Amicizia a pagamento

Amicizia a pagamento

Puoi solo immaginare che fortuna, diceva Chiara al telefono con quella voce che sempre mi faceva stringere qualcosa sotto le costole. La casa di campagna, la sauna, laria pulita. Siamo così stanchi, Leda. Così stanchi, tu non puoi nemmeno immaginare.

Io, Leda, sapevo immaginare bene. In fondo ero sempre stata brava a immedesimarmi nella stanchezza e nei bisogni degli altri, nei loro desideri. I miei finivano sempre in secondo piano, poi smettevano addirittura di farsi sentire, come se si fossero arresi.

Certo, venite risposi. Sarò felice.

E in quel momento era la verità, vera e intera, senza dissonanze. Volevo davvero condividere. Avevo messo tanto in quella cascina, avevo vissuto lì così tante cose da sola che ormai la sentivo viva, respirante, quasi parte di me. Quella vitalità volevo farla vedere, donarla, anche solo per poco, dividerla.

Chi ha attraversato tempeste ed è sopravvissuto senza spezzarsi sente un bisogno silenzioso di dare. È come se lamore imparato finalmente per se stessi fosse finalmente abbastanza grande da distribuirlo anche agli altri. Non è ingenuità, è qualcosa di più sottile: la fede che il mondo intero dovrebbe funzionare allo stesso modo.

Leda Martino, cinquantasei anni, ex insegnante di italiano in pensione, divorziata due anni e mezzo prima dopo ventitré anni di matrimonio, proprietaria di un piccolo appartamento a Pavia e di una casa di campagna a trenta chilometri, nel paesino di Collevento. Ecco il mio profilo, se serve. Ma i profili non parlano del profumo delle tavole di abete che avevo dipinto l’estate scorsa. Non raccontano di come, lo scorso settembre, stavo sul tetto della rimessa a cambiare le tegole, pensando per la prima volta dopo tanti anni che non avevo paura. Non dicono niente sulle mani nuove, irrigidite di calli, o sulla mia bravura a fare fuoco con un solo fiammifero.

La casa mi era toccata quasi per caso in fase di separazione. Lex marito, Vittorio, non la voleva, disse che era roba vecchia, che il terreno era umido, che la casa da buttare giù. Io la presi, non per ostinazione, solo perché sentivo qualcosa di non ancora nominabile.

Poi lho capito: era mia. Solo mia. Forse per la prima volta nella vita.

Per due anni e mezzo ho riversato in quella casa tutto quello che prima davo alla famiglia: soldi, tempo, attenzione, fantasia. Ho rifatto i pavimenti, messo finestre nuove. Ho installato una stufa in ceramica piccolina, con fiori blu sui lati. Ho piantato ribes, uva spina, tre meli. Sistemato la vecchia sauna in fondo al giardino, aggiunto panche, appeso mazzetti di menta e timo a seccare. Dal ripostiglio ho ricavato una minuscola stanza da lettura, con libreria fino al soffitto e una vecchia poltrona di vimini, davanti alla finestra. Ho portato lacqua, imparato la gestione del drenaggio.

Alla terza estate, la cascina non era più la rovina che era stata. Ora era il mio rifugio, dove potevo davvero riposare. Dove alla mattina bevevo tè in veranda ascoltando gli uccelli nei lamponi. Dove alla sera accendevo candele in barattoli di vetro e leggevo fino al buio. Dove finalmente dormivo senza pillole.

Non ne parlavo in giro, non pubblicavo foto. Ma quando Chiara chiamò parlando di stanchezza e di aria buona, immaginai di aprire la cancellata, mostrare i meli, stare insieme accanto alla stufa e mi parve cosa giusta.

Chiara Seregni. Cinquantaquattro anni. Amiche dai tempi dellistituto magistrale, più di trentanni. Chiara aveva insegnato geografia nella mia stessa scuola; poi si era sposata, lasciata linsegnamento, diventata casalinga. Suo marito, Oliviero, trafficava in piccole vendite, non ho mai indagato. Vivevano in una loro casa a Lodi, con un cane, e una volta lanno andavano a fare un viaggio in Grecia o in Spagna. Chiara si lamentava spesso di essere stanca, di aver bisogno di qualcosa, e io spesso la aiutavo. Così andava la nostra amicizia, anche se non me lo dicevo mai così in testa.

Oltre a Chiara ed Oliviero, vennero anche altri due. Proposta di Chiara, che così sarebbe stato più allegro. Erano vecchi colleghi di scuola: Nives Zambelli e il marito Sandro. Nives, cinquantotto, insegnava fisica, silenziosa, ordinata, capelli sempre tirati. Sandro lavorava in unofficina. Conoscevo Nives solo di vista, niente di più, ma Chiara disse che era dei nostri e che ci saremmo divertiti: in quattro più la padrona.

In quattro più la padrona. La frase mi passò accanto, senza colpire. Non ci feci caso allora.

Mi preparai per giorni. Spesa per cinque. Menù studiato per tre giorni. Buon tè, due tipi di caffè, panna in barattolino, come piaceva a me. Tovaglie tirate fuori, lavate, stirate. Lenzuola fresche nelle due camere degli ospiti, plaid pronti sui letti. In sauna portai legna dontano, preparai una frusta di betulla da lasciare in acqua fredda la sera. Fiori appena raccolti per la tavola.

Venerdì mattina sfornai una torta di verza. Preparai zuppa fredda di barbabietola, che misi a riposare in frigo. Feci polpette con la cipolla, insalata con cetrioli freschi e ravanelli. Misi tutto in veranda, coperto con canovacci. Aprii le finestre. La casa odorava di legno, pasta appena fatta e menta.

Arrivarono alle quattro, quasi unora dopo lora promessa. Chiara e Oliviero con la loro macchina, Nives e Sandro con la loro, parcheggiate simultaneamente come daccordo. Aprii la cancellata, sorrisi e stavo per dare il benvenuto quando Oliviero mi interruppe subito, guardò il cortile e disse che tutto sommato non male, non se lo sarebbe aspettato.

Chiara mi baciò sulle due guance. Profumava di buoni profumi. Nives annuì, poi subito chiese dove potersi lavare le mani. Sandro non disse nulla, si mise a girare per il cortile osservando le cose con laria di chi valuta case da comprare.

Scaricarono i bagagli. Sperai ci fossero regali per la tavola. Invece: solo borsa grande di Nives con indumenti, zaino di Oliviero, borsa di Chiara. Sandro trascinava qualcosa avvolto nel giornale: pensai a pesce o a un salume, invece erano attrezzi di lavoro mai usati.

Chiara tirò fuori una bottiglia. Spumante a poco prezzo, etichetta stropicciata, di quelli in offerta tre al prezzo di due. Me la diede con aria di chi dona oro.

Ecco, per la tavola.

Ringraziai, misi la bottiglia lontana dai fiori.

La sistemazione fu scelta senza discussione. Chiara e Oliviero si fecero un giro, guardarono le due stanze e presero subito quella col letto più largo, vista sul frutteto. Nives e Sandro presero la seconda. La stanza piccola, la mia, su quella stessa vecchia branda dove avevo dormito tutti quegli anni, rimase a me. Nessuno chiese se andava bene a me così, nessuno propose alternative.

Questo fu il primo piccolo morso. Non dolore, solo fastidio: come un sassolino nella scarpa che non ti fermi a togliere.

La cena fu rumorosa. Oliviero parlava tanto. Chiara rideva gettandosi indietro sulla sedia. Nives mangiava in silenzio, ma svuotò due volte il piatto. Sandro prese tutte le polpette e solo poi domandò se ne rimanessero altre. La zuppa fu elogiata, la torta finì fino allultima briciola. Chiara stappò il suo spumante, lo versò nei bicchieri perché i calici erano nellarmadio sbagliato, e brindò alla vacanza.

Poi Oliviero, senza tante domande, aprì il buffet in cerca di qualcosa di più forte. Scoprì una bottiglia di liquore alle prugne che avevo fatto io, nascosta, mai offerta a nessun altro. Chiara la vide e disse: Questa cade a fagiolo. Non feci in tempo a reagire. Che dovevo dire, ormai era stato versato, e tutti aspettavano.

La bottiglia svanì in una sera.

Nessuno sparecchiò. Chiara sbadigliò che era stanca dal viaggio. Nives fu daccordo. Gli uomini uscirono in cortile a parlare piano. Io tolsi la tavola, lavai piatti, buttai via limmondizia. Spensi la luce in cucina, rientrai in veranda. Gli ospiti spariti, già nelle camere.

Rimasi alla finestra. Silenzio fuori. Solo le rane al laghetto nel fondo. Una macchina in lontananza tossì e si spense.

Dentro, un peso piccolo e denso, come gomitolo di lana bagnata. Ma decisi che era solo stanchezza. Il primo giorno è sempre caotico. Domani si sistemano, pensai, andrà meglio.

Sabato mattina mi alzai alle sei e mezzo, come sempre. In cortile lerba era bagnata di rugiada, i meli nellalba avevano unaria solenne. Raccolsi acqua per lorto, diedi da bere ai cetrioli. Misi su il fuoco, tagliai pane e formaggio, portai in tavola marmellata di mirtilli e albicocche. Preparai porridge con mele, come piace a me.

I primi ospiti uscirono alle dieci. Oliviero, in pantaloni sportivi e canottiera, si sedette davanti al bollitore. Chiese se avevo uova. Gliele feci. Poi uscì Chiara, quindi Nives e Sandro. Mangiarono, lasciando i piatti sul tavolo. Chiara disse che voleva andare al fiume visto lungo la strada; Oliviero disse che avrebbe preferito starsene lì. Nives e Sandro si unirono a lui.

Chiesi se qualcuno voleva aiutare a mettere a posto. Chiara disse che poi, dopo un po di riposo, certamente mi avrebbero aiutata.

Un po diventò tutta la mattina. Gli ospiti in veranda con il telefono; gli uomini giocarono a carte. Chiara sfogliava qualcosa, ogni tanto rideva con Nives. Io preparai il pranzo: zuppa di patate novelle allaneto con panna, funghi secchi raccolti e preparati da me, insalata di cetrioli, composta di ribes. Chiamai a tavola, mangiarono di buon appetito, elogiando.

Sei davvero brava a cucinare, disse Nives, per la prima volta rivolgendo a me attenzione.

Lo sa fare, lo sa fare, confermò Chiara come si commenta una piccola stranezza inoffensiva.

Dopo pranzo portai il libro in giardino; volevo sedermi sulla sdraio sotto il melo. Ma la trovai occupata: Oliviero dormiva col giornale sulla faccia. Presi lo sgabello, mi sistemai accanto al recinto. Lessi mezza pagina. Chiara mi chiamò ad aiutarla a cercare qualcosa nel ripostiglio. Poi Nives chiese del repellente contro le zanzare. Poi Sandro scoprì il tubo dellacqua che perdeva: me lo segnalò con laria di chi avvisa il personale.

Sistemai il tubo, trovai il repellente, cercai anche vecchie riviste per Chiara, perché le servissero chissà per cosa. Tornai al mio libro: era a terra, il vento ne aveva rovinato la prima pagina.

La sera accesi la sauna. Avevo la legna buona, preparata in aprile, seccata sotto la tettoia, tagliata da me perché i signori uomini erano via dal vicino Massimo, che tiene le galline, e rientrarono solo quando la sauna era già pronta.

Si lavarono tutti. Oliviero stette a lungo in sauna, usando tutta la mia essenza aromatica che porto apposta dalla città. Chiara continuava a chiedere ora lasciugamano, ora lo shampoo, ora il cambio di busco, perché troppo duro. Nives usciva e chiedeva da bere. Portai aiuto.

Quando tutti si furono lavati, entrai io per ultima. Lacqua era appena tiepida, la legna consumata. Sedevo sulla panca di legno, guardavo i tizzoni. Dentro era tutto silenzio. Non gioia, non tristezza. Solo il vuoto che arriva quando le forze sono alla fine e quelle nuove non sono ancora nate.

Mi lavai veloce. Mi cambiai e tornai in casa. In cucina regnava il caos: qualcuno aveva tagliato male il pane, briciole ovunque. Il mio caffè buono, portato dal centro della città, era lì, aperto, versato male.

Pulii. Raccolsi le briciole, lavai le tazze, chiusi il caffè sotto chiave.

Dentro sentivo il gomitolo crescere. Più denso. Ma mi convinsi di nuovo che andava tutto bene. Gente rilassata, era questo il senso della vacanza, non si può pretendere ordine da ospiti. Ripetevo queste cose a me stessa con la stessa precisione con cui un tempo giustificavo Vittorio: “è solo stanco, non lo fa apposta”.

La sindrome della donna brava. Lavevo letta una volta su una rivista e pensato fosse roba da altre donne. Sabato notte, in cucina con la spugna in mano, pensai che forse era anche roba mia.

Domenica mattina mi svegliai ancor prima del solito. Alle cinque e mezza. Nessuna voglia, solo insonnia. Ascoltavo Oliviero russare attraverso la parete, il pavimento che scricchiolava nel corridoio. La casa, che avevo preso come la mia tranquillità, era ora piena di presenze altrui e sembravano più un peso che una gioia.

Uscii fuori nel buio. A est il cielo era appena grigio. Lerba era asciutta, solo un po di tepore. Mi sedetti sulla panchina sotto il mio melo preferito, Renetta. Guardavo la luce farsi spazio. Di solito, in momenti come quello, provavo pienezza. Oggi no.

Rientrai, misi su la colazione. Decisi di esagerare: frittelle, ricotta con panna, marmellata di lamponi, uova con pomodoro. Speravo in qualcosa di bello, in una tavola vera.

Mentre friggevo, Sandro entrò sbadigliando: “Io non mangio frittelle; meglio uova e salame”. Salame non cera. “Allora solo uova”.

Feci le uova.

Poi venne Nives, chiese un caffè forte. Presi il caffè buono, lo feci. Non ringraziò, andò in veranda col cellulare.

Chiara scese allultimo, quasi undici. Vide le frittelle, fu contenta. Chiamò Oliviero, mangiarono a lungo, ridendo. Parlavano di cosa fare prima di partire.

Leda, si può fare unaltra sauna? chiese Chiara, spalmando la frittella. Era ottima ieri.

È quasi finita la legna, risposi calma.

Ma solo un pochino, giusto per riscaldarci.

La legna non era finita, ma non accesi più nulla.

Dopo, andai nellorto: bisognava sarchiare le carote. Un lavoro quieto, di mani e terra calda, profumata di luglio. Zappavo senza pensieri definiti, guardando le nuvole.

La giornata passava così: cucinavo, sparecchiavo, portavo e riportavo. Gli altri, intanto, si godevano il relax. Oliviero dormiva. Sandro faceva solitari di carte. Nives leggeva dal cellulare. Chiara, ogni tanto, mi chiamava a chiacchierare, ma le sue conversazioni ruotavano tutte intorno a sé, ai suoi problemi, ai suoi amici. A me restava ascoltare e annuire.

Confini personali nellamicizia. Quella frase da rivista mi tornava in mente. Ma cosa significa, in pratica? Alzarsi ed andarsene via a metà frase? Dire no lì, chiaro e tondo? Mi sembrava unoffesa, una rottura. Che tutto il mio mondo sarebbe crollato se lavessi fatto.

Non sarebbe crollato niente, ma questo lavrei capito solo domani.

La sera, finita la cena, gli ospiti si sistemarono sulla vecchia altalena di legno che avevo costruito lestate precedente insieme a Massimo, il vicino, ai piedi del ribes, quindici metri dal portico. Ero abituata a starci da sola, guardando il tramonto.

Quella sera, sull’altalena cerano Chiara e Nives. Gli uomini da Massimo in garage. Io, dopo aver lavato piatti, spazzato, portato via limmondizia, feci un giro del giardino, chiusi la serra, presi un plaid e volevo sedermi in veranda.

Nellaria silenziosa le voci arrivavano chiarissime.

Eh, ci siamo piazzate bene, diceva Nives, con quella sua voce arida che si spegneva in fondo alle frasi.

Te lavevo detto, rispondeva Chiara soddisfatta. Persone così hanno bisogno che qualcuno abbia bisogno di loro, altrimenti qui non arriva mai nessuno.

Una pausa, laltalena che cigolava.

Non si offenderà che non abbiamo portato niente?

Altra pausa.

No, figurati. Felicissima di darci una mano. Se non fosse per noi, nessuno ci viene qui.

Nives mormorò qualcosa dincomprensibile. Chiara rise con quel tono di chi si sente nel giusto.

Piuttosto che andare in agriturismo, altroché! Tre giorni pensione e pasti, immagina che spesa! Qui tutto incluso, gratis. Ci pensavo già questinverno, appena ho saputo che aveva sistemato la casa.

Unaltra pausa, altro cigolio.

Un po mi fa pena, disse Nives piano, ma chiaramente.

Eh, convenne Chiara. Sì, un po sì. Ma che vuoi farci.

Io stavo con il plaid in mano, ferma sul portico. Un grillo cessò il suo canto, come se ascoltasse anche lui.

Dentro, qualcosa si irrigidì. Non erano lacrime, non rabbia, era qualcosa di più freddo, compatto, silenzioso, come liquido che si cristallizza tutto insieme.

Mi voltai piano. Rientrai in casa. Chiusi la porta silenziosa. Appesi il plaid. Andai in cucina, accesi la lampada sul tavolo, trovai una matita e un quaderno.

Riprendersi dopo un divorzio, avevo pensato di essere guarita. Credevo di saper guardare la gente senza illusioni. Macché. Non ancora.

Ma ora sì. Ora capivo.

Aprii una pagina bianca e iniziai a scrivere. Piano, ordinata, come quando correggevo un tema.

Spese. Recuperai tutto quello comprato venerdì: carne da polpette, un chilo e due, ai prezzi di Pavia. Patate novelle, tre chili. Funghi secchi dai miei, valutati al prezzo del mercato. Latte, panna, ricotta, uova. Verdura, cetrioli, pomodori. Pane, olio, formaggio. Marmellata fatta in parte coi miei frutti ma a volte comprando la frutta. Thé, caffè, farina, lievito. Acqua frizzante, composta di ribes.

Ricordai tutto: in negozio col carrello, facendo i conti, prendendo un po di margine per loro. Una cura che ora mi sembrava altro, qualcosa senza nome.

Poi i drink. La bottiglia di liquore alle prugne, fatta da me: quanto vale, non solo a euro, ma a tempo. Raccolto, vasetti, la maturazione, filtraggio. E due bottiglie andate. Stimai un prezzo.

Legna per la sauna. Più del previsto per una sola sera. Avevo il conto del camion di legno di betulla, sapevo quanto valeva un quintale.

Poi, con il telefono, guardai il sito dell’agriturismo Boschetto, cinque km da Collevento. Listino prezzi per tre notti, pensione completa, sauna inclusa.

Scrissi tutto in colonna, feci la somma. Niente di astronomico ma tangibile.

In fondo alla lista aggiunsi servizio pulizie e gestione senza prezzo, solo per annotare.

Era quasi mezzanotte. Gli ospiti erano già nelle stanze, la casa respirava con quei respiri estranei. Chiusi il quaderno, spensi la luce, mi coricai.

Dormii meglio di tutte le notti precedenti.

Lunedì mattina era nuvoloso. Il cielo basso, bianco. Gli uccelli più brevi nei canti. Lerba del giardino asciutta. Alle sei passai nellorto, sistemai i paletti dei cetrioli. Tutto a posto.

Per colazione preparai la semplice: porridge in acqua e sale, senza mela né burro. Tagliai pane. Un po di formaggio, qualche fettina dolio, il tè.

Chiara apparve alle nove e fissò la tavola.

Porridge?

Porridge, risposi.

Non cè nientaltro?

Porridge e pane con formaggio.

Chiara si sedette, silenziosa, prese il tè, mangiò. Gli altri seguirono. Nives chiese la marmellata; risposi che era finita. Unalzata di spalle.

Poi cominciarono le valigie, lentamente, senza fretta. Oliviero si aggirava ermetico nel cortile, Chiara cercava un tubetto di crema lasciato chissà dove. Lo trovarono. Raccolsero tutto.

Erano già fuori, pronti alla partenza, quando uscii sul portico con il foglio. Avevo trascritto lelenco in bella calligrafia su un foglio bianco, sottolineando la cifra finale.

Chiara, chiamai calma. Aspettami un attimo.

Le porsi il foglio.

Chiara lo prese con un po di diffidenza, subito tradita da unirritazione che le passò sul viso.

Cosè?

Il conto per lospitalità e la pensione. Ho calcolato tutto.

Un paio di secondi di silenzio. Poi Chiara lo lesse. O finse di farlo. Mi guardò.

Sei seria?

Molto.

Leda…

Non chiedo nulla per pulizie, sauna, rifiuti o la legna che ho tagliato io. Solo cibo e materiali.

Oliviero si avvicinò, gettò locchio sopra la spalla. La stessa faccia da padre seccato quando lo si convoca a scuola senza che si senta in torto.

Una specie di scherzo? disse.

No.

Siamo amici, iniziò Chiara con voce più acuta, diversa Tra amici non si fa così.

Tra amici non si parla alle spalle dicendo che la casa è come una pensione gratis. Né si considera la casa dellamica come un agriturismo pagato dagli altri.

Chiara cambiò espressione. In un attimo, ma io guardavo bene.

Hai origliato.

Ero sul portico, era sera e silenzio.

Nives si spostò di lato, Sandro guardava il terreno.

Ridicolo, disse Chiara, riemergendo con la durezza che ricordavo dai vecchi giorni scolastici quando voleva ragione con la vicepreside. Ci hai invitati tu. Non ti abbiamo chiesto niente.

È vero. Ma ero felice di invitarvi, finché non ho sentito cosa pensavate di me davvero.

Avrai frainteso.

Ho sentito parola per parola.

Silenzio. Chiara piegò il foglio, lo riaprì, lo ripiegò.

Se il conto non verrà saldato aggiunsi piano, la voce piatta come lorizzonte chiaro farò richiesta alla sicurezza del paese per uso abusivo di proprietà privata. I documenti sono tutti a mio nome.

Sei matta, disse Chiara, senza rabbia ma piuttosto smarrita.

Lucidissima. I dati per il bonifico sono sul retro.

Mi voltai, entrai in casa. Alle spalle un mormorio secco. Non ascoltai. Accesi il bollitore, andai alla finestra. Dietro il vetro solo cielo grigio e il giardino.

Il telefono vibrò. Arrivarono i bonifici. La prima cifra era un terzo meno. Mandai un solo messaggio: “Manca il resto”. Ancora bonifici, finché tutto tornò.

Misi via il telefono, versai il tè.

Fuori, il rumore di due vetture; i portelloni chiusi, la cancellata lasciata aperta. Guardai dal portico; le auto già sulla strada. Lultimo dettaglio fu una mano di Chiara fuori dal finestrino; non era un saluto, più un gesto incerto. Poi sparì dietro la curva.

Chiusi la cancellata, rientrai.

Passai nelle camere degli ospiti: lenzuola stropicciate, cartoncino di succo a terra, bicchiere con fondo torbido sul davanzale da parte di Chiara e Oliviero. Nella stanza di Nives e Sandro meglio, ma ugualmente lasciata come camera dalbergo: disordine, sapendo che le pulizie spettano a qualcun altro.

Pulii tutto con regolarità. Lenzuola nella cesta, vetri lucidati, tazzine buttate, finestra spalancata.

In veranda la bottiglia dello spumante economico, vuota. La presi per il collo, portata allimmondizia.

Poi in camera mia, piccola, scaffale pieno di libri sul letto, fuori dal vetro il cespuglio di ribes. Era tutto a posto. Nessuno aveva toccato le mie cose. Eppure serviva un gesto in più, ma non capivo quale. Poi trovai il senso: presi il telefono, selezionai Chiara. Cliccai: Blocca. Poi Nives Zambelli. Cliccai.

Chiusi il telefono e tirai un lungo respiro, fino in fondo ai polmoni.

Sollievo. Vero, non calcolato. Non quello che si prova quando è tutto finito. Quello che arriva quando si tiene troppo peso in mano e finalmente lo si depone.

Uscii in giardino. Il cielo restava grigio, ma si faceva più chiaro. Le nuvole aprirono un taglio dorato dove il sole si faceva strada.

Presi la zappa, andai ai cetrioli, presi a lavorare. Movimenti lenti, ritmati; la terra era calda, profumava di luglio.

Dopo mezzora, mi raddrizzai, mi scostai la mano dalla fronte. Sentii passi lungo la recinzione.

Signora Leda, chiamò una voce di là dal confine, buon pomeriggio.

Era Massimo Gromi, il vicino a destra. Sessantadue anni, ex tecnico, vedovo da cinque, uomo calmo, coltivava lorto e aggiustava tutto per il piacere di fare. Ci conoscevamo da quando avevo iniziato a frequentare la casa dei campagna con costanza. Scambi di saluti, chiacchiere su semina e pioggia, qualche favore ricambiato con miele comprato dal contadino sulla statale.

Buon pomeriggio, Massimo.

Mi avvicinai. Lui, piccolo, camicia a quadri, senza cappello, teneva in mano un piatto sotto uno strofinaccio.

Ecco qua disse sporgendolo dalla fessura della recinzione torta di mele fatta in casa, ne ho fatte troppe. Prenda, finché è calda.

Presi il piatto, sentii il tepore.

Grazie, Massimo.

Ho visto che se ne sono andati in anticipo, i vostri amici.

Sono partiti.

Pensavo dovessero restare di più.

Già.

Tacque, poi parlò alla maniera di chi sta in campagna, senza ficcare il naso, ma nemmeno facendo finta di nulla.

Ho il tè pronto, se vuole sedersi cinque minuti. Ho sistemato la panchina vicino al confine, ora è più comoda.

Alzai lo sguardo verso il suo volto, serio, senza curiosità né pietà. Solo una proposta.

Volentieri risposi. Arrivo tra un attimo.

Entrai, lasciai la torta, tolsi i guanti, mi lavai le mani, presi un cardigan leggero. Uscii al cancello.

La sua panchina era buona. Larga, assi spesse, piazzata sotto un pero. Portò due tazze di tè forte, zucchero in pezzi su uno sgabello.

Sedemmo.

Ci fu silenzio, piacevole, non forzato. Sotto il pero le foglie brillavano di rugiada, anche senza pioggia, dietro lorto una gallina faceva il suo.

Volevo chiedere da tempo iniziò come fa a fare tutto da sola. È grande la casa, il terreno.

Mi arrangio. Sono abituata.

Si vede che si arrangia bene. La casa è diventata bella. Ricordo quando è arrivata: un disastro.

Era un disastro.

Adesso invece è un bel posto.

Presi la tazza. Forte, un filo amaro, buon tè.

Massimo, chiesi ha sentito stamattina qualcosa in cortile?

Fece una breve pausa.

Sì, qualcosa.

Che ne pensa?

Succede. A volte crediamo di conoscere qualcuno, e invece quel qualcuno ci considera solo comodo. Sono cose diverse.

Lo guardai.

Ho faticato a capire la differenza.

Molti non la capiscono. Non perché siano sciocchi, solo che si dimenticano di sé a forza di pensare agli altri.

Addentò la torta, masticò in silenzio.

Buona, credo.

Sì risposi. Buonissima.

Il sole bucò le nuvole, almeno un po. Sotto il pero di Massimo si fece luminosa anche la foglia più umida.

Ma secondo lei, gli chiesi quelli che usano gli altri, capiscono quello che fanno?

Si prese un momento reale per pensarci.

Alcuni lo sanno, e non vedono nulla di male. Se laltro ci sta, allora è felice. Altri nemmeno ci pensano e vivono alla giornata.

E chi accetta?

Quelli spesso hanno paura di perdere. Di restare soli, di non essere più cercati. Così accettano, fino a un certo punto.

Annuii. Non che aprisse universi nuovi, semplicemente era così. Fino a che non basta più.

Mia moglie era così disse. Di cuore buonissimo. Dava tutto. A tutti. E poi piangeva in cucina, sussurrando che andava sempre tutto bene.

Poi ha imparato a dire no?

No, rispose Non ne ha avuta il tempo.

Parole semplici e pesanti. Restai in silenzio, vicino a quelluomo a bere il tè.

Lei ha fatto bene tornò dopo un po, parlando del conto. Non si usa, dirlo esplicitamente. Ma è giusto.

Loro non saranno daccordo.

Gente simile non pensa mai daver torto. È una delle loro doti.

Sorrisi, per la prima volta in quei giorni.

Restammo seduti finché si fece notte. Si chiacchierava di tutto e niente: della fragola che quellanno non era nata, del pozzo da sistemare prima dellinverno, del libro che Massimo aveva finito a primavera, degli uccellini che non si facevano più vedere.

Quando il buio calò del tutto, mi alzai.

Grazie, Massimo. Per il tè e la compagnia.

Grazie a lei. Non è facile trovare qualcuno con cui star bene in silenzio.

Rientrai a casa. Accesi la lampada in cucina. Misi la torta sotto un telo. Lavata la tazza, controllato le finestre. Andai in camera.

Era tutto uguale: letto, libri, ribes al buio dietro al vetro.

Mi sedetti sul letto, presi il romanzo iniziato venerdì, lessi una pagina. Lasciai.

Cera silenzio. Il mio silenzio, quello che mi era diventato famigliare in due anni e mezzo. Prima era paura, ora era pace.

Scambio equo nei rapporti: quella formula letta chissà dove. Pensavo fosse roba da grandi momenti ufficiali. E invece è molto semplice. Riguarda se una persona porta con sé qualcosa, oltre lappetito e dellaspettativa. Se dopo il suo passaggio resta almeno quello che cera prima.

Dopo quegli ospiti di roba ne era rimasta meno: meno liquore, meno legna, meno caffè, meno pace. Ma qualcosaltro si era aggiunto: chiarezza, forse. La capacità di proteggere i propri confini, senza urlare né piangere: bastano un foglio e una voce ferma.

Mi coricai. Mi coprii bene. Fuori il cortile taceva, i grilli con esso. Forse non era sera da concerto.

Pensai, prima di addormentarmi, che dovevo sistemare il paletto dei cetrioli lo avevo notato sabato bagnare i lamponi, vedere se era ora di raccogliere il ribes.

Cerano tante cose da fare. Cose buone, cose mie.

Chiusi gli occhi.

La notte cala sugli orti di Collevento. Macchine lontane si smorzano nella quiete. I meli più scuri del cielo. Notte silenziosa, tiepida.

Leda Martino, cinquantasei anni, maestra in pensione, padrona di quella casa, di quel giardino, di quel silenzio, dormiva.

Al mattino si alzò alla solita ora, le sei e mezzo. Il cielo limpido, un velo di rugiada bianca sullerba; il sole accarezzava appena il confine. Uscì negli stivali di gomma, sentì il ghiaietto bagnato scricchiolare.

Sistemò subito il paletto ai cetrioli. Bagnò i lamponi. Il ribes era pieno, grande, con il lato già a tinta scura: ancora un giorno o due. Le dita tastavano i chicchi, sodi e pesanti.

Rientrò, mise il bollitore, tagliò pane, tirò fuori formaggio, burro e la sua marmellata di mirtilli. Si preparò la colazione preferita. Quella sua; non quella degli ospiti.

Prese posto al tavolo.

Fuori, tra i meli, si muoveva vivace qualcosa. Guardò: una cinciallegra. Piccola, col cinturino giallo, energica come tutte le cinciallegre. Cercava il suo fuori dalle foglie.

Leda la osservava mangiando pane e marmellata, lentamente, senza fretta.

Quando stava per finire il tè, una voce arrivò dal recinto.

Signora Leda, chiamò Massimo. Buongiorno, come ha dormito?

Si alzò, andò alla finestra, la aprì un filo. Massimo era lì, nella sua camicia a quadri. Anche lui sveglio presto.

Buongiorno, Massimo. Ho dormito benissimo.

Bene, bene. Fece una pausa. Ho preparato la prima marmellata di ciliegie. Pensavo di portargliene un barattolo. Sempre che gradisca.

Lo guardò, in piedi, così semplice, senza gesti di troppo.

Lo gradisco molto, disse. Il tè è ancora caldo.

Arrivo allora.

Lui svanì. Leda chiuse la finestra, mise una seconda tazza a tavola.

La cinciallegra era ancora lì fuori, ma dopo poco volò via, dritta verso lorto. Un ramo si mosse, poi tornò immobile.

Cigolò il cancello.

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