Sabato in famiglia
“Non iniziare con la dieta, per favore!” sbottò Elisabetta, agitando una forchetta carica di torta. “Lo so già che sono grassa!”
“Elisa, chi te l’ha mai detto?” cercò di calmarla la sorella Ginevra. “Anna voleva solo condividere una ricetta…”
“E io non ho chiesto nulla!” la interruppe Elisabetta. “Ne ho abbastanza! Ogni weekend è la stessa storia: o sono troppo grassa, o i capelli sono fuori moda, o mio marito è inutile!”
Anna Maria sospirò e posò la tazza di caffè. I sabati con tutta la famiglia a casa sua si trasformavano in un vero supplizio. Le tre figlie con le loro famiglie, i nipoti che correvano per l’appartamento, e gli adulti che, invece di chiacchierare, litigavano senza sosta.
“Ragazze, basta così,” disse stanca. “I vicini sentiranno.”
“E che sentano!” ribatté Elisabetta. “Così capiranno che famiglia meravigliosa ho!”
Teresa, la maggiore, strinse le labbra e spinse via il piatto con un gesto teatrale.
“Cerchiamo solo di aiutarti,” disse con voce gelida. “Ma se non vuoi…”
“Non voglio i vostri consigli! Io vivo come mi pare, e sto benissimo così!”
Anna Maria osservò le figlie e, ancora una volta, pensò a come fossero diverse. Teresa, a quarantotto anni, impeccabile, sempre in ordine persino a casa sua. Lavorava come contabile in un’azienda importante, sposata con un ingegnere, il figlio all’università. Una famiglia perfetta, almeno in apparenza.
Ginevra, di trentanove anni, dolce e accomodante. Cercava sempre di mettere pace, di accontentare tutti. Maestra d’asilo, marito meccanico, due figli alle scuole elementari. Una vita modesta ma serena.
Ed Elisabetta, la più piccola, trentacinque anni ma con l’atteggiamento di un’adolescente. Sempre scontenta, sempre pronta a litigare. Si era sposata tardi, a trentadue anni, aveva avuto una bambina, e ora si lamentava di continuo.
“Mamma, dove sono le foto del nonno?” chiese Massimo, il figlio di Teresa, affacciandosi in salotto. “Voglio farle vedere a Stefano.”
“Nell’album grande, sullo scaffale,” rispose Anna Maria. “Ma fai attenzione, non strappare nulla.”
Massimo annuì e corse dai cugini. Anna Maria lo guardò andare e sorrise. Almeno i nipoti la rallegravano, a differenza delle figlie.
“Ragazze, smettiamola di discutere,” propose Ginevra. “Parliamo di qualcosa di bello.”
“Di che cosa?” rise amara Elisabetta. “Di quanto Teresa sia perfetta? Casa grande, macchina nuova, figlio all’università…”
“Che c’entra la mia casa?” sbottò Teresa. “Lavoro giorno e notte per quello che ho!”
“Certo, lavori,” replicò Elisabetta. “Io non posso, ho una bambina piccola.”
“Chiara ha cinque anni, non è mica piccola!” esclamò Teresa.
“Per te cinque anni sono tanti? Massimo a dieci anni era già indipendente!”
Anna Maria sentì un cerchio alla testa stringersi. Ogni sabato era lo stesso. Le figlie venivano da lei per stare insieme, ma finiva sempre in nervosismi.
“Ragazze,” sussurrò, “vostro padre non avrebbe voluto vedervi così.”
Al ricordo del padre, le tre sorelle tacquero. Antonio era morto tre anni prima, e da allora gli incontri familiari erano diventati tesi, come se lui fosse stato il collante che le teneva unite.
“Mamma, non farlo,” mormorò Ginevra.
“Devo,” disse ferma Anna Maria. “Lui voleva che foste unite, che vi sosteneste. E voi cosa fate?”
Elisabetta abbassò lo sguardo e cominciò a sminuzzare il dolce nel piatto. Teresa si sistemò i capelli e fissò la finestra.
“Mamma, non litighiamo apposta,” disse Ginevra. “È solo che… siamo diverse.”
“Diverse!” sbuffò Elisabetta. “Lei è diversa, con la mania di dare lezioni!”
“Non do lezioni!” si infiammò Teresa. “Dico solo come fare meglio!”
“Ecco, appunto! E chi te l’ha chiesto?”
Anna Maria si alzò e andò in cucina. Il caos regnava: piatti sporchi nel lavandino, avanzi sul tavolo, briciole dappertutto. Aprì l’acqua e iniziò a lavare i piatti, cercando di calmarsi.
Dietro di lei, passi.
“Mamma, ti aiuto io,” disse Ginevra.
“No, faccio da sola.”
“Dai, su. In quattro finiamo prima.”
Ginevra prese un canovaccio e asciugò i piatti. Entrò anche Teresa.
“Mamma, scusa se ancora una volta…” iniziò, ma Anna Maria fece un gesto vago.
“Va bene. Ci sono abituata.”
“Non ci sei abituata, sopporti,” disse Teresa. “Lo vediamo tutti.”
Elisabetta sbirciò in cucina, ma non parlò, si limitò a spazzare via le briciole.
Per un po’, lavorarono in silenzio. Anna Maria lavava i piatti e ripensava a come tutto fosse cambiato. Prima, quando Antonio era vivo, i sabati erano giorni di festa. Lui raccontava storie ai nipoti, giocava a scacchi, e le figlie aiutavano in casa, scambiandosi novità. Senza litigi, senza rancori.
“Mamma, ricordi quando papà ci portava al parco di sabato?” chiese all’improvviso Ginevra.
“Ricordo,” sorrise Anna Maria. “L’altalena, il gelato…”
“E come ci fotografava vicino alla fontana,” aggiunse Teresa. “Diceva sempre: ‘Sorridete, bimbe, è per ricordo!'”
Elisabetta sollevò lo sguardo.
“E quando mi metteva sulle spalle? Ero troppo piccola per l’altalena.”
“Sì, ricordo,” annuì Anna Maria. “Gridavi dalla felicità.”
Gli occhi le si velarono di lacrime. Quanto le mancava, soprattutto in momenti come questi.
“Nonna, cosa fate tutte insieme qui?” Chiara, la figlia di Elisabetta, si affacciò in cucina. “Posso avere un biscotto?”
“Certo, tesoro,” Anna Maria le porse il vasetto. “E i ragazzi cosa fanno?”
“Massimo mostra le foto del nonno. Dice che era fortissimo.”
Elisabetta trasalì.
“Chiara, tu ti ricordi del nonno?”
“Un pochino,” rifletté la bambina. “Mi chiama”orsetto” e mi dava le caramelle,” rispose Chiara, mentre Anna Maria sorrideva tra le lacrime, sentendo per la prima volta dopo tanto tempo che quel sabato, grazie ai ricordi di Antonio, la famiglia aveva ritrovato un po’ della sua luce perduta.




