Amicizia a pagamento

Amicizia a pagamento

Pensa un po, che fortuna, diceva Giulia al telefono, la voce di sempre, quella che Milano le aveva lasciato sotto pelle, come uneco dolceamara. La casa al lago, la pace, laria buona. Siamo distrutti, Livia. Davvero, tu non immagini quanto.

Livia immaginava eccome. Lei aveva sempre saputo immaginare la stanchezza degli altri, i bisogni altrui, anche i desideri. I suoi, quelli propri, finivano sempre in secondo piano, poi smettevano del tutto di reclamare voce, come se si fossero ormai ammansiti.

Ma certo, venite, disse. Ne sarò felice.

E, in quel momento, era sinceramente vero. Di una verità solida, senza screpolature. Desiderava davvero condividere. In quella casa al lago Livia aveva messo tutto: speranze, tempo, giorni a sopravvivere da sola. Ormai quella casa non era solo un pezzo di terra con muri e tetto, era viva, respirava con lei, era quasi di famiglia. Questo voleva mostrare. Donare, anche solo per poco. Condividere.

Succede spesso a chi ha attraversato qualcosa di difficile e ne è uscito intero. Si prova il desiderio di restituire qualcosa al mondo. Si crede che quellamore scoperto per se stessi sia sufficiente anche per gli altri. Non è ingenuità. È una sottile fiducia: la convinzione che gli altri funzionino allo stesso modo.

Livia Dalmasso, cinquantasei anni, ex insegnante di lettere, divorziata da poco più di due anni dopo ventitré passati col marito, proprietaria di un modesto trilocale nella periferia di Como e di una villetta con giardino sulle sponde del Lago di Pusiano. Ecco il suo profilo, se serve. Ma nessun curriculum può raccontare lodore delle tavole di larice che ha verniciato da sola la scorsa estate. Né come se nera stata su in cima al tetto, a settembre, scaldandosi le mani sulle tegole e pensando che, dopo anni, non aveva più paura di nulla. Non dice niente delle sue mani nuove, piene di calli, e della soddisfazione di accendere il camino alla prima scintilla.

La casa al lago era toccata a lei quasi per caso, nei giorni del divorzio. Lex marito, Sergio, non la voleva, diceva che era una baracca, terreno umido, costava solo fatica. Lei laveva presa, senza ostinazione. Aveva solo avvertito, allora senza nome, che quella casa era sua.

Poi laveva capito davvero. Era sua. Solo sua. Forse, per la prima volta.

Per due anni e mezzo ci aveva messo dentro tutto quello che prima riversava nella famiglia: soldi, tempo, attenzione, fantasia. Aveva rifatto i pavimenti, cambiato gli infissi, montato una nuova stufa con le piastrelle blu, piantato un orto, sistemato lantica legnaia. Aveva appeso mazzi di menta e timo nella sauna, cambiato il ripostiglio in una stanzetta da lettura con una mensola in legno e una vecchia poltrona di vimini. Portato acqua corrente. Imparato a gestire lo scolo e tutto il resto.

Al terzo anno la casa non era più una carcassa. Era diventata il suo rifugio. Qui Livia si godeva le mattine di tè sulla veranda, ascoltando gli uccelli tra i lamponi. Accendeva candele nelle cene solitarie e leggeva fino al buio. Dormiva senza pastiglie.

Non lo raccontava in giro. Niente foto, nessun vanto. Ma quando Giulia chiamò lamentando stanchezza e bisogno daria, Livia si immaginò a spalancare il cancello, mostrare i meli, stare insieme accanto al camino. Sembrava la cosa giusta.

Giulia Romano. Cinquantaquattro anni. Amiche fin dai tempi dell’università, oltre trentanni. Lei insegnava geografia nella stessa scuola dove Livia si occupava di lettere, poi, una volta sposata, lasciò il lavoro diventando “casalinga”. Suo marito Marco trafficava col commercio, ma Livia non aveva mai indagato troppo. Vivevano in una villetta a Erba, possedevano un cane, ogni anno facevano una settimana in Grecia o in Spagna. Giulia si lamentava spesso di essere stanca. Di frequente chiedeva favori. Livia aiutava. Così era la loro amicizia, anche se Livia non laveva mai definita così.

Insieme a Giulia e Marco sarebbero venuti altri due. Lo aveva proposto Giulia: sarebbe stato più allegro. Si trattava di ex colleghi: Patrizia Guzzi con suo marito Antonio. Patrizia, cinquantotto anni, ordinata, silenziosa, prof di matematica con la crocchia sempre in ordine. Antonio lavorava come meccanico. Livia laveva sempre conosciuta di vista, una conoscenza di corridoio, nulla di più. Ma Giulia aveva insistito: “Patrizia è dei nostri! Ci divertiremo, saremo in cinque più la padrona”.

In cinque più la padrona. La frase cadde lì, come una foglia, senza far rumore. Allepoca Livia non ci fece caso.

Si preparò per giorni. Comprò cibo per cinque, pensò a menù vari. Scelse tè pregiato, due tipi di caffè, la panna che piaceva a lei. Trovò vecchie tovaglie, le lavò, le stirò. Mise lenzuola fresche nelle due camere ospiti, lasciò le coperte ai piedi dei letti. Alla sauna portò legna di betulla e preparò fascine di menta e timo. Raccolse fiori e li mise in un vaso al centro del tavolo.

La mattina del venerdì, fece una torta salata coi carciofi. Prese una zuppiera di minestrone e la mise in frigo, preparò polpette con prezzemolo e cipolla, uninsalata di cetrioli e ravanelli. Mise tutto in veranda, coprì con canovacci. Spalancò le finestre. La casa odorava di legno, pane caldo e menta.

Arrivarono alle quattro, unora dopo il previsto. Giulia e Marco sulla loro auto, Patrizia e Antonio su unaltra. Si fermarono insieme di fronte al cancello, con una sincronia che quasi sapeva di appuntamento. Livia aprì, sorrise, iniziò una frase daccoglienza ma Marco la interruppe subito, scrutando il cortile con tono allegro: bella davvero, non pensavo!

Giulia le diede due baci sulle guance. Sapeva di profumo buono. Patrizia, seria, chiese subito dovera il bagno per lavarsi le mani. Antonio si mise a ispezionare tutto come chi stima un immobile prima di acquistarlo.

Dai bagagli uscì poco: uno zaino personale per Patrizia, una sacca per Giulia, un borsone per Marco. Antonio portava qualcosa avvolto nella carta, e per un attimo Livia pensò a pesce oppure salame: era invece una scatola di attrezzi. Nessuno la usò né spiegò perché lavessero portata.

Giulia tirò fuori una bottiglia. Un prosecco da supermercato, quello dellofferta tre per due. Glielo porse con aria solenne.

Per la tavola.

Livia ringraziò, accettò e lo mise lontano dai fiori.

Le stanze furono scelte rapidamente. Giulia e Marco visionarono le camere, optarono per quella con vista giardino e letto grande. Patrizia e Antonio presero laltra. A Livia restava la sua, piccola, con quel letto vecchio compagno di tante estati. Nessuno chiese se andasse bene così. Nessuno propose alternative.

Fu il primo piccolo morso. Non dolore. Un sasso piccolo in una scarpa morbida: ci cammini lo stesso.

La cena fu vivace. Marco parlava molto. Giulia rideva a crepapelle. Patrizia mangiava con eleganza, bis di tutto, ma in silenzio. Antonio spazzolò tutte le polpette, poi chiese se ce n’erano ancora. Il minestrone piacque. La torta salata sparì. Giulia aprì la sua bottiglia, versò nei bicchieri anziché nei calici, e brindò alle vacanze.

Poi Marco, senza chiedere, curiosò nella credenza. Trovò una bottiglia di liquore alle prugne fatto da Livia lautunno scorso, la sua riserva privata. Giulia la vide: “Oh, perfetto!”. Livia non fece in tempo a dire nulla: la bevvero quella sera stessa. Tutta.

Nessuno sparecchiò. Giulia sbadigliò, Che stanchezza la strada. Patrizia annuì. Gli uomini uscirono sul prato, parlottavano sottovoce. Livia mise via i piatti, lavò, svuotò il cestino, spense la luce in cucina. Tornò in veranda. Gli ospiti erano già spariti nelle loro stanze.

Rimase un attimo alla finestra. Fuori il lago taceva. Le rane iniziavano il loro concerto. Da lontano, il borbottio di una macchina la notte.

Sentì qualcosa dentro, come un piccolo gomitolo bagnato e pesante. Decise che era solo la stanchezza. Il primo giorno è sempre confusionario. Domani tutto sarebbe tornato in equilibrio.

Il sabato mattina si alzò alle sei e mezza, come sempre. Uscì: il prato era coperto di rugiada, i meli avvolti nella nebbia leggera. Riempì il secchio, annaffiò i cetrioli, accese la stufa, tagliò pane e formaggio, mise in tavola marmellate di mirtilli e albicocche. Cucina davena con la mela, come piaceva a lei.

Gli ospiti uscirono quasi alle dieci. Marco per primo, tuta e maglia, si fiondò sul bollitore. Vuoi delle uova? Cerano. Livia le cucinò. Poi venne Giulia, poi Patrizia e Antonio. Mangiarono, lasciarono i piatti. Giulia disse che voleva vedere il lago. Marco voleva solo godersi il sole. Patrizia e Antonio si unirono a lui.

Livia chiese se qualcuno voleva aiutare a riordinare. Giulia promise: “Poi, certo, più tardi appena ci riprendiamo”.

Quel più tardi durò fino a pranzo. Gli ospiti seduti in veranda con i cellulari. Gli uomini a carte. Giulia scrollava qualcosa, rideva con Patrizia. Livia cucinò pranzo. Zuppa di patate novelle e aneto, funghi trifolati che aveva raccolto e seccato da sola, insalata di cetrioli, composta di ribes.

Quando li chiamò, arrivarono di buon umore. Mangiarono con gusto, elogiarono tutto.

Eh, sei proprio brava a cucinare! esclamò Patrizia, finalmente rivolta a Livia.

Eh già, confermò Giulia, come si parla di una mania innocua.

Finito pranzo, Livia prese un libro e si sedette sotto il melo sul suo sdraio preferito. Ma lo sdraio era occupato. Marco ci stava sdraiato, viso coperto dal giornale, dormiva. Lei prese la seggiola e si mise vicino alla recinzione. Lesse mezza pagina. Poi Giulia la chiamò a cercare qualcosa nel ripostiglio. Poi Patrizia chiese lantizanzare. Poi Antonio le disse che il tubo dellacqua perdeva, con tono da responsabile delle manutenzioni.

Livia aggiustò il tubo, trovò lantizanzare, aiutò Giulia coi vecchi giornali. Quando tornò fuori, il libro era caduto a terra, piegato dal vento, la copertina rovinata.

Quella sera accese la sauna. La legna era di betulla, scelta e tagliata da Livia a inizio aprile. Spaccare i ceppi, anche stavolta, toccò a lei: gli uomini erano andati dal vicino Pieri, che allevava galline. Quando tornarono, la sauna era quasi già pronta.

Si lavarono tutti. Marco passò mezzora nella sauna, buttò lessenza profumata nel braciere senza misurare, quasi finì la riserva speciale che Livia teneva da parte. Giulia chiese un asciugamano nuovo, poi lo shampoo, poi un altro fascio di erbe, questo è troppo ruvido. Patrizia domandò da bere, e Livia portò bicchieri di orzata.

Quando fu il suo turno, la sauna era già fredda, la legna finita. Livia rimase seduta sul legno caldo, in penombra, guardando la brace spegnersi. Dentro era silenzio pieno. Né bene, né male. Solo stanchezza e vuoto.

Si lavò in fretta, tornò in casa. La cucina era un disastro: qualcuno aveva tagliato il pane storto, molliche ovunque. Le tazze del giorno, mucchiate nel lavandino. Sul tavolo, la confezione del caffè buono, quello che Livia comprava apposta al mercato di Lecco, aperto, il caffè sparso sul bordo: nessuno aveva pensato a dosare.

Pulì. Mise via tutto. Richiuse la confezione di caffè, la posò in fondo alla credenza.

Dentro, quel gomitolo cresceva. Più compatto ora. Ma ancora una volta si impose che era normale: erano pur sempre vacanze, gli ospiti vanno lasciati liberi, è brutto fare la padrona di casa troppo severa. Lo ripeté come aveva ripetuto, per anni, che Sergio era soltanto stanco, che non lo faceva apposta, bisognava capirlo.

La sindrome della brava donna. Una frase che aveva letto su una rivista, pensando non riguarda me. Ma quella sera, con la spugna bagnata in mano, iniziò a pensare che forse non era poi così lontana da lei.

Domenica mattina si svegliò ancora prima: alle cinque e mezza. Non per scelta, semplicemente non dormiva. Sentiva Marco russare nella stanza accanto, lo scricchiolio dei passi quando qualcuno andava in bagno. La casa che aveva sempre percepito silenziosa ora era pregna di presenze, ma non gradevole: era piuttosto un peso.

Uscì nel giardino ancora buio. Il cielo a est virava appena al grigio. Ruggiada non ne era rimasta, aveva già iniziato a fare più caldo. Si sedette sulla panchina di fianco al melo, il suo preferito, “Renetta del Canada”, e si mise a guardare la luce crescere. Ascoltava gli uccelli. In quellora provava sempre una quiete difficile da spiegare. Una pienezza che non aveva nome.

Quella mattina non cera.

Tornò in cucina, preparò una vera colazione allitaliana: frittelle, ricotta con panna, marmellata di lamponi, uova con pomodori. Voleva una tavola curata, bella.

Mentre girava le frittelle, Antonio entrò: “Io niente frittelle, per me uova con salame, se hai”. Non c’era. Allora uova e basta.

Livia cucinò.

Poi venne Patrizia: chiedeva il caffè forte. Livia prese quello buono. Patrizia bevve, senza ringraziare, e tornò in veranda col cellulare.

Giulia uscì per ultima, quasi alle undici. Visto le frittelle, si illuminò, chiamò Marco. Mangiarono con calma, parlando tra loro, discutendo dei prossimi programmi.

Livia, la sauna si potrebbe riaccendere unultima volta? chiese Giulia, spalmando marmellata.

La legna è quasi finita, disse Livia, piatta.

Ma solo per scaldarla un po!

La legna non era finita. Ma non accese la sauna.

Dopo colazione uscì nellorto. Doveva diserbare la fila delle carote, lavoro semplice, familiare. Le mani lavoravano da sole. La terra sotto era calda, odorosa di luglio. Livia pensava a nulla. Solo seguiva i pensieri passare, come nuvole.

Il giorno trascorse tra preparare pranzo, pulire, servire, sparecchiare. Gli ospiti riposavano. Sapevano godersi le vacanze: tutto facile per loro. Marco schiacciava un pisolino. Antonio giocava da solo a carte. Patrizia leggeva il cellulare. Giulia, qualche volta, la chiamava per raccontare storie di suoi amici, storie che Livia non conosceva, cui poteva solo annuire.

I confini personali in amicizia. Già, quellarticolo. In pratica voleva dire alzarsi e andare via a metà frase? Dire “no” così, di colpo? Sembrava impossibile: un “no” era come offendere, rompere tutto. Sembrava che, a pronunciare “voglio stare da sola”, potesse crollare tutto il mondo.

Niente, ovvio, crolla mai subito. Ma lei ancora non lo sapeva. Lo avrebbe scoperto dopo.

Dopo cena, gli ospiti si misero sullaltalena in giardino. Un altalena che Livia aveva costruito lanno prima con Ferruccio, il vicino, piantando i pali e costruendo la seduta col tendalino. Era il pezzo preferito di Livia per godersi i tramonti.

Quella sera, sullaltalena cerano Giulia e Patrizia. I due uomini erano di nuovo da Ferruccio, a vedere non si sa quale motore in garage. Livia lavò i piatti, pulì il tavolo, spazzò il pavimento. Portò fuori la spazzatura. Fece il giro dellorto per chiudere la serra. E poi prese un plaid con lidea di sedersi fuori.

Laltalena era in fondo al giardino, tra i ribes, lontana venti metri dalla porta. Cera silenzio, la notte era ferma, ogni voce risuonava chiara.

Ci è andata bene, diceva Patrizia, in quel tono basso, sempre più sbriciolato sul finale.

Te lavevo detto, rideva Giulia, compiaciuta. La complicità di chi ottiene quel che vuole.

Ma non si offende che non abbiamo portato niente da mangiare?

Pausa. Un cigolio daltalena.

Ma dai! Le fa piacere. È rimasta sola, hai capito? Quella gente, ha bisogno che qualcuno si ricordi di loro. Guarda, se no chi le va più a trovare?

Patrizia rispose qualcosa di sommesso. Giulia rise, appena.

Su, dai. È stata lei a invitare, ha fatto tutto di sua iniziativa. Noi fossimo andati allagriturismo, con mezza pensione per tre giorni, lo sai quanto ci sarebbe costato? Qui invece tutto incluso e gratis. Te lavevo detto già dinverno che dovevamo venire, adesso che ha rimesso a posto la villa.

Altra pausa. Cigolio.

Poi Patrizia: Un po mi spiace per lei.

Eh, sospirò Giulia. Fa quasi pena a guardarla. Ma che ci vuoi fare?

Livia restò sulla soglia col plaid tra le braccia. Immobile. Un grillo sotto la scala smise di cantare, pareva ad ascoltarle.

Dentro sentì qualcosa, ma diverso dal solito. Non erano lacrime. Neanche rabbia, non quella rabbia che brucia. Questa era una pietra fredda, nitida, solida. Cristallina.

Rientrò piano. Chiuse la porta in modo da non far rumore. Appese il plaid con cura. Andò in cucina, accese la lampada piccola. Cercò un taccuino e una matita.

Riprendere dopo il divorzio. Credeva di aver già imparato a vedere la gente senza lenti rosa. Ma no, non del tutto.

Ma si può rimediare.

Aperse il taccuino su una pagina bianca e cominciò a scrivere, precisa, con i numeri, come a fare i compiti in classe.

Generi alimentari. Ricordava tutto quello che aveva comprato il venerdì mattina. Carne per le polpette, un chilo e due, ai prezzi di oggi. Patate novelle, tre chili. Funghi secchi dal suo raccolto, sapeva quanto valgono al mercato. Latte, panna, ricotta, uova. Insalata, cetrioli, pomodori. Pane, olio, formaggio. Marmellata fatta da sé, ma con le more in parte comprate. Tè, caffè, farina, lievito. Orzata, composta ai ribes.

Scriveva ripensando al supermarket con la lista lunga, faccio scorta. Allora era cura per gli amici. Ora suonava diverso. Difficile dargli un nome.

Poi le bevande. La grappa di prugne fatta da Livia, consumata tutta da Marco. La contava a ore e lavoro, non solo in euro. Lanno precedente aveva raccolto da sola i frutti dall’albero, li aveva lasciati macerare fino a ottobre, filtrato, imbottigliato. Due bottiglie usate. Pazienza. Mise una cifra.

Legna da sauna. Bruciata più in una sera che in una settimana da sola. Aveva acquistato betulla a metro cubo. Calcolò i pezzi usati.

Poi aprì il sito dellagriturismo La Quercia, cinque chilometri più in là. Vide il listino: matrimoniale per tre notti, pensione completa, sauna un sabato.

Scrisse tutto in colonna, finalmente una cifra. Non astronomica, ma nemmeno trascurabile.

Per ultima, aggiunse a pennello: Servizio pulizia. Senza calcolare, solo per precisione.

Era mezzanotte passata. Gli ospiti già nelle stanze, il respiro della casa appesantito di corpi estranei. Chiuse il taccuino. Spense la luce. Andò a letto.

Quella notte dormì meglio delle altre.

Lunedì mattina arrivò nuvoloso. Il cielo coperto di veli grigi, niente squarci. Gli uccelli cinguettavano decisi, la rugiada non era scesa. Alle sei Livia era già fuori, a camminare in mezzo al prato, controllava la serra, sistemava i sostegni dei pomodori. Tutto era a posto. Tutto tornava al suo posto.

Per colazione fece lavena in acqua, senza mele, senza burro, senza marmellata. Tagliò il pane. Mise poco burro e formaggio, quanto basta per quattro. Mise su il tè.

Giulia uscì alle nove. Vede la tavola, aggrotta il sopracciglio.

Porridge?

Porridge.

Tutto qui?

Questo oggi cè.

Giulia tacque. Mise il tè nella tazza. Mangiarono. Patrizia chiese della marmellata. Non cè. Patrizia alzò le spalle.

Dopo colazione i preparativi per la partenza iniziarono. Si muovevano lenti, senza voglia di lasciare. Marco camminava tra lerba con aria di chi lascia a malincuore. Giulia cercava una crema da qualche parte. La trovò. Fecero le valigie. Trascinarono i bagagli fuori.

Erano quasi pronti, quando Livia uscì sul portico con un foglio di carta, dove aveva riscritto il conto a caratteri ben leggibili, come alla lavagna. La cifra in basso, sottolineata.

Giulia, disse calma. Un attimo.

Si avvicinò e le portò il foglio.

Giulia lo prese piano, stupita, poi sempre più tesa.

E questo?

Il conto per il soggiorno e tutti i pasti. Ho segnato tutto.

Un attimo di gelo. Poi Giulia lo lesse. O finse di farlo. Alzò gli occhi.

Parli sul serio?

Sì.

Livia…

Non ho messo pulizie, sauna, la legna che ho spaccato io. Solo la spesa e i consumabili.

Marco si avvicinò, sbirciando dalla spalla. Aveva la faccia di chi si sente richiamato a scuola per punizione.

È uno scherzo?

No.

Ma siamo amici, cominciò Giulia, la voce diventata più aspra. Tra amici non si fa così.

Tra amici non ci si chiama povera dietro le spalle, rispose Livia, senza rabbia. E non si usa una casa come se fosse un agriturismo gratuito.

Il volto di Giulia cambiava veloce, una smorfia, poi unaltra, Livia la osservava fredda.

Hai origliato?

Uscivo fuori. Cera una sera troppo silenziosa.

Patrizia fece un passo indietro, come per sparire. Antonio guardava lerba.

È ridicolo, disse Giulia, con quel tono deciso che usava ai tempi, quando reclamava in sala insegnanti.

Siete stati invitati e ne ero davvero contenta. Fino a quando ho sentito quello che pensate di me.

Hai capito male.

Ho sentito esattamente tutto.

Silenzio. Giulia piegò il foglio. Lo riaprì, di nuovo sopra e di nuovo sotto.

Se non pagate, aggiunse Livia, la voce netta come lorizzonte, mi rivolgo alla sicurezza del residence per luso non autorizzato della proprietà privata. Ho tutte le carte a posto.

Sei impazzita, riuscì a dire Giulia, e non cera rabbia, solo incredulità.

Per niente. I dati per il bonifico sono dietro.

Si voltò ed entrò in casa. Dietro di lei, voci basse, nervose. Non ascoltò, non voleva ascoltare. Mise su acqua per il tè, guardò fuori dalla finestra. Il cielo era grigio, le mele ancora acerbe sullalbero.

Qualche minuto, il telefono vibrò. Guardò: bonifico. Un terzo in meno della cifra scritta. Scrisse solo: Manca il resto. Dopo un minuto, altro bonifico. Poi un altro ancora. Alla fine, il totale era esatto.

Mise via il telefono. Si servì il tè.

Dal cortile, i rumori delle auto. La prima, poi la seconda. Portiere sbattute. Il cancello restò aperto. Se ne andarono senza chiuderlo.

Livia uscì. Le macchine si perdevano nella curva. Lultima cosa che vide fu la mano di Giulia, tesa fuori dal finestrino, non come un saluto, ma chissà, senza senso. Poi il silenzio.

Chiuse il cancello.

Rientrò.

Guardò le stanze dove avevano dormito. In quella di Giulia e Marco, lenzuola sgualcite, sul pavimento un bicchiere di carta, sul davanzale una tazza rimasta con il fondo sporco. In quella di Patrizia e Antonio era più ordinato ma sempre con quellaria da stanza dalbergo, lasciata in vista della governante.

Pulì. Sciacquò, raccolse i panni, buttò il bicchiere. Aprì le finestre, fece arieggiare.

Sulla veranda trovò la bottiglia di prosecco vuota. La prese con due dita, la gettò nel bidone.

Poi si ritirò nella sua stanza, piccola, con la libreria sopra il letto e il ribes dietro la finestra. Tutto al suo posto. Nessuno aveva toccato niente. Ma sentiva di dover fare ancora qualcosa, anche se non capiva subito cosa. Infine lo capì. Aprì il telefono. Cercò Giulia. Bloccò il contatto. Cercò Patrizia Guzzi. Bloccò.

Poi chiuse gli occhi e inspirò profondo, fino a svuotarsi davvero.

Sollievo. Quello vero, non quello deciso a tavolino. Quello che arriva quando hai tenuto troppo tempo qualcosa di pesante nelle mani, e finalmente lo poggi a terra.

Scese in giardino. Il cielo ancora nuvoloso, ma rischiarava. Si vedeva una striscia doro. Forse sole.

Prese la zappa. Andò alla fila dei cetrioli. Cominciò a lavorare. I gesti uguali, lenti. La terra tiepida, profumo di luglio.

Lavorò per mezzora. Si raddrizzò. Si asciugò la fronte col dorso della mano. Sentì passi sul sentiero della siepe. Passi calmi, conosciuti.

Signora Dalmasso, chiamò una voce oltre il cancello. Buongiorno!

Era Ferruccio. Ferruccio Monzani, sessantadue anni, ex ingegnere, vedovo da cinque anni, uomo silenzioso, amante dellorto, sempre disponibile con le cose degli altri. Lo conosceva ormai da quando veniva stabilmente alla villa. Si salutavano, si parlava di clima, di piantine, di vita. Lui laveva aiutata a raddrizzare la vecchia recinzione, lei gli portava in cambio un vasetto di miele artigianale.

Buongiorno Ferruccio.

Livia si avvicinò. Lui, basso, la camicia a quadri, senza cappello. Tra le mani un piatto coperto da uno strofinaccio.

Ecco, porse il piatto tra le fessure della siepe. Ho fatto la torta di mele. Ne ho troppe, prenda finché è ancora calda.

Lei prese il piatto, sentendo il calore passare sotto il tessuto.

Grazie, Ferruccio.

Ho visto che sono andati via i vostri amici, notò, nulla di inquisitorio, solo realtà.

Sì, se ne sono andati.

Un po’ in anticipo, mi pareva.

Sì, un po prima.

Stette zitto, poi, con la delicatezza di chi viene dalla campagna:

Se ha voglia di un tè, ne ho appena preparato. La panchina qui è comoda, lho aggiustata laltro giorno.

Lei lo guardò. Il volto sereno, senza curiosità né compassione. Solo una proposta, semplice.

Sì, volentieri. Arrivo subito.

Portò il dolce in casa. Si tolse i guanti, si lavò le mani, mise un golfino perché si stava già rinfrescando. Uscì dal cancello.

La panchina di Ferruccio era davvero buona. Larga, solida, allombra di un pero. Lui portò due tazze, riempì col tè robusto e mise qualche zolletta su uno sgabello.

Sedettero.

A lungo non dissero nulla. Ma non era un silenzio imbarazzato: quello in cui semplicemente si sta bene. Le foglie frusciavano, oltre la rete un pollo faceva i suoi affari.

È da un po che volevo chiederle, cominciò lui, come fa a gestire tutto da sola? Casa grande, giardino…

Ci sono abituata. Ce la faccio.

Si vede che ce la fa. La villa è diventata splendida. Mi ricordo comera quando è arrivata.

Già, era messa male.

Ora è proprio bella da vedere.

Lei beveva. Il tè era forte, leggermente amaro, buono.

Ferruccio, chiese, ha sentito niente questa mattina davanti al cancello?

Tenne una pausa.

Qualcosa sì.

E che ne pensa?

A volte le persone credono di conoscersi davvero. In realtà, qualcuno è solo comodo per loro. Cè una bella differenza.

Lei lo fissava.

Per anni non ho saputo vedere la differenza.

Non è colpa. È che ci si abitua a pensare agli altri e ci si dimentica di sé.

Ferruccio assaggiò la torta.

È uscita bene oggi, mi pare.

Sì, confermò lei. Buonissima.

Finalmente arrivò un raggio di sole a tagliare le nuvole. Non tutto, tagliava lorto di Ferruccio di lato. Il pero brillava di foglie fresche, senza nemmeno un goccio di pioggia.

Secondo lei, chiese, quelli che usano gli altri, si rendono conto davvero di quello che fanno?

Lui ci pensò, davvero, non per educazione.

Qualcuno sì, e non crede sia sbagliato: pensa sia normale, che chi accetta lo faccia volentieri. Qualcuno non ci pensa mai. Semplicemente vive.

E quelli che accettano?

Di solito hanno paura di perdere. Che senza di loro nessuno venga più, che nessuno chiami. Così accettano. Fino a quando basta.

Lei annuì. Non era una scoperta, ma la conferma.

Mia moglie era così, disse lui, allimprovviso. Dolce da morire. Donava tutto. Amici, vicini, parenti: tutti prendevano, tutti andavano via. E lei, ogni volta, piangeva in cucina, però diceva che andava bene.

Lei lo guardò.

Ha mai imparato a dire di no?

No, rispose, secco. Non cè stato tempo.

Un attimo brevissimo, pieno di tutto, e Livia decise di non aggiungere nulla. Solo stare lì.

Ha fatto bene, disse lui dopo un po. Con quel conto. Non si usa dirlo, ma ha fatto bene.

Loro non saranno daccordo.

Non lo sono mai, loro. Succede.

Lei sorrise. Per la prima volta in tre giorni, davvero.

Rimasero seduti a lungo. Si chiacchierava di nulla: della fragola che questanno era poca, della pompa del pozzo da riparare prima dellinverno, del libro che Ferruccio aveva appena finito. Poi di nuovo silenzio.

Quando scese il buio, Livia si alzò.

Grazie, Ferruccio. Per la torta e per il tè.

Grazie a lei, della compagnia.

Rientrò. Accese la cucina, mise la torta sotto il tovagliolo. Lavò la tazza. Fece il giro delle finestre. Tornò in stanza.

Tutto al suo posto. Il letto, la mensola, il ribes fuori dalla finestra: ora era scuro, quasi invisibile.

Si sedette. Prese il libro che aveva lasciato a metà venerdì. Cercò il segno, lesse una pagina. Poi chiuse.

La casa era silenziosa, la sua. Un silenzio imparato in due anni e mezzo, dapprima temuto, poi diventato rifugio.

Pari dignità negli scambi. Aveva letto questa frase da qualche parte. Credeva si riferisse a grandi temi. Invece era semplice: se qualcuno porta qualcosa, oltre allappetito e le aspettative. Se, dopo che passa, resta almeno tanto quanto cera prima.

Dopo questi ospiti era rimasto meno. Meno liquore, meno legna, meno caffè, meno pace. Ma qualcosaltro era aumentato. Non sapeva ancora chiamarlo: chiarezza, forse. Difendersi non è urlare, né piangere. A volte basta un foglio e una voce ferma.

Si stese. Sentì gli uccelli fuori sistemarsi per la notte. Le rane al lago sarebbero rimaste quiete: giornata storta anche per loro.

Prima di dormire, pensò che, la mattina dopo, avrebbe finalmente riparato il sostegno dei pomodori, avrebbe annaffiato i lamponi, e dato unocchiata al ribes.

Cera tanto da fare. Cose belle, tutte sue.

Chiuse gli occhi.

Fuori era notte vera. Il borgo di Pusiano taceva, una macchina si perse nel buio. I meli erano neri contro il cielo. La notte era calda, silenziosa.

Livia Dalmasso, cinquantasei anni, ex insegnante, padrona di casa, di giardino, della sua pace, dormiva.

Si alzò come sempre, alle sei e mezza. Il cielo limpido, rugiada fitta sullerba, il sole appena allorizzonte. Metté i stivali, camminò sulle pietre bagnate.

Sistemò i sostegni dei pomodori. Annaffiò i lamponi. Il ribes era quasi pronto, mancava poco al raccolto. Sfiorò qualche bacca. Tesa, pesante.

Poi entrò in cucina. Mise su il tè. Tagliò pane. Tirò fuori burro, formaggio, marmellata di mirtilli la sua preferita.

Si mise a tavola.

Dal melo sentì un trambusto. Guardò: una cinciallegra, col petto giallo, saltellava tra i rami, indaffarata nella sua ricerca.

Livia la seguiva mangiando il pane con la sua marmellata, lenta, senza fretta.

Poi, mentre sorseggiava il tè, una voce arrivò oltre la siepe:

Signora Dalmasso, buongiorno! Come ha dormito?

Livia si alzò. Aprì la finestra. Ferruccio, la solita camicia a quadri, già sveglio.

Buongiorno Ferruccio. Mi sono riposata benissimo.

Bene così. Una pausa. Sapesse, mi è riuscita una marmellata di amarene. La prima dellanno. Gliela porto per assaggiare. Se le va.

Livia lo guardò. Volto gentile, senza gesti inutili.

Porti pure, disse. Il tè è ancora caldo.

Arrivo subito.

Ferruccio sparì. Livia chiuse la finestra. Prese unaltra tazza. La mise a fianco alla sua.

La cinciallegra era ancora sul melo. Poi volò via, il ramo dondolò e si fermò.

Il cancello scricchiolò piano…

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