Nel 2018, Leonardo Galli, un uomo di trentanni originario di un piccolo paese tra le montagne dellAbruzzo, sognava di uscire dalla povertà allevando maiali. Affittò un terreno abbandonato sulla pendice di una montagna vicino Sulmona, con lintento di trasformarlo in una piccola fattoria.
Consumò tutti i suoi risparmi e chiese anche un prestito alla Banca Popolare di Milano; costruì recinti per i suini, installò un pozzo artesiano e comprò trenta maialini.
Il giorno in cui portò i primi animali su per la montagna, guardò fiero sua moglie, Vittoriache aveva ventotto annie le disse:
Abbi solo un po di pazienza. Tra un anno avremo i soldi per costruirci la nostra casa.
Ma la vita non è mai semplice come le storie viste in televisione.
Dopo neanche tre mesi, la peste suina africana si diffuse in tutto il centro Italia. Una dopo laltra, le aziende di allevamento nei dintorni crollarono. Qualcuno, pur di fermare il contagio, fu costretto a bruciare interi capannoni di maiali. Per settimane, il fumo denso aleggiò sulle montagne.
Vittoria si spaventò.
Vendiamoli adesso, finché sono ancora vivi, supplicò.
Ma Leonardo fu testardo.
Passerà. Bisogna solo resistere un altro po.
Dallo stress e dalle notti insonni, Leonardo divenne debole. Fu persino ricoverato allospedale di Pescara per sfinimento e stress. Rimase un mese intero a riposo nel paese dei suoceri.
Quando tornò alla fattoria, metà dei suoi maiali erano già morti. Il prezzo del mangime era raddoppiato. La banca aveva iniziato a telefonare per riscuotere le rate del prestito.
Ogni notte, con la pioggia che martellava sul tetto di lamiera dei recinti, sentiva il suo sogno crollare, pezzo dopo pezzo.
Finché una sera, dopo lennesima chiamata di un creditore, si lasciò cadere a terra sussurrando:
Basta, sono finito.
La mattina seguente chiuse tutto. Restituì la chiave al padrone del terrenodon Tinoe scese lungo il sentiero. Non aveva la forza di assistere al crollo di ciò che aveva costruito. Ai suoi occhi, ormai, era tutto perso.
Per cinque anni non mise più piede su quella montagna.
Lui e Vittoria si trasferirono a Milano e trovarono lavoro come operai in una fabbrica. Una vita semplice, non agiata, ma tranquilla.
Ogni volta che qualcuno parlava di allevamento di suini, Leonardo sorrideva amaramente.
Ho solo regalato i miei soldi alla montagna…
Ma qualche mese fa, don Tino lo chiamò allimprovviso, la voce tremante.
Leo… devi venire su. È successo qualcosa alla tua vecchia fattoria.
Il giorno dopo, Leonardo percorse più di 40 chilometri per salire alla montagna. La vecchia strada sterrata era ormai invasa da erba alta e cespugli, come se nessuno fosse passato di lì da anni.
Salendo, sentiva crescere lansia nel petto.
Il recinto dei maiali sarà crollato?
Dellallevamento sarebbe rimasto solo un rudere?
Svoltando lultima curva, si fermò di colpo.
Il luogo che aveva abbandonato… era vivo.
Non era più la fattoria che ricordava. Il tetto, una volta arrugginito, era nascosto sotto rampicanti e vegetazione selvaggia. I recinti si confondevano nel bosco, sepolti dal muschio. Gli alberi erano diventati imponenti, il sentiero impraticabile.
Ma non fu solo questo a bloccarlo.
Si sentivano dei versi.
Gruf… gruf…
Leonardo si immobilizzò.
Piano piano si avvicinò alla recinzione, quasi inghiottita dallerba alta. Affacciandosi allinterno, ebbe un sussulto.
Cerano dei maiali.
Non uno o due, ma un piccolo branco.
Grossi, sani. E parecchi maialini che correvano dappertutto.
Quei trenta cuccioli lasciati là, cinque anni prima, si erano trasformati in unintera colonia.
No… impossibile… mormorò.
Don Tino, che gli camminava dietro, gli si avvicinò:
Te lho detto, non sono spariti.
Ma… come hanno fatto a sopravvivere? chiese Leonardo ancora incredulo.
Don Tino si sedette su un masso.
Quando sei andato via, alcuni suini sono rimasti dentro. Hanno sfondato il recinto e si sono dispersi. Pensavo sarebbero morti nel bosco. Invece no.
Leonardo si guardò intorno.
Accanto alla vecchia fattoria ora scorreva un ruscello, che non aveva mai notato. Intorno crescevano alberi di noce, cespugli di more, patate selvatiche, qualche pianta di fico. Cerano perfino piante spontanee di granturco e zucche.
Hanno imparato a vivere tra queste montagne, spiegò don Tino. E si sono riprodotti.
Leonardo fissava affascinato il branco. Alcuni animali lo scrutavano, come se avessero riconosciuto la sua presenza dopo tanto tempo.
Un maiale grande gli si avvicinò al recinto. Aveva la pelle rossiccia e una cicatrice sullorecchiolo stesso segno di uno dei primissimi che aveva comprato anni fa.
Quello… sussurrò Leonardo.
Quello è il primo che ho allevato.
Sentì un nodo dentro al petto.
Tutto ciò che pensava di aver perduto… era ancora lì.
Non solo vivo, ma cresciuto.
Allora, che vuoi fare adesso? domandò don Tino.
Leonardo rimase in silenzio.
Guardò la montagna. Il pollaio. I maiali, che pascolavano tranquilli. Come se i cinque anni passati non fossero stati nulla.
E lentamente, per la prima volta dopo tanto tempo, sorrise.
Forse, disse a bassa voce,
il mio sogno non è ancora finito.
E in quellistante capì una cosa che credeva aver perso.
A volte, anche se abbandoni un sogno,
succede che sia lui ad aspettare te per ricominciare.





