— Ci scusi, — iniziò uno degli agenti, — ma questa signora sostiene che il suo gatto sia saltato sul suo balcone, l’abbia aggredita e poi le abbia rubato il gattino…

Ci scusi, iniziò uno degli agenti. Ma questa signora sostiene che il vostro gatto sia saltato sul suo balcone, labbia aggredita e poi abbia rapito il suo gattino

Ci sono quei cosiddetti palazzi angolari, quando due corpi di fabbrica si congiungono a formare un unico edificio, ma sono disposti ad angolo retto, proprio a novanta gradi.

Se sul lato interno ci sono i balconi, allangolo estremo questi quasi si toccano.

Quel quasi è un metro e mezzo, massimo due.

Ebbene

Un uomo e una donna che abitavano al quinto piano di uno di questi palazzi un giorno tornavano a casa dopo il lavoro. Lavoravano insieme nella stessa azienda, e facevano insieme il tragitto con la loro Fiat.

Attraversando il cortile, videro un gruppo di cani randagi che stavano assalendo un gatto di strada, che gli inquilini loro compresi avevano preso labitudine di nutrire.

Fu luomo a scacciare i cani, ma il povero gatto ci aveva già rimesso qualche graffio. Fortunatamente nulla di letale. Lo raccolsero con delicatezza e rientrarono in auto.

Alla clinica veterinaria curarono le ferite, cucirono i tagli, misero una flebo con fisiologica e vitamine, somministrarono un antibiotico e ordinarono di portare il gatto ogni giorno per i successivi sette giorni, per i controlli e le altre punture.

Fu così che Gino entrò nelle loro vite.

Vi chiederete: Perché Gino? Era un po un tipo da strada, quasi da boss di quartiere. Laspetto era fiero e impavido. In realtà

Il feroce Gino si abituò inaspettatamente in fretta alle attenzioni e al tepore casalingo. Dopo qualche giorno ronfava disteso su una coperta morbida sul divano, chiudendo beato gli occhi ogni volta che la donna lo accarezzava.

Guarda che coccolone rideva lei, grattandogli la pancia.

Gino faceva ancora qualche smorfia: le ferite pizzicavano, ma le fusa continuavano senza sosta. Quelle carezze erano una meraviglia.

Così si rimise in salute: il pelo tornò lucido, le ossa scomparvero e col passare dei giorni cominciò a dormire volentieri sulle gambe dei suoi salvatori. Ormai la sua vecchia vita fredda, affamata, spaventosa diventava un ricordo sfocato, come un incubo che svanisce allalba.

Amava starsene sul balcone, osservando dal muretto tutto ciò che accadeva nel cortile. Nulla lo interessava della strada, ormai ne conosceva il prezzo. E nemmeno i balconi vicini lo incuriosivano, almeno finché

Non fece la sua comparsa, sul balcone attiguo del palazzo accanto, uno scricciolo di gattino. Piccolissimo, morbido, ben curato.

Razza pregiata Come potrebbe mai capire la vita vera? sbuffò Gino, girandosi con fare superiore e sollevando orgoglioso la coda.

Ma il giorno dopo, un suono insolito lo attirò di nuovo. Si fermò ad ascoltare: proveniva proprio dal balcone di quel piccolo fortunato.

Gino si sporse.

Il gattino era rintanato in un angolo e piangeva sottovoce.

Ehi! lo chiamò Gino. Che succede? Piangi perché ti hanno servito il cibo sbagliato?

Il piccolo trasalì, stringendosi ancora di più alla parete, tremante davanti al gatto grande e possente.

Perché piangi? insistette Gino.

E allora, senza spostarsi dal suo rifugio, il gattino sussurrò:

Mi dà le ciabattate Tu non sai che male fa.

Gino non aveva mai sperimentato la furia di una ciabatta. Ora, veniva coccolato e viziato, gli si perdonava ogni cosa. Ma il dolore lo conosceva bene.

La ciabatta? E perché?

Stamattina ho miagolato presto. Avevo fame

E quindi? fece Gino, stupito.

Mi ha colpito per questo. E urlava

Gino rimase in silenzio. Il minuscolo batuffolo grigio tremava in un angolo, impaurito persino dallidea di emettere un suono.

Gli tornarono in mente i suoi giorni di randagismo freddo, fame, paura e gli si strinse il cuore.

Succede spesso? sussurrò.

Quasi sempre singhiozzò il piccolo. Per ogni rumore, per ogni marachella. Non mi vuole bene

Però al telefono si vanta con le amiche che sono raro, che valgo tanti euro. Ma io non so che significa valgo tanto

Gino invece lo sapeva. La sua padrona spesso gli diceva:

Sei il mio tesoro.

Ma detto dalla vicina, la parola aveva tutto un altro sapore.

Si rabbuiò. Aveva pena per quel cucciolo. In strada avrebbe saputo subito cosa fare. Ma ora

Ora era un gatto casalingo, amato. Che doveva fare, adesso, uno come lui?

Il gattino fu chiamato dentro. Si accucciò, orecchie basse, coda stretta e lasciando un piccolo lago sul pavimento per la paura. Scivolò dentro la porta aperta.

Gino rimaneva a fissare quella macchia umida. Ricordava bene, anche lui da cucciolo una volta si era fatto la pipì addosso per la paura di un cane.

Da allora, passava ore sul balcone. Aveva scoperto che il gattino si chiamava Euro. Un nome troppo pomposo, secondo Gino, che avrebbe preferito chiamarlo Moscerino.

Moscerino si era abituato a lui e correva sul balcone a sfogarsi:

Oggi singhiozzava ha detto che se continuo a fare rumore mi butta giù dal balcone. Non ne può più di pulire dietro a me

A Gino il pelo si rizzava e gli artigli graffiavano il muretto.

Sentiva spesso la voce sgradevole della padrona del piccolo, le sue urla, le parolacce, e talvolta

sobbalzava al tonfo della ciabatta contro il fragile corpicino.

Aveva già preso una decisione. Ma lo frenava la paura.

Se mi buttano fuori pensava non mi vogliono più tra loro.

Non voleva perdere il tepore, la sicurezza e l’affetto dei suoi umani.

Ma il pensiero che potesse succedere qualcosa di tragico a quel cucciolo non gli dava pace.

Tutto avvenne dopo pochi giorni.

Gino stava sempre sul balcone ad ascoltare. Da dietro la parete arrivavano le urla della vicina. Dal riflesso della porta a vetri osservava la scena.

La donna, dal letto, agitava in mano una ciabatta e minacciava il piccolo, rannicchiato sul pavimento.

Ora ti sistemo io, piccola peste!

Gino non realizzò nemmeno come fece a spostarsi: superò di slancio il metro e mezzo ed eccomi sullaltro balcone.

Non fece in tempo a colpirlo. Davanti a lei, sul letto, apparve

qualcosa di spaventoso.

Un enorme gatto con la faccia da malvivente, che soffiava, ringhiava, gli occhi di fuoco e le fauci spalancate. A vederlo così vicino, parve una belva da incubo.

Urlò, le cadde la ciabatta, e una chiazza calda bagnò la pigiama sulle gambe.

Le sembrò di vedere il diavolo.

Il diavolo sollevò la zampa artigliata. Lei si coprì il volto, cedette e svenne.

Dieci minuti dopo, bussarono alla porta dei padroni di Gino. Sulla soglia, la vicina sconvolta, con lo sguardo allucinato.

Il vostro gatto mi ha assalita! gridava. Mi ha graffiata e ha rapito il mio preziosissimo gattino! Chiamo i carabinieri!

Signora replicò serenamente la padrona di casa il nostro gatto è qui, non esce mai. E non abbiamo alcun gattino.

La vicina sinfuriò ancora di più. Stava per ribattere ma le uscì un sibilo fra i denti, poi sbatté la porta e se ne andò.

Dopo altri dieci minuti, arrivarono i carabinieri. Dietro gli agenti la vicina, agitata e confusa.

Ci scusi disse uno degli ufficiali questa signora afferma che il vostro gatto sia saltato sul suo balcone, labbia aggredita e abbia rapito il suo gattino

Come!? esclamarono insieme i due coniugi.

Davvero sembravano sinceramente stupefatti.

Prego, ufficiali, accomodatevi pure suggerì pacatamente luomo. Potete vedere coi vostri occhi: il nostro gatto è sul divano, dorme. E non cè nessun gattino qui.

Tutti entrarono. Gino stava davvero ronfando, sdraiato a pancia allaria.

È lui! Quello lì! strillò la vicina. È lui che mi ha graffiato e ha rapito il mio Euro!

Mi scusi, ha detto che le ha rubato gli euro? chiese perplesso un carabiniere.

Ma che euro! Lo chiamo così, è il mio gattino!

Gli ufficiali si scambiarono uno sguardo e andarono sul balcone.

Quasi due metri mormorò uno.

Vuol farci credere che il gatto abbia spiccato un salto simile con il gattino in bocca? domandò laltro.

Non mi credete?! la donna urlava scatenata. Si mise a correre per la loro casa: Euro! Euro! Dove sei?

Apre armadi, svuota cassetti, butta giù la biancheria dal letto, rovescia asciugamani.

I carabinieri dovettero bloccarla e farla sedere.

Signora disse uno con tono deciso ora sta infrangendo la legge. I padroni di casa possono denunciarla per questi danni.

Io? Dopo che il loro gatto mi ha massacrata, rubato il mio Euro?!

A proposito aggiunse un altro ci faccia vedere dove lha graffiata o morsa.

La vicina si fermò, confusa, poi gridò:

Vi segnalerò tutti! Mi vendicherò!

Mi scusi, intervenne gentile la padrona di casa ma cè un odore piuttosto forte di pipì… Potrebbe alzarsi dalla mia sedia?

Gli occhi della vicina si spalancarono. Si fece rossa, poi verde, poi diventò pallida come il latte.

Fuggì fuori sbattendo la porta.

Volete fare denuncia? domandò un carabiniere.

No, grazie, risposero in coro marito e moglie.

Pare che abbia dei problemi, concluse con compassione la donna.

Ci scusiamo per il disturbo, dissero i carabinieri, poi uscirono.

I coniugi guardarono Gino, che si era svegliato e li fissava dal divano.

Dai disse luomo.

Avanti ripeté la donna.

Gino abbassò le orecchie, poi saltò giù dal divano e si avvicinò allarmadio.

Con estrema decisione infilò la zampa sotto lanta, la aprì, saltò sulla mensola e tirò fuori da sotto una pila di asciugamani il piccolo Moscerino.

Oh, cielo sospirarono i due insieme.

Si sedettero perché le gambe tremavano.

Gino si accostò a loro e appoggiò il minuscolo esserino grigio, tutto tremante, accanto a loro.

E ora cosa facciamo? chiese la donna, prendendo il gattino in braccio e accarezzandolo con dolcezza.

Moscerino si rannicchiò ancora.

Non temere, piccolino, disse piano luomo.

Qui nessuno fa del male ai gatti, aggiunse la donna, accarezzando la schiena esile. Tu invece, signorino, sei in punizione, disse a Gino. Non si fa così. Bisognava trovare un altro modo

Ma che altro doveva fare? protestò luomo. Ha salvato il piccolo dalle maniere di una strega. E tu vuoi punirlo?

Daltronde qui, come hanno detto i carabinieri, non cè nessun gattino.

Solito discorso, sospirò la donna, rivolta a Moscerino. Solidarietà maschile. Magari adesso lo vuoi premiare?

Appunto, premiarlo! confermò lui, sorridendo. Vieni, Gino, che ti do un po di pollo.

Ma guarda che roba! finta indignata la donna, cercando complicità nello sguardo di Moscerino.

E fu in quel momento che il gattino, tremante, si tese, avvolse con le zampe la mano della donna e ci si strinse.

La donna sorrise e disse, con gentilezza:

Vabbè Stavolta ti perdono.

Luomo e Gino si mossero in cucina, mentre Moscerino si accoccolò sulle ginocchia calde della donna, facendo le fusa appena accennate. Anche lui aveva scoperto che farsi accarezzare era bellissimo.

E intanto pensava al significato della parola caro.

Gli era chiaro che, dalla bocca di quella gentile signora, aveva tutto un altro senso: significa essere amati e protetti, e vale più di qualsiasi prezzo sulla terra.

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