Andrea era seduto su uno sgabello in cucina e osservava come la polvere danzava nel raggio dorato del sole al tramonto. Nellappartamento numero 48 di via della Pace regnava un ordine impeccabile. Troppo impeccabile.
Tre mesi prima, da lì era andata via Elena. Aveva portato via le sue valigie, il ficus e, cosa più importante, i figli: il decenne Matteo e la piccola Bianca di sei anni. Allinizio, Andrea aveva pensato che questa fosse libertà. Nessun cartone animato a tutto volume, nessun Lego sotto i piedi e poteva mangiare i tortellini direttamente dalla pentola.
Dopo una settimana, però, quella libertà si era trasformata in un vuoto. Si era reso conto improvvisamente che, dopo tanti anni di matrimonio, si era impigrito nelle faccende di casa. Aveva perfino dimenticato quanto fosse lunga la lista delle piccole scelte quotidiane.
Ma la cosa più difficile erano i venerdì, in attesa dei figli.
Papà, siamo arrivati! Bianca piombò nellingresso, portando con sé lodore della strada e dello shampoo per bambini.
Andrea la abbracciò goffamente. Matteo entrò subito dopo, silenzioso, con le cuffie, lanciando al padre uno sguardo rapido e valutativo.
Ciao, squadra. Venite pure. Ho preparato tutto per il vostro arrivo, biascicò Andrea, cercando di sembrare spigliato.
Pensò: se diventerà il padrone di casa perfetto, forse i bambini vorranno rimanere per sempre. Aveva acquistato una padella antiaderente costosissima e stampato una ricetta trovata su internet.
A colazione che cè? chiese Matteo il sabato mattina, trascinandosi in cucina.
Le crêpes! rispose Andrea energicamente, lottando con la pastella grumosa. Con la marmellata di lamponi, come piacciono a voi.
Come quelle della mamma? domandò Bianca, salendo sulla sedia con occhi pieni di speranza.
Andrea si fermò un attimo.
Meglio di quelle della mamma. Vedrai, rispose.
Dopo mezzora, la cucina sembrava un campo di battaglia. La farina era finita sulle sue sopracciglia, sul pavimento e persino la lampada a sospensione. La prima crêpe diventò, prevedibilmente, un groviglio stropicciato. La seconda si carbonizzò. La terza aveva un aspetto strano.
Andrea era sempre più frustrato. Detestava quella padella, il piano cottura, e soprattutto il proprio senso dimpotenza. Avrebbe voluto urlare: Ma perché è così difficile?, ma davanti a sé cerano due visi che aspettavano fiduciosi.
Quasi finito, mormorò, asciugandosi il sudore dalla fronte.
Finalmente, una pila di crêpes dorate apparve sul tavolo. Non erano perfettamente tonde, i bordi un po bruciacchiati, ma il profumo era invitante. Andrea posò la ciotola di marmellata e trattenne il fiato in attesa della sentenza.
Bianca assaggiò un pezzetto e chiuse gli occhi.
Buone, papà. Davvero.
Matteo annuì senza togliersi le cuffie, ma se ne mangiò subito tre. Andrea tirò un sospiro di sollievo. Un calore gli attraversò il petto. Gli sembrava di aver compiuto una piccola impresa, che tra lui e i figli si fosse formato un ponte fatto di crêpes.
La domenica sera era sempre il momento più duro. Le ultime ore prima del cambio, quelle in cui la gioia si scioglieva silenziosamente nella tristezza della separazione.
Erano tutti in soggiorno. Andrea aveva appena comprato una nuova console da gioco, la più potente: quella che Matteo desiderava da mesi.
Matteo, come va il livello? Sei arrivato al boss? si sedette vicino al figlio.
Sì, rispose breve, senza distogliere lo sguardo dallo schermo. Grazie, papà. È forte.
Bianca, vuoi che ti legga una favola? domandò Andrea, prendendo un libro colorato.
Papà, ma quando arriva la mamma? chiese Bianca, senza nemmeno guardare il libro. Fissava le sue scarpette accanto alla porta.
Fra unora, amore. Ma qui ti trovi male? Guarda, abbiamo la console, le crêpes e il gelato in freezer. Se volete rimanere un altro giorno, domani possiamo andare allo zoo
Matteo improvvisamente appoggiò il joystick e il silenzio scese in salotto.
Papà, qui si mangia bene. La console è una figata. E tu… beh, ci metti il cuore, questo lo vediamo.
Andrea sorrise, ma il cuore gli si strinse.
Quindi vi piace stare con me, no?
Bianca gli si avvicinò e accarezzò la sua guancia ispida.
Si mangia bene da te, papà. Ma a casa dalla mamma… cè davvero casa.
Quelle parole fecero più male della lettera di separazione. Andrea guardò il suo appartamento: mobili costosi, elettrodomestici fiammanti, pareti appena ridipinte. Tutto perfetto. Ma freddo, distante.
Cosa vuoi dire con casa, piccola Bianca? la voce gli tremava. Non è anche qui la vostra casa? Qui ci sono le vostre stanze, i vostri giochi
Matteo alzò gli occhi. Nel suo sguardo non cera più lingenuità infantile, ma una consapevolezza che faceva quasi male.
Papà, casa è sapere di chi sono i calzini. È trovare sul frigorifero i miei vecchi disegni, quelli che non hai mai notato. Ti ricordi quando ti portai la pergamena per robotica, tre anni fa?
Andrea aprì la bocca per dire certo, ma rimase zitto. Non ricordava. In quellepoca era sempre in trasferta. O in riunione. O semplicemente… stanco.
La mamma si ricorda delle mie allergie. Tu ieri mi hai chiesto in che classe sono, proseguì Matteo. Sei come un ospite che vuole tanto piacere. Hai imparato a fare le crêpes in un giorno, ma noi non ci hai imparati in dieci anni.
Andrea si nascose il volto tra le mani. Era vero. Aveva costruito la casa, portato a casa lo stipendio, organizzato vacanze, ma lui non cera mai stato davvero. Era una funzione: un bancomat. Unombra che attraversava la notte verso la camera da letto.
Aveva perso, non con Elena. Con sé stesso, con luomo che era prima del divorzio. Credeva che la famiglia fosse qualcosa di ovvio, invece è un mestiere difficile, fatto di presenza quotidiana.
Suonò il campanello. Era Elena, venuta a prendere i bambini.
Andrea si alzò, sentendosi vecchio. Aiutò Bianca a mettersi il giubbotto, porse lo zainetto a Matteo.
Grazie per le crêpes, papà, disse Bianca, baciandolo sul naso.
Ciao, papà, Matteo per un momento gli pose una mano sulla spalla. La console, davvero, complimenti.
Elena restava sulla soglia, osservando Andrea con affetto silenzioso. Notava la farina sulla maglietta, la malinconia negli occhi.
Andrea, tutto bene? chiese piano.
Sì, annuì, deglutendo. Senti, Elena… Bianca ha detto che questa non è casa. E in fondo ha ragione.
Elena non disse nulla, lasciando che parlasse.
Vorrei… vorrei venire anchio più spesso. Non solo portare via i bambini, come se venissero in museo. Posso aiutare Matteo col progetto, per davvero. E giovedì Bianca ha lo spettacolo allasilo… Vorrei esserci. È possibile?
Elena sorrise dolcemente.
Saresti il benvenuto, Andrea.
La porta si chiuse. Andrea rimase solo. Ma, questa volta, non accese la TV.
Si avvicinò al frigorifero. La superficie era bianchissima, intonsa.
Prese da una vecchia cartellina nellingresso un disegno spiegazzato di Matteo, quello che un giorno aveva infilato distrattamente tra le carte. Sopra cera una macchina storta e tre omini. Prese un magnete e lo mise in bella vista, al centro.
Poi trovò il contatto di Matteo sul telefono.
Matte, ho guardato il calendario della robotica. Mercoledì sono libero. Ti passo a prendere e andiamo al laboratorio che mi dicevi? Niente crêpes né console. Solo io e te, a parlare.
La risposta arrivò subito: Ok, papà. Ti aspetto.
Andrea osservò le proprie mani e si specchiò. Capì che la casa non nasce in un weekend. Ma oggi, finalmente, aveva posato la prima pietra vera.
Andò a lavare i piatti. Non perché si dovesse fare, ma perché nella sua vera casa, quella che stava iniziando a costruire adesso, non voleva portare il passato sporco. E capì: perché i figli rimangano, non serve cucinare come la mamma, ma esserci. Essere papà. Tutti i giorni. Senza ricette.





