Ma ti dispiace davvero così tanto?

-Tesoro, ma dimmi un po, che te ne fai di un appartamento così grande, eh? Sei sola, senza figli e senza marito. Manco qualche amico, se ho capito bene. Perché ti serve un bilocale? Guarda noi: in cinque, tutti stipati in una stanza sola, di spazio non ce nè proprio. Su, dai, decídetevi, figliola. Tanto poi, se proprio non ti piace, possiamo sempre tornare come prima. Quando i miei ragazzi crescono, si ritorna tutti alle nostre vecchie case. Che ne dici? papà la fissava con quellaria tra il supplichevole e il furbetto di provincia.

Che ne pensava lei, invece? Insomma, secondo te come ci si sente quando tuo padre che non si è fatto vedere per anni, come una pioggia ad agosto ti rispunta allimprovviso con queste geniali proposte? Anzi, proposte che lhanno lasciata congelata come il gelato al limone della zia Pina. Mai avrebbe creduto che la faccia tosta di certe persone potesse arrivare a simili vette E poi, a voler essere precisi, a degli amici Anna per fortuna non rinunciava. Quanto le bastava, e senza stress.

-Allora, Annina, che facciamo? Stretta di mano? papà continuava a guardarla impaziente.
-E la mamma?
-Ma che centra la mamma? papà aveva la faccia da uno che non capisce gli sconti al supermercato.
-Eh, mamma ogni tanto viene, si ferma qualche giorno, a volte anche una settimana. E la seconda stanza mi serve per quello.
-Oh, ma ti pare! Ho una poltrona-letto in garage, vintage ma comoda. La sistemiamo, la mettiamo in cucina et voilà: dorme lì tranquilla. E poi, pensa la comodità: la cucina a due passi, il frigo lì di fianco ghignò lui Un letto, un self-service e non gli manca niente!

Anna lo guardava ormai con una strana pace zen. Le parole sola, abbandonata, zitella le facevano ridere. Era troppo scioccata dalla spudoratezza per offendersi. E pensare che lui si crede ancora più furbo di tutti, come se gli altri fossero dei poveri scemi.

-Annina, ma guarda che è una soluzione ottima per te! E poi tua madre viene solo due volte al mese. Due! Io invece ho bisogno ogni giorno, con tutta la famiglia, li capisci?
-Certo, ovvio Per lui famiglia è solo quella nuova, Anna non fa testo. Figurati se si ricorda della figlia del primo matrimonio. I suoi tre teppistelli e la moglie chioccia, quella sì che è famiglia! Anna sospirò. Non aveva nemmeno voglia di litigare, era solo curiosa di vedere quando papà avrebbe capito che non era poi così furbo come si credeva.

-Pà, ma io lho finito di pagare il mutuo da poco! Ho sgobbato anni per questa casa… Mi dispiace, è roba sudata
-Oh, e adesso non fare la tragedia greca. Sgobbato Eh, avevi pure un bel trampolino di partenza, non te lo ricordi? papà la squadrava come per dire: Io so tutto.
-Un trampolino, eh? Certo, ma mica sei stato tu a darmelo, sto benedetto trampolino Era la mamma. Ma va be, inutile sprecare fiato con chi fa finta di non sentire.
-Papà… ci penserò, dai, va bene. – disse, giusto per chiudere il discorso.
-Ma sì, pensaci pure! Pensare non è ancora illegale. lui la pacca sulla spalla, contento come uno che ha appena fregato due chili di pesche.

***

-Anna! Ma mandalo a stendere, scusa! Scambiare casa Ma perché non regalargliela direttamente? Dai, che sciocchezze! mamma roteava tra cucina e corridoio, col mestolo in mano come fosse uno scettro.
-Mamma, insomma è pur sempre mio padre. Mi sembra brutto Anna arrossiva quasi.
-Oh, figlia mia! Brutto? Brutto è quello che fa lui. Chiedere una casa che non è sua come se fosse una fetta di pane e Nutella! È sempre stato così, lo devi sapere. Furbetto da sempre, amante degli sconti e delle occasioni. Non fartene un problema tuo, capito? mamma le accarezzò la mano con un sorriso dolce, ma gli occhi erano severi.
-Ma sì, non ci penso più. È solo che non è la prima volta che me lo chiede. Allinizio pensavo di aver capito male, che magari avessi frainteso. Ma sembra proprio che abbia la faccia tosta di sempre Mamma, ma era così anche quando stavate insieme?
-Sempre! Tu non lo conosci bene perché siete tornati a sentirvi tardi. E pensa che appena ci siamo lasciati, si è pure offeso che non potesse prendersi la casa di mia madre! Abitò lì mica per nulla, sai? la mamma si mise a ridere, ma con quegli occhi lucidi di chi ne ha viste troppe.
-Forse è il caso di chiudere qui, che dici mamma?
-No, Anna! Non devi diventare come lui. Lui è tuo padre, nel bene e nel male. Una famiglia è una famiglia. Insomma più o meno.
-Eh, sì, famiglia Lui mica ci considera famiglia, però. sospirò Anna.
La mamma fece spallucce, rassegnata, e non aggiunse altro. La vita, si sa, insegnerà le sue lezioni.

Anna si girò verso la finestra. E meno male che ci sono le altre famiglie, pensava. Colà il gran papà, qui nessuno. Lui coi suoi tre ometti del cuore e la nuova moglie gallina. E sempre le stesse storie: quando camminano, il primo dentino, il primo bernoccolo, chi preferisce la crostata o chi sè sporcato tutto mangiando. Insomma, la fiera del papà orgoglioso.

-Va be, mamma, cerco di farmi scivolare addosso e la prossima volta, senza giri di parole, gli dico di no. Meglio così che niente rapporto del tutto. Almeno non è alcoolizzato, come tanti altri babbi, no?
-Mah forse hai ragione, mamma annuiva, poco convinta.

Alla fine la volta successiva, dopo una settimana, Anna si ritrovò a casa del padre. La tribù familiare era in gita alla ASL.

-Annina, giusta in tempo! Oh, devi vedere che spettacolo sto armadio a muro! Grande quanto un monolocale! Ci sta dentro di tutto: vestiti tuoi, cose tue, pure il cane se vuoi E guarda che carta da parati moderna che abbiamo messo, eh?
-Papà
-E la cucina! Piccola ma carinissima. Per la mamma ci mettiamo qui la poltrona-letto, anzi te la porto io dal garage. Il frigo è un po vecchio, niente a che vedere con quello tuo, ma con il tempo lo cambierai. Anzi ti posso dare pure la mia tessera sconto del supermercato, pensa te
-Papà! Ma basta, sempre le stesse cose Ma chi te lha chiesto, guarda Anna era di nuovo sul punto di impazzire.
-Eh ma che vuol dire! Tu devi sapere bene cosa ti aspetta quando vieni a vivere qua! Ti faccio vedere tutto, dai! ma Anna sentiva che, boh, era come se parlasse al muro.
-Papà, scusa se ti ho dato false speranze, ma non torno indietro. A me va bene il mio appartamento. balbettò Anna.
-Va bene, va bene Però guarda che doccia nuova che ho montato! E il wc polacco ultimo modello!
-Sei sordo?! Te lho detto chiaro! Rimango dove sono, la casa me la sono sudata, lho scelta io, e tu smettila di insistere! Anna si infuriò: con lui, con se stessa, con quella situazione assurda che si era creata solo perché qualcuno è più furbo di te. O crede di esserlo.
-Ma no? Non vuoi scambiare? Ma ti dispiace davvero così tanto? Allora perché vieni qui? Così non vale, Anna! Io ci speravo, sai? E invece la guardò con uno sguardo freddo che lei non riconobbe, e Anna, senza rispondere, se ne andò.

Camminava tra i vicoli di Bologna (con tutte quelle foglie gialle che scivolano e ti fanno scivolare pure i pensieri) senza sapere se ridere o piangere. Tirò fuori il telefono, eliminò il numero di papà e tutti i suoi contatti. E finalmente, tirò un sospiro di sollievo. Dopotutto, forse era lunica scelta sensata. E papà? Beh, se proprio avrà bisogno, un modo lo trova: una telefonata, una lettera, un piccione viaggiatore. Ma dentro di sé Anna sapeva che non si sarebbe fatto più vivo: che altro doveva prendersi, ormai? Lo “scambio”, come diceva lui, non sera proprio fattoscambio definitivo era già avvenuto da tempoma non come pensava lui. Era stato Anna a prendere una decisione vera, lasciando fuori dalla porta il maldestro teatro familiare, tenendosi stretto quellappartamento che non era mai solo mura e finestre, ma la libertà testarda di scegliersi il proprio spazio nello sfacelo degli affetti.

Quella sera, invece di chiudersi dentro e spegnere tutto, Anna scese giù, camminò fino alla pasticceria allangolo. Cera profumo di crema e di zucchero a velo nellaria, le luci morbide riflettevano piccole isole di calore sui tavolini. Si sedette, ordinò una fetta di torta Sacher e una spremuta darancia. Mentre assaporava il primo boccone, sentì che il peso di tutte quelle richieste assurde, di tutte le voci che le dicevano come e dove essere, si scioglieva in qualcosa di leggero, come panna montata.

Il telefono restava muto sul tavolo, e andava bene così. Intorno a lei, la città viveva, ignara e generosa. Guardò fuori, vide una bambina che rideva, una coppia che si teneva per mano, una signora indaffarata. Tutte le famiglie del mondo, tutte le solitudini del mondoognuna con il diritto sacrosanto di essere come ti pare.

Anna sorrise per davvero. Un sorriso diverso: di quelli che non aspettano più il consenso di nessuno.

E allimprovviso capì che aveva vinto lei.

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