invece succede quasi sempre in quelle situazioni.

Mi sono girata. Uomo sulla cinquantina, cappotto scuro, aria del tutto normale, ma quel sorriso Quello era vero, sincero, non quella roba di circostanza.

Ci siamo messi a chiacchierare fuori dal supermercato. Scopro che abita nello stesso quartiere, qualche palazzo dopo il mio. È vedovo da tre anni. Io divorziata da otto.

Dopo una settimana mi invita a una mostra di pittura.

Quando lo racconto alla mia amica Assunta, lei non si trattiene e parte subito con la domanda fondamentale:
Ma la casa, ce lha?

Assunta è fatta così: piedi per terra e testa sulle spalle.

La casa ce laveva davvero. Pure la macchina e un lavoro nelledilizia, anche se non sono mai voluta entrare troppo nei dettagli. In quel periodo, mi sembrava che tutto il resto non contasse: mi importava di più che sapesse ascoltare davvero, non solo far finta.

Si ricordava le piccole cose.

Una volta avevo buttato lì che preferisco la crostata di amarene a quella di mele, perché la mela mi sembra sempre insipida, mentre lamarena fa tutto un altro effetto. Lavevo detto una sola volta, quasi per caso.

Beh, allappuntamento successivo Franco si presenta proprio con una crostata di amarene, presa in quella pasticceria storica su Via Garibaldi che avevo citato di sfuggita.

Queste cose mi fregano sempre. E ho iniziato ad abbassare le difese.

A maggio mi propone di vivere insieme.

Ci frequentavamo solo da due mesi. Non avevo neanche avuto il tempo di capire se mi piacesse il suo profumo.

Claudia, siamo grandi dice con quel suo tono pacato . Perché aspettare?

Non ho saputo cosa rispondere, ho solo annuito.

Poi, tornando a casa, mi sono chiesta: Ma non è troppo presto? Sono solo due mesi, è niente.
Ma la sera stessa lho chiamato:
Proviamo.

Alla fine è venuto lui da me. A casa sua cera ancora un parente che non gli andava di mandare via, ormai ha sistemato tutto lì, diceva. Non ho fatto storie. Ho una casa grande, tre stanze da riempire.

Le prime settimane, un film: la domenica cucinava lui e ci metteva proprio la passione. Tranquillo, ordinato, senza una traccia di nervosismo Avevo davanti un uomo che poteva restare ore in cucina senza lamentarsi. E quando faceva il minestrone gli veniva meglio che a me, lo dico sinceramente.

Poi sono arrivati i piccoli segnali.

Il primo a chiamare è stato suo figlio Davide. Erano già le dieci passate. Franco si è alzato, ha risposto in cucina e ci ha messo mezzora. Tornando, un po scuro in volto, mi ha chiesto se poteva prestargli dei soldi fino alla settimana dopo: Davide aveva problemi con lauto.

Era una cifra piccola, non mi sono nemmeno fermata a rifletterci.

La settimana dopo, ci risiamo. Altra richiesta di soldi, per un altro motivo.

Non facevo caso ai numeri, ma ho iniziato a notare un pattern.

Mia figlia Silvia abita a Pavia. Viene da me una volta al mese e insieme porta anche mio nipotino, Matteo, sei anni. Matteo mi chiama nonna Claudia e guai se i pancake non hanno i buchi: senza, non si mangiano.

Alla prima visita dopo che Franco si era trasferito, lui era a casa.

Matteo, come sempre senza paura, si è fiondato subito vicino a Franco per mostrargli la sua macchinina. Si è arrampicato sul divano e ha iniziato subito il suo show.

Franco lo guardava in modo strano. Non era freddo, né maleducato, sembrava solo che stesse guardando una sedia. Una cosa comparsa lì per sbaglio.

Poco dopo Silvia, quasi sottovoce, in cucina mi chiede:
Mamma, ma a Franco piacciono i bambini?

Credo non ci sia abituato, ho risposto. Ormai Davide è grande.

Ha solo annuito, tanto è sempre gentile.

Il vero scossone è arrivato a luglio.

Matteo ha preso il raffreddore. Nulla di grave, ma aveva la febbre. Silvia mi chiama mezza nel panico: pure lei si era ammalata e suo marito era fuori per lavoro.

Mamma, riesci a venire tu?

In un quarto dora avevo già la borsa pronta. Quella sera, io e Franco dovevamo andare in un ristorantino al porto che voleva provare da settimane.

Gli dico:
Silvia non ce la fa, Matteo sta male. Vado da loro.

Lui, perplesso, mi guarda (senza cattiveria, sia chiaro) come a dire: E quindi?

Non cè proprio nessun altro?

No.

Ma chiameranno il medico, ce la faranno.

Mentre mi metto il cappotto, ancora cerca di convincermi:
Claudia, il tavolo era prenotato.

Disdici, gli rispondo tranquilla oppure vai da solo.

E sono uscita.

Da Silvia ci sono rimasta tre giorni. Matteo ha ripreso forza: prima è sparita la febbre, poi è tornata la fame, e a fine rideva e saltava sul divano, chiedendomi di mettere Peppa Pig. Gli facevo il suo tè marrone in realtà una tisana di frutta secca. Ne va matto.

Franco in quei giorni mi scrive solo una volta: Come va?.

Gli rispondo secca: Meglio, sta guarendo.

Nessun altro messaggio.

Quando torno, lo trovo in casa. Tranquillo, mi bacia, mi chiede di Matteo. Tutto molto educato, come se niente fosse.

Dopo cena, davanti al tè, mi dice solo:
Claudia, lo capisco che il nipote per te conta tanto. Però anche noi dovremmo vivere il nostro tempo. Abbiamo appena iniziato a convivere.

Io lo guardo, cercando di capire cosa intendeva. Cosa avrei dovuto fare? Restare a casa? Lasciare Silvia da sola col bambino malato?

Non replico. Taccio.

Ma intanto i pensieri partono. Ricordo che non si era mai offerto: Vado io, ti do una mano. Mai, né per Silvia, né quando mia madre (che ha ottantadue anni!) aveva bisogno di qualcosa.

Andavo sempre io. Franco, in quelle occasioni, doveva lavorare o era troppo stanco.

Ma quando chiamava Davide era tutto diverso. Una notte, alle undici, Davide lo chiama per farsi portare dallaltra parte della città. Franco si veste al volo e parte. Nessuna obiezione.

Non sono gelosa di suo figlio, capisco bene: è sangue suo.

Ma mi è tornato in mente uno dei nostri primi caffè insieme. Mi aveva raccontato della sua vita dopo la morte della moglie, di come tutto gli fosse sembrato vuoto.
E aveva detto:
Vorrei solo sentire di nuovo che ho qualcuno accanto. Davvero accanto.

A quel tempo pensavo fosse una cosa reciproca.

Poi ho capito: lui parlava di sé. Non di due, ma di lui che non è più solo.

La chiacchierata che abbia chiarito tutto arriva ad agosto, sono io a volerlo affrontare:

Franco, voglio capire una cosa. Ma per te Silvia è solo unestranea?

Sgrana gli occhi:
Ma no, ci mancherebbe. È una brava persona. Non ho nulla contro di lei.

E Matteo?

Un bambino come tanti.

Quando è stato male, tu hai detto: Ma proprio nessun altro può andare?

Franco sospira, posa la tazza:
Claudia, non sono Non sono obbligato. È la tua famiglia. Non mi dispiace quando vengono, ma non posso fingere che siano pure la mia. Ci conosciamo da pochi mesi.

Annuisco piano.

Invece Davide, quello sì che è famiglia.

È mio figlio.

Certo, capisco.

Mi alzo, lavo la tazza, la metto a scolare.

Credo di aver proprio frainteso le tue parole allinizio. Dicevi che volevi qualcuno vicino. Pensavo intendessi stare insieme. Invece volevi solo qualcuno accanto a te.

Lui tace. Non mi segue in camera.

Dopo due settimane Franco fa le valigie e va via. Nessun dramma siamo adulti, come dice lui. Porta via tutto, anche la sua tazza con i cervi stilizzati.

Prima di chiudere la porta mi dice:

Sei una brava donna, Claudia. Solo vediamo la vita in modo diverso.

Ho annuito.

Qualche giorno dopo Assunta mi chiede:
Te ne penti?

Di cosa?

Di essere andata a convivere subito.

No, dico ridendo. Meglio scoprirlo in quattro mesi che dopo quattro anni.

Assunta mi dà ragione. Le ho sempre detto che è pratica.

Laltra settimana è venuto Matteo. Era in cucina, mangiava i miei pancake con i buchi raccontandomi unavventura pazzissima della maestra dasilo e di una tartaruga che non ho ancora capito bene cosa avesse fatto la storia era complicatissima. Lho ascoltato sorridendo, e ho pensato: questo è davvero essere vicini. Ma davvero davvero.

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