Da due ore Caterina aspetta il suo turno dalla signora Nina, la guaritrice più famosa del paese: per la giovane donna, dopo anni di tentativi falliti di diventare madre, questa è l’ultima speranza.

Caterina era seduta da oltre due ore in attesa del suo turno dalla Signora Nina, la vecchia guaritrice famosa in tutta la zona. Quella donna rappresentava ormai lultima speranza per una giovane che aveva già provato di tutto. Da anni Caterina cercava di avere un bambino, ma senza successo, nonostante analisi perfette e nessuna anomalia secondo i medici.

«Non so davvero cosa dirti Gli esami sono ottimi, non cè alcuna patologia», sospirò la dottoressa allargando le braccia. «Ma ci dovrà pur essere una spiegazione! Se sto bene, perché non riesco ad avere figli?» balbettava Caterina disperata. «Non lo so. Qui la scienza non può fare di più. Forse dovresti parlarne con il parroco» sussurrò la dottoressa pudicamente.

***

Caterina e Matteo erano sposati da cinque anni. Avevano tutto: una bella casa con giardino a Firenze, una situazione economica serena, affetto e complicità. Lunica cosa che mancava era la voce di un bambino a riempire quelle grandi stanze.

Caterina da tempo temeva che sulla loro famiglia gravasse una maledizione. Dopo lennesima e vaga risposta del ginecologo, ne fu quasi certa.

«La chiesa va bene, ma per te ci vuole la Maga!», le consigliò Chiara, la sua migliore amica, mentre le scriveva in fretta un indirizzo su un foglietto. «Non esitare, vai subito. Prima ci vai, prima risolvi!»

Finalmente giunse il suo turno. Con passo incerto varcò la soglia della vecchia casupola nellentroterra toscano. Davanti a lei, seduta su una poltroncina di vimini, cera una donna anziana, minuta, dallo sguardo dolce, vestita con un foulard bianco e un abito a fiori. Caterina sorrise. Si era immaginata una strega spaventosa, magari con un gatto nero acciambellato sulle ginocchia, e invece

«Entra pure, figliola. Siediti qui, vicino alleffigie della Madonna», laccolse con voce calda.

Caterina non riuscì a trattenersi e, presa dallemozione, si mise a piangere. «Signora, non ce la faccio più…», singhiozzava.

«So tutto, cara. Ti aiuterò come posso», rispose teneramente la Maga Nina.

La donna si sedette su una sedia imbottita vicino allimmagine sacra della Vergine. La guaritrice cominciò a recitare una lunga preghiera in dialetto fiorentino, facendo girare una candela accesa intorno a Caterina. Dopo una ventina di minuti, la Maga posò la candela e le prese la mano.

«Figlia mia, su di te cè un fardello antico. Non potrai concepire finché non sarà sciolta la maledizione che porti addosso dallinfanzia». Lo disse con voce calma, come si parla di pioggia o di vento.

«Maledizione? Ma chi può avercela con me? Non ho mai fatto del male a nessuno…», balbettava Caterina, confusa.

«Non tu, figlia. Tua madre Fu lei a commettere un grave peccato. E ora tu ne paghi le conseguenze», spiegò con tristezza la vecchia.

«Non è giusto! Mia madre è morta da tempo Perché dovrei io pagare per le sue colpe?» protestava Caterina.

«È la legge delluniverso, cara. Nessuno può cambiarla…» rispose enigmatica la Maga.

«Ma lei può aiutarmi?», domandò Caterina speranzosa.

«No, purtroppo. Se fosse questione di male docchio o qualche piccolo sortilegio, potrei fare qualcosa. Ma per quello che hai tu Devi andare alla radice, scoprire il peccato di tua madre, chiedere perdono e pregare sinceramente per lei e per chi ha sofferto», scosse il capo con rassegnazione.

«Grazie…» mormorò Caterina, mentre usciva con il cuore pesante.

Entrata in macchina, compose il numero del marito.

«Matteo? Non torno per cena. Devo andare subito dalla zia in Mugello. Ti spiego poi.»

Caterina partì decisa verso il paese dorigine della madre.

«Caterina! Ma che sorpresa! Se mi avvisavi, ti preparavo la torta!» esclamò la zia Ginevra spalancando la porta.

«Zia, oggi non sono qui per chiacchierare. Devi dirmi la verità su mia madre. Perché non posso avere figli? Cosha combinato?»

Ginevra impallidì. Ma Caterina le raccontò tutto della maga, e allora la zia si sedette, sospirando.

Raccontò alla nipote che sua madre, Rosalia, da giovane era la più bella del paese. Tanti ragazzi la corteggiavano, ma lei si era innamorata di un uomo sposato, Francesco. Senza scrupoli, Rosalia lo aveva sottratto a sua moglie, Teresa, che rimase sola con un neonato in braccio.

Disperata, Teresa si era recata da Rosalia, chiedendo in ginocchio che le restituisse il marito. Ma Rosalia, orgogliosa, laveva cacciata e derisa. Mentre andava via, cieca di dolore, Teresa lanciò una tremenda maledizione contro Rosalia e tutti i suoi figli nascituri.

«E dopo?», Caterina tremava.

«Tua mamma sposò Francesco, nacqui tu Ma come sai, non hanno avuto fortuna. Morirono giovani, uno dopo laltro. E ora non riesci a rimanere incinta La maledizione ha funzionato».
Le mani di Caterina tremavano, lo sguardo perso.

«Zia, Teresa vive ancora qui? Voglio chiederle perdono, per conto di mia madre».

La zia abbassò la testa. «A Teresa la sfortuna non ha mai lasciato stare Dopo non molto, impazzì. Era diventata aggressiva, attaccava chiunque. La ricoverarono e il figlio, Leonardo, finì allorfanotrofio».

Caterina si fermò un attimo. «Leonardo È più grande di me di un paio danni, quindi siamo fratellastri per parte di padre, giusto?»

La zia annuì. «Sì, ma anche lui non ha avuto vita facile. Tornato a casa da adulto, ha cominciato a bere, a fare casino E poi, in un inverno, si perse nei boschi. Lo trovarono appena in tempo, ma dovettero amputargli le gambe. Ora vive su una sedia a rotelle.»

«Mamma non solo rovinò la famiglia di Teresa, ma anche la vita di Leonardo» sussurrò Caterina attonita.

«Così sembra, cara», rispose zia Ginevra con tristezza.

«Portami da lui, ti prego. Lo devo vedere.»
«Ma sei matta? È sempre ubriaco, non puoi sapere come reagirà! Resta qui!»
«No. Se non mi aiuti tu, domanderò a qualcuno in paese», replicò Caterina decisa.

«Va bene, allora! Ma non lamentarti poi!», sbraitò la zia, infilandosi il cappotto.

Camminarono lungo un viottolo innevato, finché arrivarono a una catapecchia che pareva sul punto di crollare. Il recinto era quasi distrutto, nella finestra sporca si intravedeva la luce fioca di una lampada a petrolio. Caterina bussò timidamente.

«È aperto», si sentì una voce roca.

«Se hai bisogno chiama, sono qui», sussurrò la zia Ginevra.

Caterina annuì ed entrò. Un odore di vino rancido e fumo impregnava la stanza, piena di mozziconi e bottiglie vuote. Un uomo sulla trentina, pallido e trasandato, sedeva su una sedia a rotelle vicino al tavolo. Sul tavolo, si stringeva su se stessa una candida gatta.

«Cè una gatta sul tavolo», mormorò Caterina confusa, senza sapere come cominciare.

«Non ti preoccupare. Bianca è la vera padrona qui dentro», rispose Leonardo con voce impastata, provando a metterla a fuoco.

«Chi sei e che vuoi? Se sei dei servizi sociali vattene, non torno in istituto!»

«No, sono Caterina. Sono tua sorellastra», esordì, tutta dun fiato.

«Ah, la sorellina», ghignò lui. «Sei venuta a chiedere leredità? Non cè nulla, la casa è di mia madre!», sbuffò.

«No, volevo solo chiederti perdono. Voglio aiutarti come posso»

Leonardo scoppiò a ridere amaramente, con uno sguardo pieno di dolore e rabbia. Più Caterina lo osservava, più notava in lui i tratti di papà Francesco.

«Hai cinquanta euro?», domandò, improvvisamente.

Senza una parola, Caterina estrasse il portafogli e mise duecentocinquanta euro sul tavolo. «Grazie! Ora puoi andare, ti ho perdonata. Se serve ancora scusa, torna pure!», rise sguaiato Leonardo.

«Magari vuoi un dottore? Oppure servono farmaci?»

«No, ora basta. Vai pure, devo dormire».

Caterina uscì in silenzio, con le lacrime agli occhi. Limmagine del fratellastro la devastava.

«Allora? Che vi siete detti?» domandò la zia rincorrendola.

«Abbiamo parlato», fu tutto ciò che la donna riuscì a dire. «Grazie, zia. Ora torno a casa», mentì.

Non vedeva lora di rimanere sola, digerire tutto ciò che aveva scoperto.

Per tutta la settimana seguente Caterina fu inquieta. Non riusciva né a lavorare né a dormire, tormentata dal pensiero di Leonardo. Alla fine, prese una decisione: si recò nella sua chiesa preferita di Santo Spirito.

Dopo la Messa, Caterina si inginocchiò e pregò sinceramente, proprio come le aveva suggerito la Maga, ricordando anche chi a lei aveva fatto del male.

Il sacerdote, vedendola in lacrime, si avvicinò. «Ti vedo afflitta, figlia mia.»

«Mi scusi, non volevo trattenervi»

«Vuoi confessarti, forse?»

Caterina scoppiò di nuovo a piangere e raccontò tutto al prete, senza omettere nulla.

«Ti dico questo», rifletté il parroco. «Hai sbagliato a rivolgerti alle maghe. I figli non devono pagare le colpe dei genitori. Lunica cosa giusta che ti ha detto, è di pregare: pregare per tutti, anche chi ti ha ferito.»

«Padre, voglio aiutare mio fratello. Portarlo via da lì. Ma temo che Matteo non mi capirà»

«Segui la coscienza e il cuore, Caterina», suggerì il sacerdote.

Lindomani, Caterina tornò alla baracca di Leonardo, più decisa che mai.

«Che vuoi adesso? Altri soldi?» sbottò lui, sobrio ma nervoso.

«No, non te ne darò. Preparati. Vieni via con me a Firenze. Non accetto un no. Sei mio fratello, non posso abbandonarti. Tu sei tutto ciò che mi resta della nostra famiglia E se servirà, resterai quanto vuoi.»

«E la Bianca viene?» chiese lui, guardando la gatta.

«Certo! Ho sempre sognato di avere un gatto!» sorrise la donna.

***

Tre mesi dopo, Leonardo si era ambientato benissimo nella casa tra le colline fiorentine. Si era appassionato allinformatica e aveva deciso di studiare per diventare programmatore.

«Domani arrivano le protesi dalla Germania, Leo. Tra qualche mese camminerai ancora!», lo incoraggiava Matteo, dandogli una pacca sulla spalla.

«Non pensavo mi sarebbe mai più successo, davvero», sussurrò Leonardo tra le lacrime.

«Tutto merito di Cate, altroché!», sorrideva Matteo.

Sei mesi dopo, Matteo e Leonardo guardavano Caterina attraverso il vetro della maternità dellOspedale Careggi. Lei, raggiante, mostrava al marito e al fratello le gemelline appena nate.

«Presto questa casa sarà piena di voci e di risate!», rideva felice Matteo.

«Allora, zio Leonardo, sei pronto per queste due piccole pesti?»

«Più che mai! Insieme ce la faremo, vedrai!» concluse Leonardo, stringendo la zampa di Bianca tra le dita.

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