La felicità della vecchia palazzina comunaleNel tramonto d’estate, i residenti si riunirono sul tetto, condividendo risate e ricordi, mentre il profumo del pane appena sfornato si mescolava al canto dei gabbiani sopra la città.

14 aprile 2024 Diario

Aspettavo Marco, il marito, al rientro dal lavoro. Mi sedevo al tavolo della cucina, sorseggiando un tè al timo, senza fretta, gustando ogni sorso. Quando udii il tintinnio della chiave nella serratura, mi alzai e mi fermai sullo stipite della porta. Entrò Marco, serio e silenzioso.

Ciao, fu la prima cosa che dissi, sei di nuovo in ritardo, ho già cenato e ti sto aspettando

Ciao, rispose Marco, avresti potuto non aspettare, non ho fame, e tra poco raccoglierò le mie cose e me ne andrò. disse senza nemmeno togliersi le scarpe. Si diresse verso la camera, aprì larmadio e tirò fuori una valigia.

Rimasi senza parole. Guardavo incredula mentre lanciava nella valigia gli ultimi oggetti.

Marco, spiegami cosa sta succedendo?

Non capisci? Sto uscendo da te, pronunciò con freddezza, evitando i miei occhi.

Dove vai?

Da unaltra donna

Ah sì, immagino una giovane, anche se lui è ancora giovane, quaranta anni non sono nulla commentai con un sorriso amaro, riprendendomi dal torpore. Non piancherò, non mi vedrà versare lacrime, e da quanto tempo sei con lei?

Da quasi un anno, rispose Marco, notando il mio stupore, è una tua questione. Se non ti sei accorta, ho ben celato tutto.

Vai via per sempre?

Ginevra, non capisci? Ascolta bene, sto andando da lei, presto avremo un bambino. Non siamo riusciti a concepire, così Katia darà alla luce un figlio per me. Ti concedo un mese per lasciare il mio appartamento. Dove e come andare è un tuo problema. Io e Katia vivremo con il figlio, finché lei continuerà a pagare laffitto.

Marco uscì. Le pareti dellappartamento parevano schiacciarmi, il silenzio era assordante. Accesi la televisione, così almeno una voce parlava. Eravamo stati dodici anni insieme; mi ci vollero circa una settimana per riprendermi, ma ce lho fatta.

Dalleredità dei genitori, morti precocemente, mi rimaneva una casa in un piccolo borgo della Toscana. Ma vivere sola in campagna non mi attraeva.

Non potrò vivere lì, pensai, è troppo lontano dalla civiltà, nessuna comodità, nessun lavoro. A trentacinque anni non voglio trascorrere la vita in un villaggio. Venderò la casa e con i soldi comprerò una stanza in una comunale o in un dormitorio, e il futuro mi dirà il resto.

Così feci. Vendetti la casa appena arrivai al borgo. La vicina, Vittoria, mi aspettava alla porta.

Ginevra, è un sollievo vederti, stavamo per andare in città a cercarti.

Cosa è successo?

I miei parenti del Nord vogliono comprare la tua casa. Vogliono un casolare da ristrutturare, vicino a noi, con la sorella e il marito

Grazie, Vittoria, accetto. Ti passo il mio numero.

In dieci giorni avevo già incassato i pochi euro che la vecchia casa poteva dare. Con quella somma comprai una piccola stanza in un dormitorio di tipo appartamentino. Cucina condivisa, due stanze occupate da altri inquilini, la terza era la mia. La chiamai comunale.

I vicini sembravano gente tranquilla e rispettabile. Io li incontravo raramente, tra un turno e laltro al lavoro. Fu allora che iniziò la mia storia con Luca, un collega del reparto. Sembrava che tutto procedesse bene, almeno così credevo.

Poco prima della festa della donna, l8 marzo, Luca mi disse:

Devo riflettere su molte cose, non sono sicuro dei miei sentimenti, facciamo una pausa.

Facciamo una pausa e vai a fare il giro del lago, gli risposi infuriata.

Tornai a casa arrabbiata; mi compivano trentasei anni e non avevo tempo per pause. Decisi di placare lo stress con del cibo. Aprii il frigo, trovai un piccolo pezzo di prosciutto, ma non lo trovai più. Un brivido mi percorse la schiena.

Chi ha preso il mio prosciutto? urlai nella cucina.

Ginevra, lho buttato due giorni fa era verde e puzzava, ho pensato che non lo mangeresti più, meglio non rischiare la salute, disse tranquillamente la vicina Elisa, una signora di cinquantanni.

Non si toccano le cose altrui, sbottai. Non è affar tuo decidere cosa mangio.

Lo sfogo mi fece perdere il controllo. Oltre a separarmi dal marito, avevo perso unabitazione stabile, il collega mi metteva a distanza, e ora i miei vicini prendevano i miei cibi.

Elisa, non ti arrabbiare, intervenne Giovanni, il mio vicino di stanza, un uomo di sessantanni, con i capelli grigi, occhiali e un giornale sempre in mano.

Ginevra è arrabbiata perché qualcuno lha ferita, non prendertela a cuore, spiegò Giovanni con tono paterno senza alzare lo sguardo dal giornale.

E voi lo sapete? ribattei, quasi a sfidarli.

Credimi, lo so in parte, rispose Giovanni.

Se sei così saggio, perché vivi in questa miserabile comunale? insistetti, non riuscendo a fermarmi.

Alla fine decisi di chiedere scusa. Elisa mi guardò, sospirò e si allontanò nella sua stanza. Io sbattei la porta e mi sedetti sul divano.

Un altro filosofo di cucina che si sente di dare lezioni, pensai, affamata e irritata.

Dopo unora, mi calmai a guardare il laptop e ricordai di aver comprato quel prosciutto tanto tempo fa; immaginai a che punto fosse diventato. Il senso di colpa mi pervase.

Ho offeso Elisa senza motivo, e lei è una buona donna, mi ripetei. Devo scusarmi.

La trovai in cucina.

Scusami, Elisa, non so cosa mi sia preso. È stato tutto così travolgente Giovanni aveva ragione.

Elisa sorrise, mi abbracciò:

Succede, cara, lo capisco. Vieni, siediti, beviamo tè con biscotti. Chiedi scusa anche a Giovanni, che merita rispetto. È stato professore alluniversità, aveva una bella casa in centro, un lavoro che amava. Ma fece una pausa, sua moglie si ammalò di un tumore al cervello. I medici dissero troppo tardi. Trovarono una clinica in Israele, ma servivano tanti soldi. Giovanni prese un prestito enorme, andò con la moglie, lintervento andò bene ma non curò la malattia. Lei morì poco dopo. Giovanni lasciò il lavoro, si prese cura di lei, poi vendette lappartamento e pagò i debiti. Ed è qui, nella nostra comunale.

Quasi piansi.

Grazie per avermi ascoltata, dissi. Domani chiederò scusa a Giovanni.

Il giorno dopo, dopo il lavoro, bussai timidamente alla porta di Giovanni con un regalo in mano.

Buona sera, Giovanni, gli dissi porgendo il pacco, per favore, perdonami, per Dio, accetta le mie scuse.

Lui mi ascoltò senza interrompere, poi, una volta terminata la mia confessione, rispose:

Che sorpresa gradita. Accetterò il regalo e le tue scuse, se festeggerai con me il mio compleanno oggi.

Auguri, Giovanni! Il regalo è proprio in tempo, risposi, felice di potergli essere daiuto.

Con Elisa preparammo la tavola. Mentre apparecchiavamo, le raccontai tutto di me: come, giovane studentessa ingenua, credetti a un uomo sposato, rimasi incinta, lui pagò la clinica, poi ci lasciò. Non potevo più avere figli, forse per questo Marco mi aveva abbandonata.

Allimprovviso suonarono al portone; aprii e trovai davanti a me un uomo alto, sorridente, di quarantanni: era il figlio di Elisa, Matteo.

Buongiorno, sono Matteo, il figlio di Elisa, si presentò.

Piacere, entrate pure, gli dissi.

La cena fu animata, si brindò a Giovanni, si parlarono di salute e di ricordi. Matteo, ex geologo, ora autista di camion, raccontava storie di viaggi e di una ex moglie, di una nuova vita.

Il freddo dellinverno avvolgeva la città, la neve cadeva a dirotto, ma dentro la stanza faceva caldo. Dopo qualche ora, Matteo si alzò per partire.

Tornerò fra una settimana, disse a me. Mi aspetti?

Certo, ti aspetto, risposi.

Così iniziò un nuovo legame. Con il tempo, Matteo e io ci innamorammo, ci sposammo e, un anno dopo, nacque il nostro piccolo, Alessio. Quando Matteo doveva partire per lunghi viaggi, io e Alessio tornavamo per un po alla nostra comunale.

I giorni di attesa passavano veloci. Elisa e Giovanni ci aiutavano, coccolavano il nipotino. Non cercherò mai altre babysitter, perché in loro ho trovato la famiglia che non avevo.

**Lezione personale:**a volte la vita ti mette di fronte a cadute improvvise e tradimenti, ma la gentilezza dei vicini, lonestà di chiedere scusa e la capacità di ricominciare trasformano il dolore in una nuova, più solida felicità.

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La felicità della vecchia palazzina comunaleNel tramonto d’estate, i residenti si riunirono sul tetto, condividendo risate e ricordi, mentre il profumo del pane appena sfornato si mescolava al canto dei gabbiani sopra la città.