— Caterina, andresti tu al panificio a prendere un po’ di pane? — Lo sguardo annebbiato della signora di quarantacinque anni ormai non riusciva più a mettere a fuoco la figura esile della bambina di sette anni.

Lucia, potresti andare dal panettiere a prendere un po di pane? La voce mesta di mia madre, già annebbiata dai fumi di troppe bottiglie, a stento riusciva a mettermi a fuoco. Avevo sette anni e ogni volta che sentivo parlare di pane, inghiottivo la saliva, sapendo che sarebbe stato il dettaglio migliore della mia giornata.
Certo, mamma
Quieta, aspettavo che mi desse qualche moneta, soldi con cui la signora Lina, dietro al bancone del piccolo alimentari che restava aperto tutta la notte, mi avrebbe consegnato una pagnotta. Era una donna buona; spesso scuoteva la testa tra un sospiro e laltro, e ogni tanto infilava nella mia mano affamata una tavoletta di cioccolato al latte o una manciata di caramelle.
Povera bimba mormorava Lina, sorseggiando del caffè solubile Guarda che angelo vien su in quella casa
Ricordo ancora come correvo a casa più veloce che potevo, stordita dal profumo inebriante della crosta calda e croccante. Se mi comportavo bene, la mamma mi regalava sempre un pezzetto di crosta e sopra ci metteva due o tre acciughe sottolio che impregnava il pane di un olio dolciastro. Gustavo quel piccolo piacere con calma, assaporandone ogni morso, senza fretta. A giudicare dal numero di bottiglie sparse, quella sera aspettavano ospiti e non ci sarebbe stato altro per cena. Così, lunico sollievo era riuscire a uscire di casa silenziosamente, senza incrociare nessuno. Perché a restare, avrei rischiato botte. Ricordavo ancora il forte schiaffo che mi aveva rifilato mio padre la volta prima: per due giorni la testa mi scoppiava e il naso continuava a sanguinare di tanto in tanto.

Attraversai landrone con la crosta stretta tra le mani, ancora una fetta e unacciuga intera. Fuori era quieto, laria già tiepida di primavera. Le persone erano poche, lontano suonava una musica allegra, e in tasca due cioccolatini aspettavano il loro momento. Mi sentivo quasi felice. Non faceva freddo e, se mi andava, potevo passare da Lina; lei mi avrebbe offerto sicuramente un caffè con panna e zucchero. Camminavo piano, sognando come sarebbe stato avere unamica. Ne avrei avuta una tutta mia, con cui dividere sogni e pensieri, persino silenzi quando non potevo rientrare a casa. Mentre fantasticavo, un miagolio sottile si levò dai cespugli vicino ai cassonetti dellimmondizia. Mi fermai, guardando tra degli stracci puzzolenti. Dentro a una scatola da scarpe strappata, cera un gattino tigrato, piccolo e sporco, che miagolava piano. Avvicinai la mano e lui venne subito ad annusarla; lodore delle acciughe lo tentava ed iniziò a leccarmi le dita con foga, strappandomi una risata.
Hai fame, vero? Guarda qui cosa ho per te! dissi, poggiando la mia acciuga davanti al musetto del gattino e ficcando il pane in bocca.
Dai, mangia pure.
Quel piccolo felino divorava tutto avidamente e ringhiava piano se provavo a toccarlo.
Sta calmo, mangia poco per volta; se no ti farà male la pancia, credimi, lo so bene sorrisi al mio nuovo amico.
Vuoi venire a casa con me? Ti chiamerò Tigrino e condividerò sempre il mio cibo con te lo sollevai leggero come una piuma e lo nascosi sotto al cappotto.

I lampioni, gialli come miele di maggio, illuminavano il selciato mentre camminavo, chiacchierando con la testolina pelosa che sbucava da sotto la mia giacca.

***
A casa regnava il silenzio. Solo bottiglie vuote sui tavoli, piatti sporchi e cenere ovunque. La caldaia borbottava, lorologio ticchettava senza fretta. Mi sedetti e misi il gattino sul tavolo. Lui annusò un bicchiere vuoto.
No, Tigrino, lascia stare! Non toccare quella robaccia. Se iniziassi anche tu, addio amicizia! gli accarezzai la testolina.
Il gattino miagolava e mi si strofinava contro il naso, come per rassicurarmi: «Tranquilla, sarò sempre con te».
Quella notte dormii profondamente, sognando cose belle che avevano il sapore del gelato alla banana e delle crostate di ciliegie. Tigrino, raggomitolato al mio fianco, mi cullava con le sue fusa.
Ma la mattina dopo, mio padre vide il gatto e si mise a urlare come un pazzo, dicendo che quella bestia doveva sparire. Mia madre, con la testa fasciata, fumava lennesima sigaretta e mi sussurrò con voce rauca di portare il gatto via, lontano dai guai.
Piangendo, seduta sugli scalini, stringevo Tigrino al petto. Non potevo lasciarlo al cassonetto, era lunico vero amico che avessi mai avuto. Mi incamminai, ancora tra le lacrime, verso il negozio della signora Lina, dove, raccontando tra i singhiozzi tutto ciò che era successo, la implorai di tenerlo con sé. Le brave donne non seppero dire di no: misero Tigrino nel retrobottega con una vecchia felpa e un secchio di plastica tagliato per lacqua.
Tutta la primavera e lestate corsi ogni giorno da lui, portandogli un pezzo di pane dalla pagnotta comprata, pur sapendo che a casa mi avrebbero sgridata. Ma che importava? Avevo un amico vero. Tigrino mi ascoltava, felice sulle mie ginocchia, gli occhi violetti pieni di saggezza. La signora Lina, un giorno, osservando meglio, esclamò davanti alla collega:
Ma guarda che occhi! Non ne ho mai visti così. Vieni a vedere, Olga! E le due donne rimasero incantate davanti a due pozze viola che sembravano raccontare tutto il calore del mondo.

Col passare dei mesi, Tigrino divenne un gatto magnifico: grande, soffice, con uno sguardo magico. I clienti tentavano di portarselo via, ma lui non si lasciava mai avvicinare: aspettava solo me.
Un giorno, non venni da lui per diversi giorni. Né per il pane, né per una visita. Lina iniziò a preoccuparsi che mi fosse capitato qualcosa. Ma mi rividi, pallida, con i lividi sulle guance e una crosta marrone sul labbro. Alle domande delle signore balbettai solo:
Sono caduta.
Nel retrobottega, rannicchiata contro il pelo morbido del mio amico, mi sfogai raccontandogli tutto. Mi addormentai abbracciata a lui, e Lina mi trasferì sulla vecchia poltrona, coprendomi con una coperta vissuta. Chiamò il maresciallo per parlare delle mie botte, ma quello, come sempre, disse che senza prove non si poteva far nulla. Lina pianse di cuore; quella bambina la faceva soffrire, avrebbe voluto averla tutta per sé.
Tigrino mi girava attorno in tondo, attento e nervoso, poi sparì senza farsi più vedere. Rimasi nel negozio per tutta la notte. Nessuno venne a cercarmi. La mattina dopo, Lina mi fece colazione con pane e marmellata e tè zuccherato, e chiese a Olga di badare alla bottega mentre lei andava a sbrigare faccende importanti. Accettai felice, ma appena fuori dal portone si parò dinnanzi il maresciallo.
Dove vai, Lina? Qui in palazzo hanno ammazzato due persone, meglio non passare. Tu, però, dimmi una cosa: hai visto la piccola Lucia la scorsa notte?
Lucia? Ma chi è stato ucciso?
I suoi, probabilmente per una lite finita male. Stiamo cercando la bambina, forse lha portata via qualcuno.
Ma è con me, nel retrobottega, sta bene. Può restare da me in questi giorni?
Tienila pure, così non dobbiamo avviarla in orfanotrofio subito. Poi si vedrà.

Il cuore a Lina batteva forte. Non provò pietà per i genitori della bambina: era solo sollevata di poter accudire Lucia. Con la complice, decisero di tacere tutto alla ragazza; dissero solo che la mamma le aveva concesso di restare qualche giorno da loro. Lucia era pazza di gioia e domandava se poteva imparare a usare la cassa.
Da quel giorno, Tigrino non si fece più vedere, nonostante Lucia lo chiamasse per giorni, lasciandogli ogni giorno il cibo nella solita ciotola.
Lina si occupava di me come fossi figlia sua, temendo il giorno in cui avrebbero potuto separarle. Tentò anche di chiedere ladozione agli assistenti sociali, ma ricevette solo dinieghi: era sola, non sposata, lavorava di notte. Mortificata, ci provò e riprovò per due mesi. Io mi ero affezionata a lei, imparai a cucinare uova, pulire e leggere.
Quando, il tre novembre, la prima neve coprì tutta Roma e compii otto anni, soffiai su candeline colorate infilate su una torta di miele e dissi a Lina:
Vorrei solo che tu diventassi davvero la mia mamma e che vivessimo sempre insieme!
Anchio, Lucia cara mi sussurrò con commozione, abbracciandomi forte.
Qualcuno bussò. Nessuno attendeva visite. Sulla porta apparve un giovane elegante.
Buonasera. Sono dellUfficio Tutela Minori del Comune di Roma. Ho letto le vostre istanze e sono venuto di persona a conoscervi disse porgendoci la mano.
Prego, si accomodi La signora Lina lo accompagnò in cucina.
Vuole un po di tè? Oggi la zia Lina ne ha comprato uno esotico, ai frutti tropicali! Sono sicura che non lo ha mai assaggiato! portai davanti a lui la tazza fumante.
Grazie, e quella è la tua torta di compleanno?
Sì! Otto anni! Lanno prossimo andrò a scuola dissi, orgogliosa.
È una cosa bellissima andare a scuola. E qui, ti trovi bene?
Si mise ad ascoltarmi, gustando la torta e il tè. La zia Lina ci guardava, un sorriso lieve, finalmente serena.
Purtroppo devo andare disse il giovane, estraendo una cartellina ben rilegata.
Ecco qui, signora Lina, domani si presenti con questi documenti al Tribunale dei Minori, il segretario la aiuterà con la domanda. Liter sarà veloce e Lucia potrà stare con lei.
Potrò stare con me? balbettò Lina, gli occhi colmi di lacrime di gioia. Io gli saltai addosso per la felicità, ripetendo:
Grazie! Grazie! Grazie!
Grazie davvero sussurrò lei, sforzandosi di trattenere le lacrime.
Abbiate cura di lei disse il ragazzo.
Per un attimo, nei suoi occhi profondi, ho rivisto lo sguardo profondo e caldo di Tigrino, come se avesse compreso tutto il segreto del mio cuoreQuando la porta si chiuse, restammo abbracciate nella cucina piena di dolci e profumo di tè, increduli e già ricche di sogni. Quella notte, Lina mise addirittura due cucchiaini di zucchero nel mio latte e promise che presto avremmo comprato una scatola di nuovi colori per la scuola. Fuori, Roma taceva sotto la neve, i lampioni spargevano coni doro sul marciapiede, e dalla serranda abbassata filtrava la sagoma lieve di una coda.

Mi precipitai alla porta, sperando, e la aprii quasi senza respirare. Sotto il portico, nella luce incantata, Tigrino miaspettava, più grande e splendente che mai. Quando lo chiamai, corse da me e saltò in braccio, avvolgendomi con quel calore familiare che sapeva di buono. Lina rise, la bocca piena di malinconia e felicità insieme, e ci fece entrare, dicendo che adesso, finalmente, la nostra casa era al completo.

Quella sera, addormentata tra le braccia della nuova mamma e col suono delle fusa accanto, capii che i miracoli a volte arrivano in silenzio, nella neve, come un miagolio lieve o una fetta di dolce imprevista. E che se si aspetta abbastanza, ogni bambina trova, alla fine, un posto dove nessuno le chiede più di dividere il pane: solo il cuore.

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