Ma insomma come si fa a ridursi così? Figlia mia, non ti vergogni? Hai tutte le braccia e le gambe, perché non lavori? dicevano alla mendicante con il bambino.
Teresa Colombo camminava lentamente tra gli scaffali del grande supermercato Il Mercato di Milano, osservando le file di prodotti dalle confezioni variopinte. Veniva lì ogni giorno, come fosse una sorta di lavoro. Non aveva bisogno di molti generi alimentari non cera nessuna famiglia numerosa da sfamare. E così la signora, ogni sera, fuggiva dal suo silenzio verso la sala illuminata e piena di vita.
Con la bella stagione era facile bastava una chiacchierata sulla panchina davanti al condominio con le altre anziane del quartiere. Ma linverno non le lasciava alternative, e Teresa si era affezionata sempre più ai suoi piccoli giri dentro al supermercato Il Mercato di Milano.
Cerano tante persone, un profumo di caffè che metteva di buon umore e in sottofondo la musica morbida che rilassava. E poi tutte quelle confezioni sgargianti, che parevano giocattoli, risollevavano lo spirito anche solo a guardarle.
La donna anziana prese in mano uno yogurt alla fragola, strizzò gli occhi per leggerne marca e ingredienti, poi lo posò di nuovo: certi sfizi non erano da pensionata, ma nessuno le aveva vietato di guardarli.
Immersa tra gli scaffali pieni, tornò con la mente ai ricordi del passato.
Riaffiorarono immagini di code infinite alla salumeria, con le commesse guerriere pronte a difendere ogni fetta di prosciutto come tigri. Si ricordò perfino dei pacchetti di carta grigia, nei quali si avvolgevano le compere.
Sorrideva ricordando quanto si fosse impegnata per crescere bene sua figlia. Per far felice la piccola, Teresa avrebbe pure dormito in fila dal fruttivendolo. Pensare a sua figlia le faceva battere il cuore più forte. Si fermò davanti al banco del pesce surgelato, appoggiandosi con fatica.
Ricordava bene la faccia buffa di Ilaria, i suoi riccioli ramati e gli occhi grandi-grandi, pieni di vitalità, il nasino sporco di lentiggini e quelle fossette sulle guance.
Che bella che era, pensò Teresa con malinconia.
Sotto lo sguardo un po severo di una cassiera con la cofana raccolta, arrivò davanti al bancone del pane.
Ilaria era la sua unica gioia. Si era laureata in fretta e pareva una ragazzina in gamba. Ma quando aveva capito che col lavoro non sarebbe diventata regina, aveva deciso di buttarsi nella maternità surrogata. E si sa: le scelte di cuore fanno acqua da tutte le parti.
A ventanni, chi ascolta davvero la mamma? Se ci fosse stato ancora suo padre, chissà Ma come avevano fatto quei farabutti a farsela convincere così?
Ilaria sorrideva e si accarezzava la pancia: Mamma, dai, ormai per me non è nemmeno più un bambino, è solo una bella quantità di soldi.
Poi, il parto andò malissimo e Ilaria non la salvarono. Lei, insomma, non si erano dati tanto da fare. Tre giorni dopo la nascita della bimba, Teresa si trovò già senza sua figlia al mondo.
La neonata fu subito portata ai suoi nuovi genitori. A Teresa ovviamente non spettava un centesimo: affari fatti con Ilaria, mica con la nonna.
Teresa Colombo seppellì la figlia e rimase sola. Niente parenti, era come essere caduta in una voragine. Ma le sembrava più facile restarci che risalire.
Quella sera si avviò verso il banco dei panini: serviva fare comunque la figura di chi è venuto davvero a comprare qualcosa. Sfrugugliò le monete da centesimi in tasca e si incamminò verso le casse. Lo spettacolo giornaliero era concluso, si poteva rientrare. Aveva già contato il necessario in euro, porse il dovuto alla cassiera, nascondendo il resto.
Teresa aveva notato la giovane mendicante quasi un mese fa, il secondo giorno di apertura del supermercato. Allepoca aveva esplorato tutto come fosse una gita. Cosa avrà colpito tanto Teresa di quella ragazza? Forse quelletà ancora giovane, la postura che trasudava fatica, o il modo in cui avvolgeva e stringeva forte il bambino.
Ma insomma, come si fa a ridursi così?, borbottava tra sé la vecchia, avvicinandosi alla panchina. Lasciò nella tazza un po di spiccioli e si rivolse delicatamente alla ragazza: Tesoro, ma non ti vergogni? Hai le forze, perché non vai a lavorare? Sei giovane, puoi ancora costruirti una vita.
Fece una smorfia, vedendo come certe persone evitavano il dialogo solo per non doversi trovare tra lei e la ragazza.
Grazie dei due spicci, signora, ma pensi ai fatti suoi. Qui bisogna raccogliere il possibile, o sono guai.
Teresa annuì, andandosene mesta: non voleva fare neppure la morale. Aiutava come poteva, con discrezione. Tanto, a chi interessava? Né a carabinieri né ad assistenti sociali sembra importare granché delle mendicanti, ormai fanno solo parte dello sfondo urbano.
Tornando a casa, la donna aveva ancora in testa la ragazza con il bambino. Quegli occhi grigi, quella voce giovanile le erano familiari, ma da dove? Teresa ci rimuginava.
Entrò, sfilò i suoi stivaletti consumati, accese la luce e si portò il pane in cucina. Dopo un quarto dora sorseggiava un tè zuccherato dalla sua tazza preferita, sgranocchiando una fetta di pane pugliese con un po di salame.
Chissà come starà quella ragazza, poverina pensò Teresa in quel freddo terribile. Che vita è?
Guardò fuori alla finestra e rimase pietrificata: due uomini dallaria poco raccomandabile spingevano la giovane nella loro auto in malo modo.
Presi dal panico, Teresa corse al telefono per chiamare i carabinieri, ma si fermò temendo di peggiorare la faccenda.
Affacciandosi di nuovo, vide la piazzetta deserta. Decise di aspettare lalba e tornò in salotto. In ogni caso, la targa non lavrebbe di certo vista da quellaltezza.
La notte fu agitata, pensava alla ragazza. Sul dormiveglia, sognò una scena confusa: sua figlia Ilaria davanti allingresso del supermercato, con una bambina tremante di freddo tra le braccia che cercava di scaldare. Ma Ilaria, imperturbabile: Non sento freddo, mamma.
Teresa prese la bambina tra le braccia, le scostò la coperta dal viso e trovò una bambola, con un ciondolo intorno al collo.
Con quel ciondolo, ripeté Teresa sussurrando, e sussultò svegliandosi. Guardò lorologio: già le nove. Infilò la vestaglia e corse alla finestra.
La ragazza era di nuovo lì, con il bambino. Tutto tornava, almeno apparentemente.
Meno male sospirò, facendosi il segno della croce.
Era la vigilia di Capodanno, un freddo da far battere i denti persino ai gatti randagi. Se la ragazza fosse rimasta lì ancora a lungo, si sarebbe congelata.
Teresa si diede da fare: prese del pane, preparò dei panini col salame e versò del tè caldo e dolce nel termos, infilandosi il cappotto sopra il maglione.
La ragazza, vedendo la nonna che si avvicinava spedita, si aggiustò il foulard sul livido alla tempia.
Tranquilla, bella mia disse Teresa, porgendole la roba non sarà una cena da re, ma almeno così non resti a digiuno.
La giovane prese i panini con riconoscenza e si sistemò su una panchina più in là, mangiando voracemente e lanciando occhiate inquietate al bambino mentre deglutiva di corsa e quasi si strozzava. In pochi minuti finì tutto e tornò da Teresa.
Grazie, almeno fino alle sette ce la facciamo. Poi verranno a prenderci.
Per tutto il giorno Teresa continuò a sbirciare il termometro fuori dalla finestra. Il freddo si faceva sempre più pungente.
Alle cinque preparò una bottiglietta di minestrone e uscì di nuovo per prendere qualcosa per il cenone: salame, cetriolini sottaceto, giusto per uninsalata russa come si deve. Per il resto, avrebbe fatto con quello che aveva. Quando passò vicino alla ragazza, le lasciò discreta e veloce il minestrone e altri spicci. Poi si mimetizzò nella folla dellipermercato.
Per oggi era abbastanza: a casa avrebbe tagliato i salumi, preparato il carpo al forno e iniziato a imbandire la tavola. Magari qualche vecchia amica sarebbe passata a farle compagnia, chi lo sa.
Verso le dieci, Teresa si affacciò di nuovo alla finestra: doveva solo assicurarsi che la ragazza fosse stata portata in salvo, al caldo.
Fuori cerano le luci del centro commerciale e, sulla panchina sotto al lampione, riconobbe la sagoma della giovane. Le spalle contratte, sembrava piangere dalle lacrime.
Teresa smise di girare per casa: tra un paio dore era l’inizio dellanno, ma sotto la sua finestra qualcuno rischiava di ghiacciarsi. Si avvolse uno scialle sulle spalle e, in pantofole, scese di corsa giù. Si sedette di colpo di fianco alla ragazza, ansimando.
Non so più dove andare, disse malinconica la giovane.
Lo sguardo si aggrappò a quello della donna.
Tieni, pensaci tu a lui, ti prego, le mise tra le braccia il fagotto che stringeva e pian piano si allontanò.
Teresa capì subito lintenzione. Così non si scappa da una vita felice. Si alzò di botto e corse dietro la giovane, la raggiunse e la girò verso di sé.
Ma tu sei pazza? Dai, su, vieni con me! gridò Teresa e la condusse quasi di peso verso il suo palazzo.
A casa, posò subito il bimbo vicino al termosifone.
Come ti chiami? domandò, ma simbambolò vedendo un ciondolo con lorso nella coperta del piccolo.
La giovane seguì il suo sguardo.
Non si preoccupi, è tutto quello che mi resta di mamma, mormorò semplicemente.
Teresa sbiancò, sedendosi di colpo. Quel ciondolo, era lo stesso regalato anni addietro alla sua Ilaria per il sedicesimo compleanno, quando di soldi non ce nera e dal vecchio gioiello di famiglia una spilla lorefice aveva ricavato un ciondolo. La spilla era servita per la collana e una cenetta tra amici.
La ragazza infilò la doccia. Teresa, nel frattempo, si affidò alle gocce di valeriana. Questo vuol dire che non può essere! ragionava con ansia: la mendicante era sua nipote, impossibile!
Dopo aver sistemato e saziato il bambino, Teresa estrasse qualche antipasto e disse:
Alice! così, improvvisando.
Come fa a saperlo? chiese lei.
Teresa alzò le spalle: Avrò sentito, mangia, mangia.
Un brivido: nessun dubbio, aveva accolto sua nipote. Era quello il nome scelto dai committenti per la bambina che Ilaria avrebbe dovuto partorire.
Alice, ringraziando, iniziò a mangiare guardando le portate.
Teresa la fissava, cercando i tratti della figlia lontana.
Da raccontami, Alice, cosa ti è successo? domandò, come sapendo già la risposta.
La ragazza, come si stesse liberando dal fardello, iniziò a parlare a raffica. Da piccola, vita perfetta col papà e la mamma, addirittura un pony suo. Chiuse gli occhi: sogni daltri tempi.
Poi le liti tra i genitori, la separazione. Restò con la mamma, che un giorno la lasciò in orfanotrofio, rinunciando per sempre a lei.
Perché? Non laveva mai capito. La favola finita in una notte. Dodici anni in istituto e poi via, nel mondo. Alice ricevette un alloggio: una topaia pronto-sgombero. Conobbe Vanni, il tuttofare.
Quando seppe della gravidanza, Vanni sparì. Il ricovero fu sgomberato; ricevette il permesso di restare solo fino al parto.
E la casa nuova? La occupava già qualcuno.
Far valere i propri diritti per lei era impensabile. Nemmeno ci provò, con un neonato in braccio.
Così iniziò a peregrinare tra stazioni, a chiedere lelemosina. Fu lì che la trovò Gino il Grigio, che comandava tutti i senzatetto della zona.
Una bella giovane col bambino porterà una fortuna, pensava, offrendole un posto in cambio delle monete raccolte.
Alice e il piccolo andarono a vivere nel sotterraneo di un caseggiato, insieme a tanti altri disperati. Cerano storpi veri, malati, ma la maggior parte erano mendicanti teatrali.
Questi si truccavano, si fasciavano, simulando ferite e malanni per impietosire la gente. Quelli bravi facevano incassare un sacco a Gino, mentre Alice, poveretta, non rendeva: pochi spicci e tanta tristezza.
Ogni mattina, i protettori li spedivano ai posti; la sera ritiravano la cassa. Tutto sopportabile, finché la pressione sui risultati non si fece insostenibile: Porti pochi soldi e il bambino disturba!
Quella stessa mattina nessuno andò a prenderla. Era stata scaricata. Alice abbassò gli occhi sul fondo del piatto quasi vuoto.
Grazie, non so come avremmo passato questa notte.
Lasciò la forchetta e sbadigliò.
Domani ce ne andiamo, state pure tranquilla. Solo lasciatemi dormire un po.
Alice crollò sulla sedia.
Teresa la svegliò, la portò a letto e sistemò il piccolo nel seggiolone accanto.
La donna rimase seduta, ascoltando il discorso di fine anno del Presidente Mattarella. Ormai aveva deciso: non avrebbe lasciato più andare via Alice e il bambino, né domani né mai. Li avrebbe aiutati a rimettersi in piedi e iniziato una nuova vita insieme. Più tardi avrebbe confessato tutta la verità: presto o tardi era giusto così.
A mezzanotte Teresa si versò un dito di liquore dolce, brindando in silenzio.
Si avvicinò alla finestra e rimase a guardare i lampioni che illuminavano la strada e i fiocchi di neve che scendevano piano. Pensò: Grazie, Signore, per questa felicità inaspettata. Addio, solitudine! Ora la mia famiglia è di nuovo qui.La mattina del primo dellanno, quando la luce dellalba fece luccicare i vetri appannati della cucina, Teresa svegliò Alice con una carezza leggera. Il piccolo dormiva tranquillo, la bocca socchiusa, un pugno stretto intorno al bordo della coperta col ciondolo orso.
Teresa aveva già preparato il caffè e due fette di torta: Siediti qui, mangia piano, oggi non cè fretta. Alice la guardò stupita, occhi lucidi, poi annuì. Il silenzio era quello buono, carico di nuove possibilità.
Quando il sole spinse via la nebbia, Teresa prese in mano il telefono. Conosco chi può aiutarci, una vecchia amica ai servizi sociali, disse. Alice parve turbata, ma Teresa le strinse la mano: Non devi aver paura, adesso sei a casa.
Mentre il bambino si svegliava con un vagito, Teresa lo prese in braccio, avvolgendolo nel caldo del suo abbraccio. Tu non sarai mai sola, mai più, disse sottovoce, col cuore gonfio di qualcosa che credeva perduto per sempre.
Nel corridoio, lo specchio rifletteva tre generazioni: gli occhi ramati di Ilaria riaffioravano nello sguardo di Alice e in quello ancora assonnato del piccolo. Teresa sorrise: la vita improvvisa certi miracoli, se si trova la forza di accoglierli.
Fuori la città si destava tra petardi spenti e neve sciolta. Dentro, un profumo di torta, un raggio di sole, un abbraccio nuovo. Teresa spalancò la finestra, lasciando entrare laria gelida e il suono lontano di qualcuno che rideva.
Un anno diverso era cominciato. E questa volta, sì, non avrebbe lasciato che nessuno andasse più perduto.





