Tutta la famiglia stava accompagnando la nonna, come in una scena sognante dalle tinte sfocate. Nessuno cercava neanche di mascherare il fastidio della sua presenza: le parole uscivano senza vergogna, dirette, e cera una sottile felicità che la primavera fosse finalmente arrivata, segno che presto sarebbe partita per il paesino e a lungo non sarebbe tornata indietro.
I nipoti la guardavano con occhi disinteressati, la nuora, Lucia, mostrava apertamente la propria antipatia. Il figlio, Marco, era quasi sempre a lavoro fuori Milano, e anche quando tornava a casa mostrava la stessa freddezza degli altri. Per loro, la nonna era soltanto un impiccio, un pensiero in più. Lei lo sapeva, lo sentiva in ogni gesto; rimaneva in silenzio, con la speranza che la primavera arrivasse presto lunica gioia, piccola e fragile come una campanula che sboccia ai margini dei sogni.
Quellanno il caldo era giunto prima. Si vedeva spesso la nonna, con la sua figura minuta nel vecchio cappotto e le scarpe logore, seduta davanti al portone del palazzo. Si scaldava le mani al sole, taciturna, fissando il cielo azzurro che sembrava aprirsi su mondi lontani e irreali. Un piccolo passerotto bagnato di memoria, così pareva.
Se la famiglia le negava calore, i vicini invece la salutavano con gentilezza, le chiedevano della salute, la aiutavano persino a salire fino al quinto piano. I ragazzi del cortile ogni tanto le portavano la sporta della spesa, ridendo con voci che sferzavano laria come venticelli primaverili.
Malgrado letà, la nonna non stava mai con le mani in mano. Cucina, lava, mette in ordine tutto silenziosamente, mentre la nuora rincasava e ripeteva, quasi fosse un disco incantato:
Se sei sempre a casa, fai tutto da sola.
I nipoti parlavano poco, e quando portavano a casa gli amici, la nonna si ritirava silenziosa nella sua stanza. Ricordava ancora, come in un sogno grigio, quando aveva sentito parole taglienti come lame:
Nonna, ci metti in imbarazzo.
Non si lamentava, non gridava. Solo sprofondava nel silenzio, e quando la notte respirava sulle case e tutti dormivano, lei piangeva senza rumore, sola tra le ombre e la rabbia.
Il giorno della partenza sembrava irreale, immerso in una luce tremolante: la portarono alla stazione in taxi, pochi bagagli una valigia antica, un fagotto di vecchi stracci. Lenta, appoggiandosi al bastone, percorse il binario tra figure sfocate e pensieri confusi. Si sedette sulla panchina e riposò, poi salì sul treno quando il regionale per Parma fischiò.
Seduta al finestrino, con lo sguardo calmo e buono, estrasse dalla vecchia borsa una foto sgualcita: suo figlio Marco, sua nuora Lucia, i nipoti. Tutti sorridenti sorrisi che negli ultimi tempi aveva visto solo impressi su quella carta. La baciò piano e la rimise via, come a custodire un ricordo tremolante tra la nebbia del sogno.
Alla fermata del suo paese scese piano, sbucando in una strada che sembrava vibrante di passato. Qualcuno la caricò in auto e la lasciò quasi davanti al cancello. Il chiavistello arrugginito cigolò come nella memoria, e lei entrò lungo il vialetto, sognando a occhi aperti. Qui tutto le era familiare: il vecchio muro storto, il portico di legno, la terra che odorava di pane e pioggia.
Questo paese era il suo universo. Era lì che era venuta alla luce, cresciuti i figli, sepolto luomo che aveva amato. Tutta la vita si srotolava fra quelle mura, con le gioie semplici e i dolori che graffiavano lanima.
In casa, la nonna aprì le imposte, accese la legna nella stufa e si sedette sulla panchetta di fianco al davanzale. Guardava davanti a sé, ricordando altri tempi: qui i suoi bambini si sedevano sullo stesso legno, qui mangiavano insieme, su quel pavimento si rincorrevano a piedi nudi, e le loro voci di cristallo ancora danzavano nella stanza sospesa tra sogno e realtà. Allora era mamma indispensabile, amata più di qualsiasi altra cosa.
Il sole entrava di nuovo dalla finestra, la primavera era calda e intima come un abbraccio familiare. E la nonna sorrideva piano, silenziosa.
La mattina dopo non si svegliò più. Era rimasta lì, dove il cuore aveva sempre desiderato, nella sua casa, sulla sua terra.
Sul tavolo cerano vecchie fotografie sparse. Sopra, una nuova, appena sgualcita quella dove i suoi cari sorridevano ancora, come in una festa fuori dal tempo.
Finché ci resta il respiro, abbiamo il tempo. Per dire grazie, chiedere scusa, stringere chi amiamo e sussurrargli tutto lamore che il sonno del giorno a volte ci fa dimenticare.
Perché quando una persona se ne va, non ritorna più. Restano solo i rimpianti che diventano ferite difficili da guarire.
Vivete allora con fede. Siate schietti. Fate del bene senza vantarcene. Amate, e non dimenticate di apprezzare chi avete accanto.
E non rimandate a domani le parole gentili, perché i domani di certi sogni non arrivano mai.






