La parete di vetro invisibile

Un muro di vetro invisibile
Il temporale di dieci anni fa

Quella sera, il cielo sopra Milano era scuro come il piombo, proprio come il volto di Maria Rosa Bellini.
In questa casa vivranno solo quelli che rispettano le mie regole! la sua voce, abituata a risuonare autoritaria nei corridoi della scuola, tuonava nellappartamento.
Le tue regole sono una gabbia, mamma! sbottò Matteo Bellini, lanciando la borsa sportiva sul pavimento. Non mi lasci respirare. Non voglio essere il tuo bruttabozza che riscrivi a tuo piacimento!
Allora cerca unaltra aria! indicò la porta con il dito, fermo come il granito. Esci. E non tornare finché non imparerai a dare valore a tutto quello che si fa per te.
Matteo le rivolse uno sguardo di fuoco gelido. Raccolse in silenzio la borsa e oltrepassò la soglia, uscendo sotto il diluvio. Maria Rosa si mise alla finestra, convinta che, al massimo entro mattina, lui avrebbe bussato. Fradicio, affamato, pentito.
Ma Matteo non tornò. Né allalba, né dopo una settimana, né dopo dieci anni.
Matteo Bellini divenne ciò che aveva sempre sognatoun architetto di fama. I suoi palazzi gli somigliavano: vetro, cemento e acciaio. Bellissimi, funzionali e terribilmente freddi.
Viveva in un attico al quarantesimo piano, guidava una Maserati e non si voltava mai indietro. Ma nel suo mondo perfetto cera un buco neroun appartamento popolare in periferia, un indirizzo di cui avrebbe voluto dimenticarsi per sempre.
Ingegner Bellini, domani dobbiamo consegnare il progetto, ricordò la sua assistente. E sabato aveva segnato sul calendario È il compleanno di sua madre.
Matteo rimase teso davanti alla vetrata. Dieci anni. Nessuna chiamata. Nessuna ricerca. Ogni anno comprava un regalo che rimaneva nel bagagliaio, finché non lo donava a qualche associazione di beneficenza. Ma quellanno, qualcosa dentro di lui si ruppe. Forse aveva capito che il cemento non protegge dal vuoto della solitudine.
Sabato. Il cortile di periferia lo accolse con il profumo intenso del glicine e il cigolio arrugginito delle altalene. Matteo spense il motore. Il suo SUV di lusso sembrava una navicella atterrata in mezzo alle rovine di un altro tempo.
Scese dallauto. Le gambe pesanti come incatenate. Un passo. Un altro. Landrone odorava di muffa e soffritto. Secondo piano. Porta numero quattordici.
Matteo sollevò la mano per bussare. Le nocche sospese a un soffio dalla pelle spelata e ruvida della porta.
«E ora che le dico? Ciao, sono qui dopo dieci anni? O Scusa se non sono tornato quella notte?»i pensieri gli stringevano il cuore.
Dallaltro lato della porta, Maria Rosa tratteneva il respiro. Ne aveva sentito il rombo dellauto dal balcone. Il cuore, ormai indurito, improvvisamente corse allimpazzata. In corridoio, teneva le mani strette sulla bocca per non urlare.
Attraverso lo spioncino vedeva la figura del suo ragazzo cresciuto, uomo fatto, elegante, il volto indurito dalla vita.
«Apri, si diceva. Basta girare la maniglia. Dì che la moka è già sul fuoco. Dì che ogni sera hai aspettato di sentire quei passi.»
Ma la mano non si muoveva. Lorgoglio, coltivato negli anni di solitudine, sussurrava: «È qui per curiosità? Vuole vedere se sono ancora viva? Non ha chiamato in dieci anni. Perché dovresti essere tu la prima ad aprire?»
Restarono così per cinque minuti. Uneternità. Matteo percepiva il calore della presenza oltre la portasapeva che cera, sentiva il respiro affannoso di lei.
Mamma sussurrò piano, appoggiando la fronte al freddo rivestimento artificiale.
Maria Rosa rabbrividì. La voce del figlio suonava come uneco da unaltra vita.
Non so chiedere scusa, continuò Matteo, rivolto alla porta chiusa. Sei stata tu a insegnarmelo. A essere forte, duro. Orgoglioso. Ho progettato centinaia di case, mamma. Ma nella tua non ho mai avuto un posto.
Maria Rosa chiuse gli occhi. Una lacrima scorse sulla guancia segnata dal tempo.
Sono io che ho costruito questo muro, sussurrò, certa che lui non potesse sentire. Ti ho mandato via nella speranza che tornassi a chiedere perdono. E invece hai imparato a volare. Ora temo che se apro ti accorgi di quanto sono piccola e fragile senza la mia rabbia.
Matteo alzò di nuovo la mano. Stavolta sfiorò quasi la maniglia. Dallaltra parte, la mano di lei tremava già sulla serratura. Tre centimetri soltanto di metallo e legno tra di loro.
Un movimentoe il muro sarebbe crollato. Un istantee linverno di dieci anni sarebbe finito.
Ma Matteo allimprovviso lasciò cadere la mano.
«Non apre. È ancora arrabbiata. Non vuole vedermi», pensò.
Maria Rosa sentì la maniglia bloccarsi dallaltra parte.
«Se ne va. Non ha nemmeno bussato. Non gli importa nulla», si disse.
Matteo si voltò lentamente. Estrasse dalla tasca una piccola scatolauna spilla doro a forma di ramo di glicine. Quella che aveva comprato col primo stipendio per lei.
La posò delicatamente sullo zerbino.
Buon compleanno, mamma, disse con voce ferma. Scusami se sono diventato proprio come volevi tu.
Scese i gradini. I passi risuonavano nellandrone vuoto.
Maria Rosa non resistette più. Strappò la chiave dalla serratura, cadde rumorosamente a terra. Aprì la porta con impeto.
Matteo! gridò nelleco del vano scale.
Matteo si bloccò a mezza rampa. Si voltò. Nel riquadro della porta, inondata di luce, cera una donna anziana, minuta, con i capelli bianchi. Non somigliava più alla dirigente scolastica temuta; sembrava fragile come un vasetto dalabastro.
Nelle mani stringeva la scatoletta lasciata da Matteo.
Si guardarono a distanza, ognuno da un capo.
Stai andando via? la voce di lei breve e rotta. Te ne vai senza aspettare una risposta?
Non hai aperto tu, replicò Matteo, salendo un gradino.
E tu non hai bussato, Maria Rosa fece un passo verso il pianerottolo. Sei rimasto impietrito. Ho pensato volessi controllare se ero morta per colpa del mio orgoglio.
Matteo salì altri tre gradini. Ora li separavano solo pochi passi.
Temevo che tu dicessi: “Perché sei tornato?”.
E io temevo che tu rispondessi: “Sei tornato solo per dirmi che non ti servo più”.
Calarono il silenzio. Laria nellandrone si alleggerì.
È bellissima la spilla, mormorò Maria Rosa. Ma il glicine nel cortile profuma di più. La moka è su, Matteo. Dieci anni fa lho messa e si sarà consumata fino allultima goccia. Ma ne ho fatta unaltra.
Matteo la raggiunse. Più alto di lei di una testa, uomo realizzato, eppure in quellattimo era di nuovo quel ragazzo con la borsa. La abbracciò, con timidezza. Lei sapeva di medicine e di glicine.
Mamma, se non vuoi posso anche non entrare
Zitto, sussurrò lei, stringendosi alla sua spalla. Basta muri, ora. Sediamoci a bere un tè, semplicemente.
Entrarono. La porta numero quattordici si chiuse alle loro spalle. Questa volta senza schianto, ma con un lieve clic, a separarli dal gelo del mondo.
Non erano diventati bravi con le parole. Restavano difficili, spigolosi. Ma quella sera, Matteo capì: il progetto più difficile della sua vita era concluso. Aveva rimesso a nuovo la casa iniziata su fondamenta distrutte. E questa volta, nessuna parete invisibile. Solo luce.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

nine + sixteen =

La parete di vetro invisibile