Il mio segreto
Sdraiato sulla neve fredda e sodache ieri si era quasi sciolta e oggi aveva appena iniziato a indurirsimi sembrava quasi piacevole. Dentro, però, bruciavo: il sangue pulsava nelle tempie, il petto doleva, la faccia era infuocata e la bocca era un deserto.
Presi un po di neve nel palmo, lentamente, quasi fossi mezzo paralizzato, aprii appena i denti e la infilai in bocca. Allinizio fu piacevole, ma il sapore metallico rovinò tutto. Il sangue colava dalle gengive spaccate, mi faceva tossire e inghiottirlo. Non avevo la forza per girarmi e sputare.
La neve attutiva il dolore e gliene sarò eternamente grato. Anestesia gratuita, grazie al cielo! Ma il freddo non cancellava tutto. Sembrava che il dolore si allontanasse là, verso lorizzonte, dove il sole calava come una sfera rossa. Guardare il tramonto faceva male agli occhi, ustionati dal bagliore.
Strinsi gli occhi: vedevo il sole come un disco enorme, grigio-giallo, indefinibile.
Vorrei trascinarmi in qualche angolo, una rientranza, una cunetta, rannicchiarmi come un cane bastonato, piangendo e tremando per scaldarmi, ma le gambe erano due tronchi immobili. Ogni tanto le scosse una fitta.
Tentai di girarmi di lato, mi appoggiai col braccio destro, ma quello si afflosciò; una puntura tagliente nella spalla.
Niente Niente dai, ci riprovo da questaltra sussurrai tra i denti stretti. A sentire la mia voce rauca e rotta mi venne ancora più paura.
Dal lato sinistro sembrava andare meglio; dopo un po sono anche riuscito a tirarmi su e mettermi seduto, ma subito la mano sprofondò nella neve e ricaddi.
Morire. Ecco, qui e adesso, sarebbe il momento giusto per morire. Così tutto finisce. Che mi importa di cosa sarà di me poi? Ho preteso troppo, e ora, amici miei, non si scappa più.
Domattina cercheranno il mio corpo. Lhanno promesso. Ma forse ci arriveranno prima i lupi? Devono pur mangiare anche loro A quel punto riderò dei miei nemici. Loro troveranno solo ossa…
Il buio calò in fretta. Avevo una voglia matta di dormire. Sprofondavo nel nero, come un pesciolino catturato da due chele, e quasi quasi mi sembrava una sensazione piacevole. Ma poi tornava il dolore, una brace che accendeva le vene, serrava i muscoli in crampi e mi faceva digrignare i denti. E allora nasceva dentro me una rabbia feroce, impotente, vuota ma più rabbiosa ancoracome gridare contro il nemico a mani nude, facendo paura proprio perché non hai niente da perdere. Avrei avuto pure voglia di vendetta. Ma alle donne non alzerei una mano, neanche volendo. Non ne sarei mai capace. Quindi la vendetta, scordiamocela
Però la rabbia mi teneva sveglio, faceva stridere gli ingranaggi nel cervello, lo teneva in moto, nonostante tutto.
Poi, da qualche parte nello stomaco, saliva una paura antica: la paura animale di morire. Nemmeno lei mi lasciava staccare la spina.
Dalla boscaglia a sinistra risuonava lululato dei lupi. Feci una smorfia: Eh no! Non mi avrete così facilmente, amici! Siete tutti lupi, voi, a due o a quattro zampe, ma le mie ossa non le avrete
Devo muovermi. Dove? Poco importa. In che modo? Non conta. Anche trascinandomi, devo lasciare questo posto, questa buca nera del mio niente.
Mamma Mi dispiace per lei. Mi aspetta, si preoccupa Non sa dove sono, non saprà come è finita. O forse glielo diranno. Lei piangerà. Sarà colpa mia. Mio padre mi maledirà. E me lo merito
Mi venne la nausea, le lacrime si ghiacciarono sulle guance senza nemmeno cadere sulla giacca strappata
Mi trascinai. Goffamente, piantando la mano sana, sguazzando coi piedi nella neve, lasciando scie rosse, ma comunque allontanandomi, anche solo di qualche metro, da quei lugubri ululati affamati.
Poi sprofondai nel nulla. Fu stranamente bello, leggero. Non sentivo più nulla e non pensavo a niente. Reset totale. Se questo è linferno, mi piace. Voglio restare qui il più a lungo possibile. Ehi, demoni, sono vostro! Ho peccato, portatemi con voi, ché il mio corpo è ormai inutilizzabile
Ma anche allinferno, ero di troppo. Una luce gialla accecante mi colpì in faccia, mentre una scia dacqua gelida mi entrava in bocca.
Allora? Non tossisci? Devi tossire, così ti sciacqui la gola! qualcuno mi schiaffeggiava le guance a mo di tamburo. Bastonate che mi facevano vibrare il dolore nelle gengive.
Uuuh mi lamentai, sputando la mistura rossastra fuori dalla bocca.
Bene, sei vivo? Dai, muoviti, ti porto a casa. Abito qui vicino. Sdraiati sulla pelliccia, ti trascino io. Su! Non ce la fai? Ci penso io Mani forti mi sollevarono, mi appoggiarono su un giaciglio caldo, di pelle di pecora odorosa. Ti hanno conciato per le feste! E io sentivo il rumore. Macchina, motore acceso. Dallo spioncino vedo i fari. Sempre qua vengono! Questo campo per loro è un cimitero. Gente scema che ci vuoi fare continuava lestraneo, mentre mi sistemava meglio. Ti sistemiamo un po, poi vedrai che succede.
Biascicai qualcosa sui lupi, sui miei nemici che sarebbero tornati presto, poi mi sentii avvolto dal calore e persi conoscenza
Ma che tenero che sei rideva Tiziana, lasciandomi baciare le spalle morbide e rotonde. Sei come un vitello, vero? Mi prese le guance tra le mani e si poggiò alle mie labbra, trattenendo il respiro caldo. Poi, dun tratto, mi spinse via, si tirò su, indossò in fretta la vestaglia e si strinse la cintura. Fuori. È ora.
Tizi sbadigliai beato, steso sulle lenzuola apprettate. Voglio dormire ancora Non è tardi, guarda lorologio! Sempre a cacciarmi via
Ormai dormivo spesso da Tiziana. Mi dava la cena, poi mi spediva in bagno mentre lei preparava il letto. Sempre tutto pulito, stirato, spegneva la luce e mi aspettava. La notte volava. Da poco fuori dal servizio militare, affamato di calore femminile, mi tuffavo dritto dal doccia nel paradiso. Tiziana era bella, dolce, molto più delle ragazzine che mi facevano gli occhi dolci
Guardavo come infilava le calze sulle gambe bianche e lisce oppure come, dietro il paravento, si infilava la biancheria e si cambiava dabito.
Tutto riflesso nello specchio: Tiziana appariva lì come un sole, vivace, luminosa, quasi irreale, e incredibilmente desiderabile.
Ho detto di andartene! sussurrò. Aiutami a chiudere la zip e vattene, Massimo! Ti conviene, davvero! Dai su, torna domani, ok? Domani
Ci baciammo ancora, poi Tizi mi lanciò i vestiti e sparì in cucina.
La sentii accendere il fornello, macinare caffè. Nellaria partì quel profumo tostato, deciso. Alberto, suo marito, adora il caffè forte. Ci mette dentro un pizzico di pepe e giura che sia il massimo. Tiziana di solito si siede di fronte, accomodata con educazione sullo sgabello, sorride e annuisce. Come una chioccia, ritira le gambe e le poggia sulla traversa: attenta e guardinga, fa di tutto per non chiamarlo per sbaglio col mio nome
Rimasi ancora un po, presi fiato in bagno, fingevo scherzi con lacqua, infine mi rivestii lento, poi andai verso la cucina, appoggiato allo stipite. Tiziana mi dava le spalle: la luce del mattino tra le tende attraversava la sua vestaglia e ne svelava i contorni sensuali.
Lei aveva quindici anni più di me, ma non me ne curavo. Anzi! Ero fiero che una donna così mi desse attenzioni, tra una folla di pretendenti.
Tiziana era esperta, indulgente coi miei impacci, rideva con grazia e baciava in modo da darmi il capogiro. Mi lasciava dormire nel suo appartamento elegante, mobili lucidi, soffitti alti e lampadari di cristallo alla veneziana, parquet che profumava di cera, stoviglie da regina. Mi rimpinzavaio, ingordo come un lupo, mangiavo frittelle di patate direttamente dalla padella, polpette, rovesciando il bicchierino di grappa Le piaceva brindare con me a braccetto, poi rideva, allungando il collo bianco alle mie bocche umide e ruvide.
Non voleva che ci frequentassimo, ma io ho insistito.
Lho notata una sera in metropolitana, e, mezzo ubriaco e sfacciato, ho raggiunto la donna che mi aveva colpito. Ero con Enrico, un mio amico, poi labbiamo perso chissà dove. Provai a conoscere Tiziana, accompagnarla a casa, lei si schermiva, distoglieva lo sguardo.
Nonostante tutto, lho seguita fino al portone. Intuendo la stanza dal punto luce alle finestre, scorsi pure la sua sagoma mentre si cambiava, dietro le tende. Più che altro mi mancava solo mettermi ad uggiolare come un cane, ma un portinaio mi cacciò via a colpi di scopa
Ci tornai ogni sera, come un incantesimo. A mia madre dicevo che uscivo a fare due passi, ma in realtà stavo a far da guardia sotto casa di Tiziana.
Ho visto anche il marito. Le finestre della cucina affacciavano sul cortile. Alberto stava gironzolando in canottiera e pantaloni slabbrati alle ginocchia. Magro, ossuto e sempre incurvato: Ma perché una donna come Tiziana sè sposata uno così?!continuavo a chiedermiInnamorata?!
Alberto cenava pensieroso sfogliando il giornale, poi Tiziana gli serviva il tè coi biscotti. E io, lì fuori, a guardare. Una volta lui ha scostato le tende e ha tirato giù tutto. Due figure che si fondevano in unombra, e io a farmi venire la nausea. Come può la mia Tiziana baciare quello stecchino?
Alla lunga mi stufai e un giorno, approfittando di una trasferta del maritoavevo visto i bagaglientrai dalla finestra direttamente in camera da letto. Tiziana, quando mi vide, impallidì, voleva urlare, ma le misi la mano sulla bocca e la baciai.
Ah, quel profumo! I capelli, le labbra, quel vestitino leggero destateognuno aveva il suo aroma
Mamma, invece, di profumi non ne aveva mai avuti. Lei puzzava sempre di fabbrica e di tabacco. Fumava come un turco, mille sigarette al giorno, denti gialli come lambra. Non sorrideva mai a bocca aperta, si vergognava. Tiziana invece aveva denti bianchi e perfetti, da rivista. Mia madre si vestiva sempre male: non ci avevo fatto caso finché non ho conosciuto una donna come Tiziana, e mi è quasi venuta vergogna di lei. Dovevo comprarle qualcosa, ma poi mi sono pentito della spesa: invece che per mamma, buttavo i soldi nei mazzi di fiori per Tizi. Alberto non le portava mai i fiori, anzi mi sembrava proprio uno sfigato. Eppure quellappartamento, i mobili di legno vero, i quadri autentici alle pareti, largenteria Tiziana una volta mi confidò che era tutta roba di famiglia, ereditata: Alberto quindi campava sulle sue fortune. Che volpone!…
Io no. Mi sarebbe bastata Tiziana, nuda, senza nulla! Certo, la cena sfiziosa e le lenzuola morbide aiutavano, ma anche su un pagliericcio sarebbe stato paradiso, con la mia amata accanto.
Così, Tizi profumava di qualcosa di ricercato, francese o magari italianonon ne capisco molto di profumi, ma annusavo tutto, su pelle e capelli, nel solco del collo
Ero orgoglioso della mia donna. Sì, la chiamavo così: La mia donna. Lavevo conquistata io, ero entrato nei suoi spazi, ai suoi piedi era crollata.
Tiziana faceva tutto con stilemangiare, vestirsi, fumare. Tutto in lei era ritmo, armonia, qualcosa di musicale comera musicale la linea dei suoi fianchi. Una dea, la mia dea!
La prima notte insieme la ricorderò per sempre. Ero nelle sue mani, fuso dalla forza del sentimento. Al mattino capii che lei mi amavacon il marito era in pena, sopportava per dovere, ma con me con me pulsava di vita vera, sangue vero.
Sì, spesso, la mattina, dovevo scappare.
Forza, tesoro! Svegliati, è ora, diceva dopo la nostra terza notte. Arriva presto. Torna dalla trasferta. Dai Massimo… il mio amore, il mio preferito… sussurrava sfiorandomi il viso, il mio corpo giovane e forte che adorava. Per una settimana non venire, ci sarà lui. Poi sparisce di nuovo
E se allora gliene parlassi? scherzavo, impertinente. Da uomo a uomo. Voglio che tu sia solo mia, Tizi! Voglio sposarti!
Scoppiava a ridere, la testa rovesciata, i ricci scuri che le scendevano sulle spalle: un fiume di cioccolato e miele. L’abbracciavo, la baciavo.
Mia! Sei solo mia! sussurravo.Cosa vuoi che mi faccia, tuo Alberto? Lo stendo con uno starnuto!
Non penso niente, Massimo. Si svincolava con grazia. Voglio che restiamo così, tu il mio segreto, io il tuo. Ci sono cose in cui è meglio non ficcare il naso. Ora vai Devo sistemare in giro.
Ci rimasi malissimo. Non voleva essere mia moglie! Ma appena fui sulla porta, Tizi mi baciò sulle labbra. Ero vinto. Anche se solo per una notte, era MIA. Pensava a me, mentre metteva a letto il marito. E io ero il suo termine di paragone, ed era chiaro che nel confronto vincevo io. Lei era mia, e Alberto povero cornutone
Dopo che me ne andai, Tiziana si mise a pulire freneticamente. Il marito aveva telefonato di notte: sarebbe tornato prima del previsto. Un uomo raffinato e astuto! Non voleva coglierla in castagna. Tiziana divenne irrequieta, il viso in fiamme, spalancò le finestre per eliminare ogni odore che potesse tradirla. Ma lui capì lo stesso. Vecchia volpe, sentì odore daltro maschio.
Si sente puzza, Tizi! sbatté la valigia a terra.
Di cosa? fece lei, stringendosi la vestaglia.
Di qualcosa di marcio, Tizi. Non è che hai peccato mentre ero via? la scrutava dal basso mentre si toglieva le scarpe. La paura le mozzava il respiro, ma lei sorrideva.
Ma no! Ho fatto il pollo al forno e guarda che mi è uscito un po andato Dai, va a lavarti che preparo a tavola. Cè il caffè, le polpettine. Scaldo qualcosa? Andiamo Ti amo… Mi sei mancato, cinguettava con troppa allegria.
Lui la afferrò per i capelli, la tirò a sé, la fissò negli occhi poi finalmente mollò la presa e sorrise.
Ti ho portato un regalo. Provalo! Cavò dalla tasca un fazzoletto: orecchini. Costosi, con pietre rosse come rubini, pesanti, con chiusura inglese, un po anneriti. Ho detto, mettili! urlò, vedendola esitante. Lei li rigirò tra le dita, guardò il marito.
Cosè questa cosa nera, Alberto? Questo li posò dietro, si pulì le mani sulla veste distinto.
Sciocca! Immagini cose. Mettiti quegli orecchini e vieni a mangiare! Tiziana, svelta!
Tolse quelli vecchi, ereditati dalla madre, infilò i nuovi, si voltò. A lui piaceva vestirla come una bambola: abiti, scarpe, borse, gioielli. A volte le imponeva di dormire con addosso pesanti catene doro e braccialetti. Lasciavano segni sulla pelle, graffi, ma per Alberto era anche divertente…
Rimango giusto cinque giorni, poi parto di nuovo. Gli affari vanno bene. Dovè il pollo, Tizi? ringhiò, restringendo gli occhi.
Quale? La mano di lei tremò, versò il caffè sulla tovaglia. Alberto odiava le tovaglie sporche, lo disgustavano. Cresciuto con una madre alcolizzata, in una casa marcia e fredda, ha sempre mangiato roba gettata, ossa e avanzi. Da piccolo rubava nei negozi, sognava un giorno una vita diversa, piena di bellezza, pulizia e cose di valore. E Tiziana la prese proprio perché era la migliore. Pronto a schiacciare chiunque pur di avere il meglio. Tiziana aveva un fidanzato, un giovane ricercatore, pure bello. Avevano fissato la data delle nozze. Ma una notte venne ucciso, una rapina Un caso
Lei voleva ammazzarsi, ma si trovò vicino proprio lui, Alberto. Sapeva parlare, tessere la sua tela. Incantò la madre, aiutava la famiglia coi soldi, si avvicinava piano a Tiziana, e poi il colpo finale. Il padre di Tiziana rischiava la galera, ma Alberto aiutò e Tiziana finì allaltare con lui. Doveva sorridere, così si fa alle nozze
Ora sorrideva, coprendo la macchia con un tovagliolo.
Il pollo. Hai detto che lhai buttato? chiese, scrutando la pattumiera.
Ma certo! Lho portato giù. Non sopporto avere cose andate in casa!
Il marito ridacchiava. Giusto, certe cose non si tengono in casa
Appena il marito ripartì, Tiziana mi chiamò. Telefonò persino al lavoro: ero nei laboratori di refrigerazione di una fabbrica di gelati. Tiziana amava il gelato, soprattutto il fiordilatte nel bicchierino. Gliene portavo sempre, la imboccavo, assaggiavo le sue labbra impanate di zucchero e la baciavo.
Chiedendo un permesso per malore, corsi da lei dopo pranzo. Non potevo saziarmi del suo amore, delle sue braccia. Era fuoco, e quella sera Tiziana era proprio fiamma, divorante e spietata. Ma ero di nuovo nelle sue braccia…
Da tre giorni, non andavo a dormire a casa, non avevo chiamato né mio padre né mia madre. Sparito. Amen! Sono giovane, ho tutto il diritto di esserlo.
Che mamma fosse in ospedale lo seppi casualmente, vedendo mio padre davanti alla fabbrica. Era magro, grigio, quasi uno spettro.
Papà, che ci fai qui? domandai seccato.
Hanno ricoverato mamma stanotte. Stomaco, di nuovo. Vai a trovarla, eh? mormorò, stropicciando la vecchia coppola tra le mani.
In quale ospedale? mi spazientii.
Me lo disse. Promisi che sarei andato. Salutai. Papà annuì. Piangeva, ma a me non fregava niente. Mamma era in ospedale continuamente, qual è il problema?! Non serve farne un dramma…
Tiziana malvolentieri mi lasciò andare dalla mamma e mise insieme qualche avanzo per me. La mia Tiziana, dolce e sensibile. Un angelo!
Mamma stava su una barella sordida, nel corridoio, senza posto in camera. Vomitava a intermittenza, uninfermiera urlava che dovevo portarla via.
E dove la porto?! Deve essere curata! mi infuriai. E lei, si sciacqui la bocca! Non osi insultare ancora mia madre, capito?!
Mamma mi afferrava la mano, mi pregava di non arrabbiarmi, ma io non ci vedevo più. In che razza di ospedale siamo, se nemmeno possono curare una paziente?! Mamma finiva spesso in ospedale, era normale.
Mangiava a fatica la zuppa inviata da Tiziana e diceva che era buona. Mi sedevo lì, i medici mi urtavano passando, si fermavano le barelle sulle dita, io diventavo sempre più nervoso, controllavo lorologio. Ancora due settimaneAlberto sarebbe tornato! Dovevo lasciare Tiziana
Mamma, riesci a finire da sola? non ce la feci più, le lasciai il sacchetto ai piedi.
Devi correre via, vero? Va bene! Vai pure, papà verrà a trovarmi. Non preoccuparti, Massimo mi accarezzò la mano.
Annuii e scappai. Non sapevo che tutto il cibo sarebbe stato buttato via perché mamma non lo digeriva, che lei avrebbe continuato a restare nel corridoio freddo, sgridata dalladdetta alle pulizie Allora non mi importava nulla, pensavo solo a Tiziana
Tornai al nostro nido: Tiziana era seduta per terra, in lacrime.
Cosa cè? mi fermai sulla soglia. Ma che è successo?
Tremava, indicando degli oggetti luccicanti sul tappeto.
Alberto mi ha regalato questi orecchini. Li ha portati lultima volta. Volevo pulirli, ormai sono vecchi Ma guarda: hanno delle macchie! fece una smorfia. Sono sporchi. Sporchi! Massimo, portali via! Portali fuori casa, Massimo! Li temo!
Li avvolse in un panno e me li mise in mano.
Vai, butta tutto nella spazzatura! Ho paura! Cosa succederà ora?! borbottava, la mascara che colava sulle guance.
Va bene, dai! Te li lavo Perché, tanto, il tuo Alberto chiederà di loro! Cosa cè sopra, poi?… Ah, che schifo
Capì subito: Alberto portava in casa gioielli di dubbia provenienza. Succedeva anche prima, immagino, ma ora era proprio evidente… Quelle macchie annerite erano identiche a quelle che lasciano certe ferite gravi. Ferite mortali
Deglutii. Mi venne il voltastomaco.
Tiziana! Forse sarebbe giusto dirlo alla polizia! la guardai spaesato, ma poi realizzai che era una sciocchezza. Tiziana non avrebbe mai denunciato suo marito.
Uscii, buttai il paccotto dietro la tipografia sotto casa. Non mi accorsi delluomo nellombra, magro, curvo nel cespuglio. E avrei dovuto… Da tempo osservava me e Tiziana, da molto tempo…
Alberto arrivò di notte, con due energumeni. Eravamo appena crollati, ubriachi, non sentimmo né la serratura né il rumore delle scarpe sul parquet.
Mi svegliai sotto una pioggia di pugni. Nella tenebra qualcuno mi menava, Tiziana urlava, poi silenzio.
Provai a reagire, ma la testa mi scoppiava, la bocca sapeva di sangue e ferro. Sbattevo i pugni a caso, ma avevo bevuto troppo, colpivo il vuoto.
Dimprovviso si accese la luce. Alberto era seduto in poltrona, guardava me. Tiziana era al suo fianco, con gli occhi chiusi.
Mi scusi per il disturbo sussurrò il marito. Devo solo riprendere alcune cose. Tizi, baciami, è tornato il maritino!
La strattonò, lei si piegò in due. Labbra schiacciate sul suo viso.
Alberto Capisci, lui indicò me.
Non mi interessa scosse la testa, fece un cenno, e altri pugni calarono su di me. Provai a schivare, a rispondere, ma tutte le forze le avevo consumate in vino e carezze
Alberto si alzò e si avvicinò a me. Faticavo a tenerlo a fuoco, gli occhi gonfi, le costole frantumate.
Dai, verme, striscia! Su, a quattro zampe, striscia, caro! intimò.
Alberto balbettava Tiziana frugando nel comò. Lascialo stare. Me lo avevi permesso Non era un problema per te si copriva alla meglio la nudità, la vestaglia non reggeva. Avevamo un accordo Perché tanto odio?…
Perché a me non va giù, Tizi. Capito? A te piaceva troppo infilarti col frutto proibito. Tua madre allospedale, e tu qui con me? Mi diede un calcio. La mamma va rispettata. Io odiavo la mia, ma lho seppellita come una regina. Questo cucciolo invece scappa dalla sua.
Da dove tossii.
Dal fatto che qui tutti mi devono qualcosa, Massimo. Tutta la città. Sorpreso? Non sapevi in che razza di guaio ti sei cacciato? Tiziana, quanti altri ne hai rovinati così? scosse la testa. Mi vanno bene tutti, ma questo proprio no!
Alzai la testa e cercai Tiziana. Avevo in mente mia madre, lospedale, tutto confuso, la zuppa calda che non aveva potuto mangiare, la notte con Tizi, le sue carezze Poi tutto sparì davanti agli occhi di ghiaccio di Alberto. Si chinò, ghignò in faccia.
Hai tradito tua madre. E ora non la rivedrai più! sussurrò. Mi mise addosso la paura vera. Ero una nullità, una mezza persona che adesso moriva
Ma che gli dovevo dire? si fece di colpo pragmatica Tiziana, buttando nella borsa qualche gioiello. Lui è venuto da solo, non lho certo invitato io. Era già adulto. Ecco, caro, prendi tutto, porse la borsa al marito.
Lui la pesò e annuì.
Ora metti quegli orecchini, gli ultimi, ordinò.
Ma Alberto stonano con la veste!… Dopo, prometto! cercò di rabbonirlo. Rimasi di sasso.
Ho detto metteli! urlò sparando verso di me. La pallottola colpì il parquet, sfiorandomi un dito.
Lei finse di cercarli in giro. Qualcosa si inventerà! Deve salvarci lei, Tiziana!
Niente Alberto, non li trovo! Li avevo nascosti qui ma sono spariti! Tiziana agitò le mani e mi lanciò uno sguardo. Sei stato tu! mi colpì al fianco, caddi di lato. Ladro! Come hai potuto?! Eppure ho pensato a tua madre, ti ho nutrito Alberto, caccialo! E sono spariti anche gli orologi! Quelli doro della mia bisnonna Massimo sei marcio dentro, che peccato…
Quegli orologi Tiziana li aveva dati a un medico per abortire. Poteva essere figlio mio, invece lei non lo volle. Alberto ne avrebbe voluti, ma non poteva. Lavrebbe costretta a tenerlo, anche sapendo che non era suo Lei li aveva dati per comprare quel silenzio. E ora incolpava me
Alberto ordinò di sollevarmi, di tenermi in piedi. La memoria si fa nebbia. Resta limmagine di Tiziana, sensuale e distante, dietro le spalle del marito, mentre lui mi spezzava in mille pezzi
Odio chi ruba, Massimo mi sussurrò fuori, sulla neve. Capisco tutto: amore, avventura, anche un tradimento lo comprendo. Io stesso ne ho cento di Tiziane in giro. Il furto però mi dà il voltastomaco. Il mio resta mio
Mi buttai sulla neve fredda col cuore caldo e stupido, sentii lauto partire, il vento che mi sferzava la faccia, e poi solo il battito nelle tempie. E la consapevolezza che la donna che più ho amato mi aveva tradito Cuore gelato. Guarito.
Cosa successe dopo, già lo sapete
Rimasi nella casetta di quel cacciatore per giorni. Portò un medico, sistemarono costole, gambe (per fortuna non rotte, sti energumeni di Alberto erano bravi a non esagerare). Quei due sconosciuti mi ricucirono, mi misero a posto. Balbettavo dei ringraziamenti, loro ridevano.
Tranquillo, amico. Guarirai, tornerai a correre! diceva il cacciatore.
Uscìi sulle mie gambe dopo tre settimane. Laria era tagliente, il sole inondava la campagna come metallo fuso. Neve e bagliore che accecavano: misi gli occhiali scuri, prestati dal cacciatore.
Ora vai via, disse. E la prossima volta, lascia stare ciò che non è tuo. Potresti non essere così fortunato
Mentre mi allacciavo, sentii loro parlare di quanti euro aveva dato Alberto per il mio salvataggio. Mi bloccai, spaesato.
Cosa? sussurrai. Che avete appena detto?
Niente, scrollarono le spalle. Alberto è generoso, ma tirchio. E poi la moglie quella è una vera biscia! Rivende loro del marito di nascosto, pensa un giorno di scappare. E quando lui scopre qualcosa, butta nei guai ragazzi come te. Sei stato uno dei tanti. Ma va, ognuno ha i suoi vizi. Ora scegli battaglie alla tua altezza. Vai, Massimo. È ora mi diedero una pacca e sorrisero.
Tornai in città al tramonto. Andai dritto in ospedale. Forse riuscivo a vedere mamma
Non risulta nessuno con quel nome, spiacente, disse la segretaria e chiuse lanta dello sportello. Forse spaventato dal mio aspetto.
Signorina! Guardi meglio, la prego! bussai, poi mi arresi e me ne andai.
Tramonto rosso sangue. Paura.
A casa, finalmente, vidi la luce accesa. Mi gettai sul campanello: dalla porta mi venne incontro mamma, minuscola e secca come un uccellino. Mi abbracciai a lei, vidi mio padre piansi.
Ci hai fatto spaventare, figlio mio, diceva mamma, affettando patate fritte nel mio piatto. Poi ci ha chiamato Alberto, diceva che sei finito in qualche pasticcio, ma presto tornerai, e che per ora è meglio stare fuori città altrimenti rischi guai
Alberto? mi cadde la forchetta.
Sì. Mi hanno detto che lavora al Ministero della Salute, è venuto anche a vedermi in ospedale, mi ha procurato una camera privata. Massimo, grazie che gli hai chiesto aiuto! piangeva mamma. Senza di lui non ce lavrei fatta
Continuava a raccontarmi, mi carezzava la testa, papà guardava in silenzio. Non ressi il suo sguardo, mi voltai via
Passarono gli anni, io e mia moglie Maria camminavamo per il mercato, in cerca di un abete per Natale. Maria adora le vere piante, lodore di resina, gli aghi per terra, il tronco ricoperto di gocce secche se lo gratti.
Cerano mille bancarelle quellanno, ma nessuna ci soddisfaceva.
Vieni, proviamo anche qui, propose Maria, indicando una tenda dimessa, illuminata appena.
Accettai. Maria toccava i rami, ma improvvisamente una voce roca e fumosa ci redarguì:
Si compra, non si tocca! Mani via!
Una donna emerse dalla penombra: giaccone, stivali di feltro, sciarpa in testa. Nessun trucco, lo sguardo perso nella rabbia.
La riconobbi. Era la mia Tiziana. La mia prima, torrida storia damore. La donna che ha lasciato i suoi segni sul mio corpo. Maria, a volte, chiede delle mie cicatrici: io invento scuse idiote. Mento a mia moglie perché la amo e non voglio farla soffrire. Maria è vera, leale, la mia roccia. Lei viene dalla mia costola, un dono di Dio. Non voglio vederla soffrire.
Tiziana mi fissò, poi sputò a terra. Mi aveva riconosciuto.
Alberto ora la tiene qui, al gelo, a vendere alberi di Natale mentre lui siede in trattoria a bere spumante. Non la picchia, non la insulta: semplicemente, vince sempre lui. Lei ha perso tutto. E il ragazzo di turno non arriva più: non ce ne sono più nemmeno quelli. Gli anni hanno spento la bellezza di Tiziana, trofei da ragazzini non se ne pescano più
Andiamo, Maria, le presi la mano. Qui non ci sono alberi belli. Ti porto in montagna, ne scegliamo uno insieme, lo taglio io per te.
Maria sorrise. Lei si fidava: mi ama davvero e io non riuscirò mai a capire come me lo merito
E ora? Dovrei davvero dire grazie ad Alberto? Ringraziarlo per avermi risparmiato allora la morte? Il magro e gobbo Alberto, alla fine, è quello che ha vinto e mi rende suo eterno debitore. Ben mi sta…






