Mi ritrovavo, come spesso accade nei sogni strani, a camminare senza peso in una Roma sfocata, tra statue e fontane che sembravano sciogliersi sotto un sole irreale. Cinque anni fa avevo lasciato mia moglie con un abbraccio che si sbriciolava come pane secco; ormai ero abituato alle mie abitudini da scapolo, alle serate trascorse a parlare con il mio gatto Melanzana, che mi rispondeva con aforismi di Trilussa. Negli ultimi tempi, però, anche Melanzana mi sembrava triste e la mia casa sempre più grande, le stanze eco di passi che non cerano.
Ho 56 anni, lo specchio ancora mi sorride e il medico al Circolo mi dice che sto bene. Preso dalla noia, mi sono registrato su un sito di incontri. Un gioco, pensavo, fatto di nomi che svaniscono come il vapore del caffè. Ma già nelle prime chiacchierate oniriche, mi sono imbattuto in una presenza particolare.
Il profilo era limpido: Giuseppina, 56 anni, vedova. Cerco cavaliere gentile per rapporto serio”. Lo sfondo era Venezia, ma dietro di lei i palazzi ondeggiavano come torte di gelato. Il suo sorriso sembrava davvero onesto, italiano come il pane appena sfornato. Le ho scritto subito, spiegando che non volevo lettere infinite ma una donna da vivere, persino da portare in vacanza a passeggiare a Firenze quando non pioveva prosciutto. Lei ha accettato, e il venerdì successivo ci siamo dati appuntamento in una nuvola nel centro di Napoli.
Il primo incontro è stato come un quadro di De Chirico: le macchine piccole, i passanti senza faccia, tutto allegro e assurdo. Lei raccontava di nipotini con nomi antichi e del suo lavoro in una scuola dove si insegnava a sognare. Io ascoltavo, annuivo, e intanto spuntavano limoni dal selciato. Mi colpiva come non parlasse mai a caso, ma lasciasse pause cariche come le vecchie trattorie. Lho invitata in una osteria dal bancone che odorava di basilico, e secondo la vecchia scuola napoletana, ho pagato tutto io, in euro luccicanti che piovevano dal soffitto.
Iniziò così la classica fase delle cioccolate e dei mazzolini di fiori. Le cioccolate le compravo sempre io, ma il tempo lo vivevamo insieme: venerdì e sabato sera erano pieni di riso e concerti di mandolino. Non sono spilorcio, ma a contare adesso quanto ho speso in questi due mesi di corteggiamento, mi sento come chi perde a scopa dassi.
Abbiamo visto spettacoli allOpera, visitato mostre darte sacra e mangiato in trattorie in riva al Po. Cera anche la famosa gita fuori porta ad assaggiare il risotto ai funghi in Piemonte. Io facevo il galantuomo credendo che il tempo lavorasse per noi. Lei mi sorrideva e mi prendeva sotto braccio dicendo:
Livio, che piacere stare con te, sei un vero signore daltri tempi.
Il mio petto si gonfiava come una mongolfiera in Piazza del Campo.
Eppure, cerano segnali, nemmeno tanto nascosti, come quadri appesi al contrario. Mai una volta mi ha invitato a casa sua, neppure per un caffè annacquato alla moka. Trovava sempre scuse: Oggi ho la casa sottosopra, È venuta mia nipote, Meglio andare al bar che non devo sistemare tutto dopo. Credevo fosse timidezza o uneducazione retrò. Ho lasciato correre, aspettando che si sciogliesse come una granita dagosto.
Strano però: quando si parlava di ristoranti, viaggi, terme, sembrava una ragazza di 30 anni su un motorino rosso. Ma appena tentavo di avvicinarla, diventava dun botto la mia professoressa di latino in pensione: la voce si faceva severa e le mani andavano a cercare la borsa.
Ricordo una sera seduti in un cinema con poltrone rosse evaporanti: poggio con delicatezza una mano sul suo ginocchio, come per capire se era realtà o sogno. Lei di scatto la scansa, mi sorride stretta:
Livio, qui ci vedono e ci prendono per ragazzi!
Giusy, la sala è vuota e le luci sono gialle come la minestra di mia madre.
Non importa, non si fa, non siamo adolescenti allo sbaraglio.
Credevo fosse solo una donna seria, educata alle vecchie regole. Ma la sensazione di camminare in una stanza senza finestre iniziava a crescere.
Poi amava elencare tutte le sue malattie come fossero trofei atletici: dal mal di schiena alle pillole per il colesterolo, che spiegava con dovizia da farmacista impazzito. Io ascoltavo, proponevo persino di accompagnarla dallortopedico di famiglia mia, ma bastava accennassi che andavo due volte a settimana in piscina e lei stortava il naso:
E a che ti serve ‘sta fatica, Livio? Nel nostro tempo si deve stare comodi, leggere Pirandello e basta, lacqua della piscina non ci fa diventare giovani!
Ma io non volevo fossilizzarmi sul divano. Sognavo ancora abbracci sotto le piogge di foglie a Villa Borghese.
Arriva la sera decisiva, almeno così la ricordo, anche se i dettagli sono da sogno: eravamo seduti in una trattoria sarda, tra piatti di malloreddus e vino che colorava i bicchieri di porpora. Lei raccontava barzellette da ufficio e io ridevo con il naso. Mi sembrava tutto normale, italiano e allegro.
Usciti, pioveva pomodori pelati: ci rifugiamo nella mia Panda che sapeva di menta. Musica jazz proveniente dal cruscotto e io le prendo la mano con tenerezza.
Giusy, che dici, ti va se andiamo da me? Ci beviamo un tè, sentiamo due dischi di De André
Il suo sorriso scompare e il volto diventa di marmo:
Livio, stai accennando a qualcosa che non dovresti?
Non accenno, sono diretto. Sono qui e tu mi piaci. Da due mesi ci vediamo. Mi sembra normale voler stare più vicini.
Lei parte con una filippica: letà, la vergogna, la spiritualità, che manco Don Camillo…
Ma tu lo capisci cosa dici? mi gela Queste cose sono per i giovani che devono fare figli. A cinquantasei anni? Figurati come staremmo: io piena di rughe, tu con la pancia. Ma cosa pensi, che dobbiamo solo trovare amicizia spirituale e poco altro? È la norma: a questa età si sta coi nipoti e si curano i pomodori sul balcone. Mi vergognerei coi miei figli, se sapessero che frequento un uomo per Certe cose.
Mi sono sentito il Pierrot della situazione, sbeffeggiato dagli specchi deformanti di una fiera.
Ma allora perché due mesi di cene, regali, viaggi? Ti faceva schifo ricevere mazzi di fiori da questo povero animale?
Lei si infastidisce e arrossisce, più dira che di pudore.
Mi stai dicendo che a questo punto dovevo saltarti al collo solo per una cena di pesce e qualche mazzo di tulipani?
Non esasperare, Giusy mi è uscito calmo, anche se avevo dentro il Vesuvio Ho fatto il galantuomo sperando in qualcosa di vero. Sembra invece che tu volessi unamica con portafoglio e automobile.
Lei sparisce, scatta come una lucertola sotto una pioggia di spaghetti. Io rimango da solo, a fissare le luci sfocate di un lampione che sembra un limone sul cruscotto. Sul viso sento laceto e una punta dorgoglio ferito.
Amo le parole, i romanzi, la storia, ma sono un uomo vivo, intero, e non vedo motivo di rinunciare a un abbraccio solo perché qualche donna si è costruita nella testa la prigione delle rughe e dei tabù.
Ho cancellato il suo numero, ho spento il mio profilo del sito di incontri. Melanzana miagola che è meglio così, almeno i sogni, adesso, restano solo miei.
Dora in poi, chiederò subito come la pensano sulla vicinanza vera. La prossima volta che sentirò parlare di vecchiaia e nipoti come unica ragione di vita, dividerò il conto e augurerò buona fortuna.
E voi, ditemi: sono io fuori tempo, o in Italia a 56 anni proporre un po dintimità è davvero come lanciare un sasso in Piazza San Marco? E perché certi sogni li si continua a sognare, se a viverli non ci si crede più?





