Figliastra
Quando io e Marina ci siamo incontrati e amati, Alessia aveva sei anni. Cresciuta senza padre, era così affamata daffetto che tra me e lei non ci sono mai stati problemi ad avvicinarci. Vivevamo in armonia, fino a che non arrivò… quelletà maledetta e turbolenta: ladolescenza!
Tu non sei mio padre! gridò un giorno Alessia.
Come sarebbe, non sono tuo padre? E chi, mi scusi, per tutti questi anni ha ascoltato i tuoi racconti sulle compagne di scuola e ti ha difesa alle riunioni con i professori? Chi ti ha nascosto lultima tavoletta di cioccolato in casa, per regalartela quando eri arrabbiata col mondo? Chi ha mantenuto segreto quel fatto che avevi sottratto la bambola a quella antipatica di Tiziana, del palazzo accanto? E chi, tanto per parlar chiaro, si è intrufolato di notte con la bambola sotto la giacca per riportarla nellaiuola, come se nulla fosse? E poi, almeno che ricordi, avevamo stabilito anni fa che avremmo risposto alle nostre parole, e tu mi hai sempre chiamato papà. Perché ora, improvvisamente, sarei non padre?
Quelle parole della mia figliastra, che ho sempre considerato mia figlia, mi hanno trafitto il cuore. Ma non potevo permettermi di mostrare dolore. Primo, perché sono un uomo. Secondo, prendersela con Alessia non avrebbe risolto nulla: anzi, la distanza fra noi sarebbe stata ancora più grande.
Accolgo il tuo argomento, dissi, alzando la mano alla tempia, come un ufficiale militare. Allora, perché non discutiamo dei nostri nuovi rapporti? I diritti e doveri di un non padre e di una non figlia, per così dire.
Anche se mi usciva il sangue dal cuore a dirlo, sentivo che era giusto. Dovevo lasciarle il diritto di scegliere, ma entro certi limiti limiti che sarebbe stata lei stessa a definire. Eppure, pure stavolta Alessia mi ha stupito, sbuffando: Non voglio!, e mi ha sbattuto la porta in faccia. Un comportamento simile non lo aveva avuto neanche da bambina. Sempre ha saputo spiegare le sue esigenze e poi, insieme, decidevamo se erano realizzabili. Se, per esempio, buttarsi giù dal tetto del garage non era il caso, mi mettevo a spiegarle, anche con video presi da Internet. Ma quando in prima elementare dichiarò che avrebbe sposato Antonio Stefani e si sarebbe trasferita da lui, io ci risi sopra. Le dissi che, appena la legge lo avrebbe permesso, lavrei aiutata a trasferire i suoi giochi da Antonio. Poi si stufò dellidea, nemmeno un mese dopo.
Abbiamo sempre discusso tutto, serenamente; e ora, semplicemente: Non voglio! e Non sei mio padre!. Alessia, da piccola, sapeva motivare anche perché non voleva la polenta.
Non mi piace! diceva.
Perché?
Cè poca zucchero e sopra fa la crosta.
Vedi? Risposta chiara e ragionata! Se ne fa unaltra, oppure, si cede e si dà la fettina di torta tanto desiderata, dove stando alle pubblicità il latte ce nè abbastanza per una fattoria intera.
Sono rimasto un po impalato davanti a quella porta chiusa, guardando le venature del legno come a cercare risposte, ma nulla. Ho scosso la testa. Pazienza, si vedrà cammin facendo.
Marina, invece, restava calma davanti ai cambiamenti di Alessia. Diceva che lei, alla stessa età, si comportava pure peggio; anzi, suo padre avrebbe festeggiato pur di non vederla in casa una sera di più! In fondo, assicurava, quando quegli ormoni ballerini si sarebbero stancati, tutto sarebbe tornato a posto. Certo, ognuno ci impiega un tempo diverso a tornare dal viaggio nel paese del non voglio e non sei mio padre. Ma, sinceramente, Alessia mi mancava già. La sera, non avevo più con chi vedere le partite in TV o ridere delle tinte assurde che cambiava puntualmente lamica di Marina, Zoe, più spesso del meteo a Milano.
Dopo un po, Alessia iniziò ad uscire sporadicamente dal suo bozzolo, ma nel resto del tempo era più aggressiva che mai, meglio starne lontani. Il calendario dei suoi momenti migliori lo conosceva solo lei probabilmente, anche i motivi. E quando tornava quella bambina affettuosa di sempre, io ero felice come un ragazzino.
Ragazze, che ne dite di un weekend in campagna? buttai la proposta, Dannò bel tempo, portiamo le canne da pesca, le tende…
Sì, Alessia, andiamo? mia moglie si infiammò allidea.
Col cavolo! Andateci voi, pescatori della domenica! gridò Alessia, sbattendo la porta, lasciandoci di sasso. Un attimo prima rideva, poi il temporale. Impressionante.
Forse anche la pesca è passata di moda, allargai le braccia.
Poi, un giorno, Alessia sparì. Non tornò a casa da scuola, non rispondeva alle chiamate. Telefonammo a tutte le sue amiche e io, esausto dallattesa, mi buttai a cercarla. La prima tappa fu Denis, che fino a poco prima era tra i suoi amici storici anche se, da un po, non lo vedevo.
Non so dove sia, disse, quasi seccato.
Nessuna idea, nemmeno lontana?
Da quando mi ha dato del noioso, non ci parliamo quasi più.
Sai, anche io ormai sono il non padre, però non smetto di preoccuparmi. Vecchia abitudine.
Voltai le spalle e scesi le scale.
Aspetta, mi fermò Denis, forse è con Nicolò.
E chi è sto Nicolò?
Uno della sezione accanto a scuola. Ma non è uno stinco di santo… magari non ti va quanto potresti trovar lì.
Ancor più motivo per andare subito. Vieni, indicami dovè questo gran Nicolò.
Io non ci vengo.
Denis, la gente a volte ha bisogno daiuto, anche se non lo capisce. Credevo fossi più forte delle offese.
Ok, sospirò, seguendomi.
Arrivammo davanti a dei garage. Musica forte già dalla strada.
Se hai paura, resta in auto, gli suggerii.
Non ho paura, replicò.
Fuori da un box, gruppo di ragazzi più una ragazza. Niente Alessia. Mi avvicinai.
Cerco Alessia. È con voi? chiesi, urlando sopra la musica.
Già dellunità speciale la cerchi? fece battuta piatta uno di loro.
Proprio in quel momento, ecco apparire Alessia affacciata alla porta spalancata.
Ma che ci fai qui? quasi urlò.
Sono venuto a prenderti.
So tornare a casa da sola!
Sarà… però si è fatto tardi, e preferisco non venirti a recuperare dalla stazione dei carabinieri! Dai, la radio taxi è arrivata, principessa.
Alessia soffiò, ma salì comunque, sussurrando stizzita a Denis:
Traditore.
Da lì, le sparizioni da casa divennero routine. Io, testardo come un mulo, ripassavo a prenderla ogni sera da quei garage, sopportando i lazzi dei ragazzi Ma ci avete lautista privato?. Una sera però si rifiutò.
Cosa vuoi da me? Lasciami stare, sono grande, esco quanto mi pare!
Chiedilo al parlamento, ribattei, la Costituzione è chiara sui diritti dei minori.
Vai a quel paese! Alessia si girò, finta indifferenza.
Sappi che non mi smuovo senza di te, neanche se mi mandi dove dicono i camionisti…
Avrei preferito se tu non avessi mai conosciuto la mamma! sbottò, ma poi salì in macchina.
Colpo basso. Guidai fino a casa con gli occhi bagnati: forse era arrivato il momento di mollare davvero. In fondo, chi sono? Solo il marito di sua madre. Uno sconosciuto. Ma non riuscivo a lasciarla sola su quelle strade pericolose. E se cadesse, e nessuno le desse la mano? Poteva offendermi quanto voleva, ma io non avrei lasciato.
Presto, cambiò compagnia e ritrovo. Il vecchio garage era chiuso e io non sapevo più dove cercarla. Denis, sotto pressione, mi suggerì altri posti in città, ma nulla. Rientrava quando le pareva. Spesso alle tre di notte. Vedevo quanto soffriva Marina; mostrava calma, ma era una corazza. Restavamo svegli, in silenzio, finché non sentivamo il clic della sua chiave nel portone.
Una notte, mentre aspettavamo insonni, squillò il cellulare. Presi in mano tremante.
Sergio Valentino, sentii la voce di Denis, ha chiamato Alessia, è bloccata in un appartamento su Corso Venezia e non sa uscire.
Ha dato un numero?
No, ma la descrizione basta, ci arrivo.
Guardai Marina. Le tremavano le labbra. Aveva ascoltato tutto.
Ti prego, non preoccuparti. Resta a casa, magari fateci un po di crespelle che la notte mi fa venire una fame tremenda! Non lasciate morire di fame il vostro pilota della notte! Vado. Fidati di me.
Baciai la punta del suo naso, sentendo già il sale delle sue lacrime.
Presi Denis e schizzammo per Milano, superando limiti e regole. Nelle periferie strade libere; in centro, una giungla di taxi e turisti. Bestemmiai contro due uomini che, barcollando con la birra, si sentivano i padroni del viale.
Arrivati, dissi a Denis:
Resta qui, se la Luna è in una fase strana magari sparisce pure la macchina.
Mi fissò, ma non replicò. Scrutando le finestre, cercai di capire dove potesse essere. Salendo, allimprovviso, incontrai una vecchia insonne, assetata di chiacchiere come un viaggiatore di acqua.
In questo portone tre appartamenti sono sospetti! dichiarò, tutti tossici!
Davvero?
Certo! Visti coi miei occhi.
Che esagerasse, magari, ma mi segnò i numeri.
Nel primo appartamento: il solito alcolista, una donna sfatta e un pastore tedesco con uno sguardo straordinariamente lucido. Nel secondo, silenzio totale. Bussai invano.
Al terzo piano, con il cuore in gola, vidi aprirsi una porta: da dentro uscì una ragazza. Per un attimo mi sembrò Alessia, stessa statura, stessi capelli, ma quando mi guardò… occhi di vetro, sorriso storto, come una maschera grottesca. Fui colpito dai brividi.
Mi precipitai nellinterno.
Alessia! urlai, cieco di paura. Avanzavo, spintonando qualcuno, inciampando tra bottiglie e gambe sfatte. Poi, in mezzo al baccano, sentii la sua voce:
Papà! Papà!
Veniva dal bagno chiuso. Strappai la porta: era lì, rannicchiata dietro, sola, spaventata.
Uscimmo che la polizia già saliva le scale. La vecchietta aveva chiamato il commissariato e una pattuglia era arrivata al volo.
È sua figlia, la tenevano qui contro la sua volontà? mi fece uno degli agenti.
Sì… insomma, in realtà sono il patrigno.
È mio padre! gridò Alessia ad alta voce.
A casa, mangiammo crespelle con panna, probabilmente troppo salata forse con le lacrime di Marina ma mai così buona. E finalmente, davanti a una figlia che aveva smesso di mordere, feci il predicozzo.
Le dissi che, anche se mi caccerà con la scopa da strega, io non me ne andrò, mai. Perché la amo, amo sua madre, e senza di loro la mia vita non ha senso. Che la vita è un circo, e imparare a stare in equilibrio è dura. Che si cade, poi ci si rialza. E tutta una serie di sciocchezze, mentre loro mi ascoltavano, sorridendo, la guancia fra le mani. Così belle, mie anzi, nostre.





