Solo uno sconosciuto
Luisa non vede lora che il suo fidanzato esca di casa. Appena la porta si richiude alle sue spalle, si gira verso la madre con gli occhi che brillano dentusiasmo.
Allora? Che ne pensi? Ti è piaciuto, ammettilo! È davvero straordinario! Accanto a lui mi sento sicura!
Sta al centro del soggiorno, il mento leggermente sollevato, come se già si immaginasse moglie di quelluomo. La sua voce trasuda non solo speranza, ma quasi la certezza che sua madre condividerà la sua emozione.
Caterina, la madre, siede rilassata sulla poltrona, sfogliando lentamente una rivista. Solleva lo sguardo sulla figlia e alza appena le spalle, quasi stesse cercando le parole più giuste:
È una tua scelta, Luisa. Esteticamente attraente, educato, ambizioso. Se i suoi guadagni corrispondono a quello che racconta, potrebbe essere un buon partito. Ma la decisione spetta solo a te.
Il viso di Luisa si illumina in un istante, un sorriso esplode come se dentro si fosse acceso un interruttore. Salta quasi dalla gioia:
Lo sapevo che mi avresti capita!
Poi si gira verso il patrigno, che è seduto nellaltra poltrona con il telefono in mano. Lui mette da parte i fogli, la osserva attentamente in attesa.
E tu che ne pensi? chiede in fretta. Mi interessa sapere lopinione di un uomo.
Sergio abbozza appena un sorriso ironico, appoggiandosi allo schienale. Lopinione di un uomo, per lui, è quasi motivo di scherno: conosce bene Luisa e sa che apprezza solo le opinioni che coincidono con la sua.
Il tuo Marco è pieno di sé, egocentrico e calcolatore dice con tono quasi distaccato, sempre guardando Luisa negli occhi. Tu lo immagni perfetto, ma non vedi i suoi difetti più evidenti. Se ti legherai a lui, tra un paio danni te ne pentirai amaramente.
Le sue parole cadono pesanti nella stanza. Cala il silenzio, interrotto solo dal ticchettio dellorologio a muro. Sergio non addolcisce le espressioni: sa che Luisa deve sentire la verità, per quanto possa darle fastidio.
La ragazza si infiamma subito. Le guance si arrossano, nello sguardo compare quellantico lampo che emerge ogni volta che qualcuno mette in dubbio le sue decisioni. Non sopporta le obiezioni, soprattutto se vengono da qualcuno che, ai suoi occhi, non ha peso nella sua vita.
Certo, tu sei lesperto di psicologia, no? sbotta, incrociando le braccia. La voce le trema di rabbia. Forse credi di sapere chi devo amare e che scelte fare!
Sergio rimane impassibile, abituato agli scatti emotivi di Luisa. Anni di convivenza gli hanno insegnato a prenderli come parte del suo carattere. Sereno, quasi paziente, risponde:
Sì, ne capisco più di te. Tu sei ancora una ragazzina nonostante i tuoi ventanni. Guardando le compagnie che frequenti direi che di persone non te ne intendi proprio. Occhio a non fare sciocchezze.
E Sergio sbaglia poco: i precedenti amici di Luisa si sono spesso rivelati inaffidabili, qualcuno la ingannava, qualcuno le prendeva i soldi, altri sparivano alle prime difficoltà. Era brava a fare amicizie ma non a distinguere chi realmente valesse qualcosa.
Solo una vera amica le era rimasta davvero vicino, ed era proprio colei che concordava, per strano che fosse, con Sergio. Più volte aveva cercato di farle notare quelli che lei chiamava campanelli dallarme nel comportamento di Marco, ma Luisa si rifiutava di ascoltare. Per lei lui era il sogno: forte, sicuro, di successo. E finché vedeva solo quello, ignorava tutto il resto.
Non me ne intendo? Parli sul serio? il tono si fa più alto, spiazzato dalla stizza. Allora perché ti ho chiesto? Tu chi sei? Sei solo lennesimo compagno di mamma che ci ha messo più del previsto ad andarsene. Non sei niente per me! E non hai il diritto di comandarmi!
Le parole le escono veloci, quasi senza riflettere. Le emozioni prevalgono su tutto. In quel momento le sembra che solo reagendo possa difendere le sue scelte, il suo diritto ad unopinione.
Sergio non si affretta a rispondere. Abbassa lo sguardo, pensieroso, poi torna a guardarla negli occhi. In quelli di lui non cè rabbia, soltanto una malinconia profonda.
Ti ho cresciuta da quando avevi cinque anni dice piano ma con fermezza, pesando le parole. Ti aiutavo nei compiti, ti portavo ai giardini, condividevo le mie esperienze. E ora per te non sono nessuno? E allora perché mi hai sempre chiamato papà in tutti questi anni?
Solo per un istante il tono si incrina, ma riprende subito il controllo. Si capisce che parlarne gli pesa, non ama rimestare nel passato, ma ora non può più tacere.
Luisa resta in silenzio, bloccata. Avrebbe voluto rispondere a tono, ma si trattiene. Lo sguardo le sfugge sugli oggetti familiari della stanza.
Perché la mamma me lo chiedeva! scatta alla fine, le labbra serrate. Le appare in mente il volto del padre biologico, una figura distante, poco presente, mai davvero interessata a lei. Sì, lui è poco affidabile, forse non mi è mai davvero importato, ma almeno è mio padre. Tu, invece, sei solo uno sconosciuto.
La risposta è fredda, quasi brutale. E lei stessa sente dentro una stretta. Sa che non è del tutto vero. In fondo, Sergio è stato il suo unico vero padre, seppure senza documenti. Sempre presente, sempre di supporto.
Ma la rabbia per la critica al suo fidanzato prevale. Non vuole ammettere che le parole di Sergio le danno fastidio anche perché contengono una parte di verità. Crescendo, le sue pretese erano aumentate: le sembrava che lui si intromettesse troppo, che volesse imporle il suo punto di vista. E ora, tutto le esplode dentro.
Da quando era adolescente, le discussioni tra lei e Sergio si erano fatte più frequenti: prima erano piccoli richiami (Rientra presto, Quella compagnia non mi convince, Fai i compiti prima del resto), poi con il tempo le richieste erano diventate più severe. Sergio controllava gli orari, voleva sapere con chi usciva, insisteva perché si dedicasse agli studi.
Luisa viveva tutto come una pressione. Si sfogava con lamica, che le spiegava: Tutti i papà sono così. È solo un modo di volerti bene. Ma lei non riusciva ad accettarlo: per lei Sergio era solo un adulto che non aveva alcun diritto su di lei.
La mamma era diversa. Caterina era apprensiva, sì, ma lasciava andare, non pressava, non chiedeva rapporti dettagliati sui suoi amici o sulle serate. Non controllava né diario né orari. Luisa apprezzava molto questa delicatezza, la capacità di non invadere mai la sua autonomia. Per questo le voleva bene, per la libertà che sapeva darle.
Nel mezzo del litigio, Sergio resta fermo. Il viso impallidisce, le spalle si piegano, lo sguardo di solito forte si spegne. Mormora:
Uno sconosciuto, insomma?
Nella voce non cè rabbia, solo una stanchezza dolorosa. Lui si è sempre considerato suo padre. Per lei è rimasto con Caterina, nonostante il rapporto si fosse incrinato tempo prima. Tante volte aveva pensato di separarsi, ma era stato trattenuto dalla paura che Luisa perdesse un punto di riferimento.
Vedeva che per Caterina la maternità si risolveva nelloffrire cibo, vestiti, qualche giocattolo. Non cera un legame profondo, un coinvolgimento vero. Sergio aveva cercato di colmare quello spazio.
Sì, uno sconosciuto! urla Luisa, ma frenandosi subito. Nota il cambiamento di Sergio, il colore che scivola via dal viso, la postura mutata. Una dolente inquietudine le stringe il petto e ora lo osserva preoccupata, vede in lui una fragilità nuova.
Caterina, fino ad ora silenziosa, interviene. Il tono è trattenuto, quasi indifferente:
Che guardi? Per certi versi ha ragione, afferma, sfogliando le pagine della rivista. Saresti potuto essere davvero suo padre se avessi avviato le pratiche di tutela. Non lo hai fatto, quindi non prendertela.
Quelle parole, dette così, sono come uno schiaffo. Sergio volta lentamente la testa verso la moglie, incredulo di tanta freddezza.
Daccordo. Se per voi sono soltanto un estraneo e così indesiderabile, allora non ha più senso restare sotto lo stesso tetto, risponde rialzandosi a fatica dalla poltrona. Barcolla, ma si impone la dignità. Avete ventiquattrore per farvi gli affari vostri. Questa è casa mia.
La voce non trema, ma trasuda stanchezza. Luisa resta pietrificata. Vorrebbe parlare, ma le parole le muoiono in gola. Sergio si dirige deciso verso la camera degli ospiti, chiude la porta con un rumore secco, definitivo.
Rimasto solo, si siede sul letto. Rimbomba tutto nella testa. Non vuole vedere nessuno, né la moglie né la figlia. Lha colpito duramente: dopo anni a dare tutto, scopre di essere, semplicemente, un estraneo.
Caterina, scossa, si precipita alla porta. Bussa e prova a parlarci attraverso:
Sergio, dai! Non facciamo sciocchezze. Ha detto così solo in un momento di rabbia, succede a tutti! Perché buttare via quindici anni insieme per due parole?
Nel tono cè più insistenza che vero pentimento, solo il desiderio di non cambiare abitudini. Mancava sincerità nelle sue scuse.
Sergio resta al buio. Ripensa alla prima volta in cui ha capito di non amare più Caterina: una scena spiacevole, nessuna scenata, solo qualcosa che si era rotto dentro. Era rimasto per Luisa, per darle una famiglia, e ora si sente inutile.
Ha fatto il possibile per essere un buon padre. Aiutava a scuola, insegnava ad andare in bicicletta, ascoltava le sue confidenze. Adesso per lei è soltanto un uomo che ha vissuto in casa.
Il ticchettio dellorologio riempie la camera. A occhi chiusi, Sergio prende la decisione: il divorzio, non cè più motivo di restare dove nessuno crede che abbia importanza.
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La separazione avviene senza clamore e in pochissimo tempo. Tutto si risolve in poche settimane: le firme, la divisione dei beni. Caterina deve tornare nella vecchia casa in periferia, quella in zona popolare dove aveva vissuto prima, bisognosa di lavori, umida, rumorosa. Dalle finestre rimbomba il traffico e le voci dei vicini.
Luisa non è contenta di questa nuova sistemazione: abituata a una casa grande e moderna, a una propria stanza, ora le danno una cameretta minuscola, letto sformato e tende ingiallite. I primi giorni cerca pure di vedere il bicchiere mezzo pieno: Tanto è temporanea, pensa. Ma ben presto sente tutta la differenza. Lo spazio stretto, il rumore e quel senso di provvisorietà la schiacciano.
Per scappare da questa realtà, Luisa pensa sempre più spesso a Marco. Lui era la promessa di sicurezza e comfort cui aveva aspirato, così in fretta, senza pensarci troppo, si sposa. La cerimonia è sobria: una firma davanti allufficiale di stato civile e una piccola festa intima. Luisa spera davvero che la sua vita ora si systemerà e finalmente potrà vivere il matrimonio felice che sognava.
Ma già dopo un anno inizia a rendersi conto: Sergio aveva ragione. Dopo le nozze, Marco diventa unaltra persona. Finiscono le piccole attenzioni, svaniscono i regali. Se prima era generoso e spensierato, ora inizia a diventare tirchio. Le ricorda spesso che è ora di cercare un lavoro, nonostante studi ancora: La famiglia è fatta di spese condivise, anche tu devi contribuire.
Le cose peggiorano progressivamente. Luisa tenta di trovare una giustificazione: magari un periodo no al lavoro, preoccupazioni. Si impegna, cerca di non fargli mancare nulla, sopporta, ma i litigi aumentano. Si discute di spese, faccende, di piani per il futuro.
Pensa che forse, con una bambina, le cose cambieranno. Marco diventerà più comprensivo, più legato alla famiglia. Ma quando ne parla, lui smonta subito lidea: Non è il momento. Prima bisogna sistemare la situazione economica. Da quel momento i conflitti diventano ancora più frequenti, fino a che, nonostante tutto, Luisa mette al mondo una bambina. E ben presto se ne pente amaramente.
A un certo punto Luisa capisce che non ce la fa più. Troppo stress, nessun aiuto, si sente sola e non capita. Valuta, pensa, riflette a lungo. Poi, una mattina, mentre lui è al lavoro, raduna qualche vestito e lessenziale, prende documenti e pochi effetti personali. Le mani le tremano, ma prova anche un sollievo. Finalmente prende in mano la sua vita.
Chiude la porta dietro di sé e scende lentamente in strada, indifferente al freddo. Non sa cosa le riserva il futuro, ma affrontare lincertezza le sembra comunque meglio che vivere in quellinferno.
Luisa non ha scelta: torna dalla madre, nella stessa casetta rumorosa e sgualcita, con lessenziale di ciò che possiede, la culla pieghevole, qualche giochino, il necessario per la piccola. I primi giorni Caterina fa la distaccata: annuisce ai racconti della routine della nipotina, ogni tanto la accudisce, ma dura poco.
Una sera, mentre Luisa cerca di calmare la neonata che piange, Caterina posa bruscamente la tazza e si gira:
Così non può andare avanti. Non posso vivere nel caos. Devi cercarti una casa tua.
Luisa si blocca, incredula:
Mamma, dove posso andare? Non ho ancora uno stipendio fisso e lunico lavoro che ho trovato è in smart working, ma lo stipendio non basta nemmeno per una stanza.
Non è un mio problema, risponde dura Caterina, incrociando le braccia. Ho fatto la madre, ti ho fatta studiare, cresciuta. Ora sei adulta, tocca a te cavartela. Non sono obbligata ad allevare anche tua figlia.
Il tono della madre non ammette repliche. Luisa sente lo stomaco chiudersi: sperava almeno in un po di comprensione.
Ma dove vado con una bimba di otto mesi? sussurra quasi.
Questo lo devi decidere tu, replica Caterina, già voltandole le spalle. Qualche euro per cominciare te lo do, ma non contare sulla mia pensione. Ho diritto anchio a una vita mia.
Lascia qualche banconota da venti euro sul tavolo e se ne va, lasciando Luisa sola, nella stanza in penombra, con la piccola che dorme serena.
Cosa resta a Luisa? Lunica cosa che riesce a fare è qualche lavoretto al computer: trascrizioni, piccoli progetti, gestione di ordini via internet. Ma i soldi sono pochi e non può lavorare in ufficio, la figlia è troppo piccola, allasilo nido non prendono neonati. La nonna si nega, anche se con gentilezza: Non ho più letà, ormai sto bene da sola.
I giorni scorrono tutti uguali: sveglia, pappa, giochi, nanna, lavoro quando si può. Risparmia su tutto: cibo, detersivi, perfino vestiti. Eppure, i soldi non bastano mai e un affitto è fuori dalla sua portata.
Così, si ricorda di Sergio. Lunica persona che anni prima aveva davvero avuto a cuore la sua sorte. Magari capirà? Forse, vedendo la nipotina, il cuore si scioglierà?
Speranzosa, si prepara: veste la bambina col completo più bello, prende qualche pannolino e parte per casa di Sergio. Si immagina che lui si intenerisca, che la accolga e proponga aiuto
La porta si apre, e Sergio resta lì fermo. È in pantofole, una tazza di tè in mano. Quando vede Luisa col passeggino, il viso non muta: niente sorriso, niente stupore.
Ciao, balbetta lei. Sono venuta volevo farti conoscere tua nipote.
Allunga la bimba, che sorride e agita le manine.
Sergio posa lentamente la tazza e la guarda. Lo sguardo però rimane distante, freddo. Non si avvicina, non la prende in braccio.
Bene. Dimmi, che vuoi da me? Perché sei venuta? Non ero uno sconosciuto per te? sorride amaramente, appena accennando un gesto. Tua figlia è una sconosciuta, come lo sei tu. Perché sei qui?
Luisa sente tutta la delusione dentro. Aveva sperato in un altro finale, ma la realtà è dura. Non osa alzare la voce, abbassa lo sguardo, si sforza di sembrare pentita:
Ho sbagliato. Ho parlato male, ho reagito distinto. Tu sei stato la persona più vicina alla mia vita dopo mamma Io
Così vicino che ti sei dimenticata di me per anni, la interrompe Sergio, la voce calma ma segnata dallamarezza. Se mi avessi chiesto scusa subito, magari oggi sarebbe stato diverso. Ora, dopo tanto tempo No. Io non posso più aiutarti.
Si fa da parte, indicando che la conversazione si è chiusa. Luisa, immobile, stringe la maniglia del passeggino. Vorrebbe chiedere altro, ma le parole non escono. Sergio è irremovibile, lo capisce dal suo sguardo. Gira sui tacchi e se ne va, un passo dopo laltro.
Ogni metro è un macigno, la strada un campo minato di ricordi. È sola, davvero sola. Tutto sarebbe potuto andare diversamente pensa.
Quando la porta si richiude alle spalle, Sergio rimane immobile. Solo quando i passi si spengono sul pianerottolo, si muove verso il salotto, sprofonda sulla poltrona e fissa il vuoto.
Luisa resta senza nulla. Cammina, spinge il passeggino senza quasi rendersene conto. Dentro, solo vuoto. Tutta la colpa, ora lo sa, è soltanto sua. Per anni ha respinto chi davvero la voleva bene e ora che avrebbe bisogno di aiuto, si ritrova senza nessuno.
La piccola si muove nel passeggino, inizia a piagnucolare. Luisa si ferma, le sistema la copertina, ritrova un minimo di calma. Respira a fondo, rimette il cappuccio alla bambina e riprende a camminare. La strada è deserta, le luci dei lampioni si accendono, qualche auto passa senza far rumore. Cammina, avanti, senza una meta chiara: rimanere ferma fa ancora più paura.
Più va avanti, più nella testa si formano mille domande: Come farò a pagare laffitto? Dove trovo i soldi? Posso chiedere un anticipo a un datore di lavoro? Magari una stanza in subaffitto? una dopo laltra scaccia lansia. Da oggi dipende solo da lei, nessuna mamma, nessun Sergio, né Marco. Solo lei e la figlia.
La piccola finalmente si addormenta. Luisa la guarda e, in quel viso sereno, trova un po di pace. Qualcosa in lei cambia. La paura non passa, ma sente una forza nuova. Non fallirà. Troverà una soluzione.
Il mattino dopo accende il computer con un piano preciso: si mette in contatto con due committenti stabili e chiede un acconto. Uno accetta di pagare entro tre giorni, laltro entro una settimana. Pubblica annunci per affittare una stanza: non in centro, senza comodità, ma almeno un tetto. Poi prende appuntamento presso un centro servizi sociali per chiedere informazioni su sussidi e aiuti per mamme sole.
Dopo sette giorni trova una stanza in affitto in periferia. Condizioni modeste, ma almeno ordine e calore. Alla bambina può finalmente dare uno spazio tutto suo, lei un tavolo per lavorare.
Le prime settimane sono molto dure. Spesso i soldi bastano appena per il necessario, la stanchezza è tanta che a volte vorrebbe solo svanire. Ma ogni sera, guardando la bimba, ricorda: ora non è più sola. E questo le basta per andare avanti.
Col tempo le cose migliorano un po: guadagna qualche cliente fisso, impara a gestire le spese, trova una babysitter a buon mercato per qualche ora al giorno, così da lavorare meglio. Nei fine settimana escono al parco, nutrono i piccioni, raccolgono foglie. Luisa impara ad amare i dettagli: un tè caldo, la risata della piccola, i suoi primi passi.
Un giorno, passando vicino ai giochi dei bambini, vede Sergio seduto su una panchina, intento a leggere il giornale. Luisa rallenta, ma non si ferma. Lui non sembra vederla o fa finta di niente. Lei prosegue, stringendo più forte il passeggino.
Ormai non importa più. Ora sa che non ha bisogno del suo riconoscimento né del suo aiuto. Ce lha fatta con le sue forze. Non è stato perfetto, né facile, ma ce lha fatta. Ora lo sa: anche quando sembra che tutto sia perduto, cè sempre una via duscita. Soprattutto quando hai qualcuno per cui vale sempre la pena continuare a camminare.






